Roberto Arlt, Acqueforti spagnole

Da sempre, l’uomo per ogni motivo si muove e si sposta, e ne scrive per renderne conto. Esce dalla propria situazione abituale e si amplia con il confronto col diverso. In questo presente confuso in cui l’isolamento e l’immobilità sembrano le uniche precauzioni più efficienti a prevenire il contagio, sarebbe stato bello avere ancora con noi Michel Butor per domandargli come riuscire a non smettere almeno di scrivere, costretti come siamo a stare fermi il più possibile. Nel saggio Le voyage e l’écriture (in «Romantisme», 4, 1972), Butor sosteneva di “viaggiare di meno per viaggiare”, e che “viaggiare è scrivere”, sottolineando sostanzialmente due coincidenze: del viaggio con la lettura, e della scrittura col viaggio. Arriva ad affermare la sua personale impossibilità sia di scrivere che di leggere stando fermo. I suoi luoghi privilegiati sono gli aerei e le metropolitane: gli stessi veicoli che performando il viaggio su scala globale ne hanno tuttavia avvilito, come sappiamo, la natura di incontro. La dimensione, un attimo prima della pandemia, dei viaggi di gruppo e di lavoro, d’altronde, già individuava la saturazione che portava Marc Augé, in Disneyland e altri nonluoghi, a sostenere che “il turismo è la forma compiuta della guerra”, ovvero l’impossibilità del viaggio, che ha colonizzato ciò che ha raggiunto.

 

Da poco in libreria, con la traduzione di Marino Magliani e Alberto Prunetti per Del Vecchio nella collana “formebrevi”, nel solco della sua riscoperta editoriale e critica negli ultimi anni, Acqueforti spagnole di Roberto Arlt raccoglie un gruppo di articoli per “El Mundo”, per l’appunto racconti di viaggio di quando viaggiare ancora era possibile; di un suo viaggio in Spagna da primo moderno premoderno al tempo acerbo e fiorente dello sviluppo dei trasporti e della stampa, vent’anni prima che i beatniks invadessero in lungo e in largo le routes d’America. A partire da Ricardo Piglia, di questo padre scomodo della letteratura argentina si è scritto tanto e esaustivamente (qui su Doppiozero da Livio Santoro): della sua preziosa “lingua straniera” all’apparenza scritta male, della narratività dei suoi articoli e dell’importanza della sua frequentazione delle forme brevi ben più costante delle forme lunghe. Dallo scavo e il confronto con la città in Aguafuertes porteñas, che scrive tornato a stabilirsi a Buenos Aires dopo Córdoba per cominciare a vivere vendendo parole, si fa derivare la particolare “urbanità” della sua narrativa: esiste la città perché ne esiste l’immaginario. Aguafuertes, Gallegas y Asturianas ne condivide naturalmente la destinazione giornalistica, ma gode di una banale specificità non ignorabile: l’elemento del viaggio, nello spostamento fisico cui Arlt è costretto in Spagna e non in Argentina. 

 

In che modo esiste dunque per il viaggiatore la città? Leggere questi testi come connessi alla letteratura di viaggio aspira in nessun modo a definire rigidamente, bensì ad attingere al doppio movimento di avvicinamento a un genere e di riconoscimento delle sue strategie per restituire nulla più che un ampliamento di prospettiva all’altezza della ricchezza del testo. Una chiave d’autore possiamo prelevarla intanto dall’explicit dell’ultima acquaforte: “mentre si viaggia si prova la disperazione di non poter vivere simultaneamente in cinquanta parti distinte, con cinquanta corpi e un solo cervello. Di più. Di più. La dipendenza mentale dal viaggio risveglia un insaziabile desiderio di viaggio, una necessità composita di arrivare e partire, e una sola paura: fermarsi” (p. 147). 

 

Constantino Suárez (Museo del Pueblo de Asturias).


Il viaggio per Roberto Arlt è tanto è un’esperienza del mondo associabile alla sua lettura, quanto un movimento fisico, che attraversa lo spazio e il tempo, con un’estensione e una durata. I testi raccolti dal 19 settembre al 13 novembre 1935 rendono conto di un attraversamento da nord della Galizia, della visita di Oviedo capitale delle Asturie – con un breve reportage dall’Ottobre Rosso – e di un ultimo passaggio spensierato in Cantabria tra Gijón e Santander, verso Bilbao. Da viaggiatore, arriva con dei pregiudizi e raccoglie smentite: lo affascina lo spirito d’azione che gli spagnoli ricavano dalla dedizione al lavoro, così antiandalusa e così antiargentina. Per sua sorpresa, il tango si canta, oltre che ballarlo. Osserva la gente che chiacchiera e si interroga sulle differenze sociali; lo interessa in particolare la qualità e il tipo di lavoro di cui si vive in zona, che ha quasi sempre a che fare con la terra, e con la pietra:

 

“di pietra sono i granai dove arieggia il grano. Di pietra sono le case. Di pietra sono le vasche e i camini nei quali arde il fuoco. Di pietra i tetti, di pietra le fontane, di pietra i pali della vigna, di pietra i muri intorno ai seminativi, di pietra i monti e i sentieri tra le piantagioni di granturco e di pietra i pali che sostengono il reticolato. […] Queste facce della medaglia non sono un adorno di letteratura impressionista, ma il bassorilievo di un uomo d’azione” (p. 36). 

 

Arlt si propone insomma di offrire un’idea di quanto dura sia la vita del contadino galiziano, piegato a suo dire dalla letteratura spagnola a “elemento decorativo”, a “regalo per l’occhio” (p. 54), ma altrettanto ammette non senza ironia la scarsa coerenza dei caratteri rilevati nonostante la precisione delle intenzioni. Non si può tuttavia contestargli la piattezza di personaggi e ambienti: il suo stile compositivo ha bisogno del frammento, e si riconosce nella tecnica dell’acquaforte, di incisione del ferro con l’acido, con linee schiette e precisione del dettaglio freddo. Nel testo non trova mai davvero spazio la riflessione, procedendo in un’alternanza fitta di descrizioni e immagini narrative come in una relazione (di fantasia) o in un referto (fantastico). Ciò è reso riconoscibile da strategie testuali precise, che risiedono nel rapporto tra narrazione e bisogno di descrizione causato dallo strapotere che i luoghi esercitano sul viaggiatore. L’idea della realtà che il narratore propone è un’esperienza prospettica tutt’uno con gli spazi.

 

Le traiettorie di viaggio, pur con funzioni diverse tutte definite da Butor (ritorno al paese natale, viaggio di scoperta, fuga e nomadismo errante, emigrazione, vacanze, pellegrinaggio), dal ritorno di Ulisse al viaggio di Enea, ai viaggi di Gulliver, alle scorribande lunari di Orlando e Cyrano, si configurano come mini-romanzi di formazione in cui la maturazione del protagonista è maturazione di uno sguardo. Dal materiale di viaggio non narrativo, come le relazioni dei pellegrini in rotta verso le tre peregrinationes maiores (Roma Gerusalemme e Compostela) e gli itinerari latini (elenchi di mansioni lavorative e di indicazioni per raggiungere località alternati a descrizioni di santuari, vere guide di viaggio), ricaviamo invece la rilevanza che lo spazio assume in testi che devono conciliare un oggettivo scopo informativo con l’inevitabile soggettività dell’impatto con il nuovo di chi ne è testimone parziale, per permettere al lettore che non ha potuto viaggiare di beneficiare di informazioni credibili e sufficienti a un’idea di insieme. Acqueforti spagnole è un ibrido di tutto ciò. Più di un’acquaforte ci conferma l’attitudine di Arlt a consultare sul posto, oltre che sindaci avvocati e funzionari, documenti d’archivio e di biblioteche anche molto antichi, opera soprattutto di padri spirituali e pellegrini specie a Santiago, introdotta proprio in questi termini. 

 

 

Come un cronista, spezza il viaggio in tappe per non smarrire specificità per strada; è semmai un promeneur, certamente non un flâneur. La narrazione è sempre guidata dal presente funzionale: “Me ne vado in giro. Mi guardo intorno, domando, osservo” (p. 7). Ma soprattutto, nelle descrizioni lo spazio non è scenario dell’accaduto, bensì componente dell’azione: l’azione è una qualità dello spazio. Diverso invece è il trattamento degli spostamenti in treno, nella doppia rappresentazione di staticità in movimento: così come “il paesaggio in Galizia non è separato dall’uomo” (p. 13), l’io-narrante di Arlt si concilia con l’ambiente di paese in paese pur senza perdere la propria estraneità, facendone piuttosto un moltiplicatore desueto, strumento di ricerca e non di riscrittura. 

 

Nell’attraversamento il paesaggio non manca inoltre di prestarsi come “scenografia magica” tra spiriti streghe e il grottesco frusciare di un mondo rurale abitato da “demoni, come quelli di Hoffmann, [che] rompono tutto, fanno diavolerie” (p. 25), così come nei racconti popolari dei pellegrini; qua è là ovunque, infine, inserti di tipo saggistico e narrativo, come l’ekprhasis delle figure animali sul Portico della Gloria e l’incipit alla seconda parte della Fiera di Betanzos: “Un toro esagitato viene fatto uscire dal gruppo delle vacche a colpi di bastone da due vecchietti. Si lascia picchiare” (p. 86). La scoperta urbana di Arlt si verifica su tutti i tre livelli di città individuati da Marc Augé: la memoria ovvero storia del luogo, gli incontri con gli abitanti, le favole popolari.

Dopo Vigo, Pontevedra, Compostela, Betanzos, La Coruña, in 70 chilometri di grandi differenze, il 5 novembre inizia come abbiamo detto il reportage a posteriori dell’Ottobre Rosso appena trascorso a Oviedo, teatro di guerra civile. Nonostante un doppio editoriale a firma della redazione e dell’autore messo a esplicitare intenti giornalistici e di inchiesta, i testi continuano narrativi come i precedenti, con descrizioni dilatate e deformanti di una visita in miniera divisa in quattro atti, durante la quale Arlt è costretto a farsi accompagnare da un funzionario del luogo, un Virgilio necessario e indesiderato per il nostro Dante, assecondando ancora il paradigma dell’esploratore. In Cantabria, infine, il paesaggio è integrato e sereno. È il viaggio che affretta la sua fine. Arlt guarda ai turisti che incrocia al mercato con diffidenza, fa ironia con i pescatori; termina il libro in direzione Bilbao ma senza che gli scritti la raggiungono, con la sosta che il treno fa a Santander, durante la quale chiede ad una cameriera di proseguire il viaggio con lui, ricevendo un rifiuto. 

 

Potremmo chiudere così, con l’aneddoto di Walter Benjamin dal titolo Una storia in cui Kant è breve ricordato da Thomas Bremer, in cui è riportata per due volte la risposta del filosofo “Legga letteratura di viaggio”, a uno sprovveduto aiutante che domanda consiglio per risolvere difficoltà teoriche legate prima al rapporto tra teologia e filosofia, poi alla dogmatica. “Legga letteratura di viaggio”. Come antidoto collaterale all’immobilità, diciamo: leggete Acqueforti spagnole di Roberto Arlt.

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