raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Saluti e baci

Niente più baci, abbracci, strette di mano, pacche sulle spalle? Pare di no, almeno per adesso che, come ci hanno anche troppo ripetuto, di contatti fisici non se ne parla proprio. Fra le conseguenze di questa minuziosa riorganizzazione delle distanze sociali fra corpi che stiamo subendo, c’è una trasformazione delle cosiddette forme di cortesia. E in primo luogo dei saluti. Ce ne siamo accorti già da tempo, impacciati come siamo nel non sapere come comportarci quando incontriamo un amico, un parente o un collega, cosa fare e cosa no, che tipo di confidenza assumere, se e come manifestarla nei gesti prima ancora che con le parole, con il corpo più che con la mente. Accumuliamo figuracce, dietro la mascherina che cancella ogni sorriso e ogni smorfia. E  altrettante ne subiamo, quando allunghiamo la mano verso il nostro interlocutore e costui, altrettanto imbarazzato, ci rifiuta la sua. Per non parlare dei baci – uno al Nord, due al Sud, tre Oltralpe, quattro in Russia… –, vietatissimi e insieme agognatissimi. O degli abbracci: segno di un’intimità più o meno forte, di un’amicizia più o meno ipocrita che vorremo coltivare senza però possedere i codici per farlo: quelli cui eravamo abituati e che adesso sono tutti a gambe all’aria. In attesa di nuovi patti collettivi e nuove regole condivise. Io che vivo in una regione che vanta un ex presidente soprannominato “vasa-vasa” so di cosa sto parlando: con quale altro gesto sostituire tanta ambigua esibizione d’affetto? La mascherina, ancora una volta, non aiuta. E lo sguardo, lasciato solo a costituire una qualche espressività, tende a perdere molta della sua prerogativa di strumento efficace nella gestione delle relazioni intersoggettive.  

 

Lo hanno notato in tanti. E molti giornali ne hanno parlato come di una curiosa stravaganza con cui riempire alla meno peggio le pagine vacanti, attirando il lettore nauseato dai soliti pandemici disastri annunciati. Abbiamo letto di gesti alternativi (gomiti o piedi che si toccano, pugno contro pugno), così come del tentato innesto di forme rituali d’altri paesi (le mani giunte, la destra sul cuore…) nella nostra vita quotidiana, con prevedibili difficoltà di gestione e, soprattutto, di comprensione di tali semiotiche altrui. E talvolta ne siamo stati testimoni, se non protagonisti: sbattiamo anche noi i gomiti con l’altro, o gli sfioriamo la punta del piede, non senza imbarazzo e con tanta perplessità. Passerà, si pensa e si spera. Ma per intanto questo teatro prossemico un po’ buffo e un po’ tragico invita a rifletterci su, per cercare di conoscere al meglio i meccanismi sofisticatissimi e segreti che le diverse culture umane hanno predisposto nel corso della loro storia per scambiarsi il saluto. Gesto indispensabile per creare un qualche contatto reciproco (fàtico, direbbero i linguisti), ma con una importanza strategica (una forza illocutiva, continuerebbero i medesimi) straordinaria. Chissà che la stravaganza, analizzata a fondo, non perda parte della sua superfluità.  

 

 

La letteratura in merito non è ricchissima. Antropologi, semiologi, psicologi hanno sfiorato spesso la questione, ma raramente l’hanno approfondita. Spicca perciò il lavoro di Alessandro Duranti, antropologo del linguaggio che insegna a UCLA, il quale ha osservato, studiando a fondo i saluti cerimoniali dei samoani, come le varie forme sociali del saluto non facciano ricorso soltanto, come è ovvio, alla comunicazione verbale e alla gestualità, poiché coinvolgono spesso anche lo spazio. Cambia molto se si è all’aperto o in una casa privata, oppure in uno spazio pubblico, lavorativo o ricreativo che sia. Analogamente, a costituire il rituale cerimoniale contribuiscono anche le posizioni occupate dalle persone in un determinato ambiente, soprattutto se ci si siede intorno a un tavolo. Siamo insomma perfettamente in tema con la attuale situazione socio-sanitaria, che lo spazio intersoggettivo, si sa, ha fortemente investito di senso.

 

Innumerevoli sono le forme di saluto nel mondo, spesso intrecciate fra loro. Ci sono i baci e ci sono le strette di mano, ma capita anche di baciare le mani, inanellate o sudaticce che siano. La stretta di mano, da parte sua, offre una grande varietà di pose: nei paesi anglosassoni le mani si scuotono (handshake si dice infatti in inglese), mentre in alcuni paesi africani le dita si sfiorano appena: tutto un arco di possibilità intermedie è all’opera, una materia dell’espressione che può essere ritagliata in tanti punti diversi, a formare una matrice antropologica cui le varie culture attingono alla bisogna. Inoltre, c’è chi dà la mano tenendo il palmo verso su, come a chiedere l’elemosina, e chi invece, reciprocamente, tiene in alto il dorso, accogliendo paternalisticamente l’arrivo dell’interlocutore. Per una tipologia completa, si riascolti la preveggente canzone di Giorgio Gaber intitolata, appunto, “Le mani”. Altrettanto ricca la tipologia di inchini, che vanno dal semplice cenno della testa leggermente calata fino al gesto degli attori che ringraziano il pubblico che li applaude, quasi a toccare il pavimento; tuttavia, quando ci si cala ancora di più, e si sta per cadere in avanti, occorre usare le ginocchia, di modo che l’inchino si fa tutt’altro, e diviene prostrante genuflessione (su cui si veda il recente articolo di Claudio Franzoni).

 

 

Ciò che è interessante non è però la ricchezza delle forme del saluto, ma il serbatoio di significati che esse portano con sé. Occorre passare dall’espressione al contenuto. Come dire che le regole del galateo sono terribilmente ambigue, e spesso nascondono, dietro l’apparenza di un’affabilità, un’estrema crudeltà d’animo. Sappiamo infatti che il saluto non è quasi mai un semplice gesto di cortesia, poiché surrettiziamente sottolinea un rapporto di potere, rimarca una gerarchia sociale. Così, a dare la mano, secondo il nostro galateo, sarà sempre la persona più su nella scala sociale, e a riceverla quella più giù. Mai allungare le cinque dita verso il nostro capo: malignamente ce le rifiuterà. Per non parlare dell’inchino, spesso inteso come arduo segno di sottomissione. Un gesto di saluto, insomma, non dice semplicemente “ciao” o “buonasera”; dice moltissimo, anche, di chi è coinvolto nel saluto, della relazione che esiste fra quelle persone, che assai raramente è di serena pariteticità. Cosa, se non universale, diffusissima.

 

Inoltre, va ricordato che – come spesso anche accade nell’interlocuzione linguistica, dove dire è sempre fare – il saluto non si limita a significare la gerarchia, a mostrarla per quel che è, ma la produce al momento stesso in cui si effettua. Non appena allungo la mano per stringere quella del mio interlocutore, sto instaurando con lui una differenza di rango: dove io, che do la mano, divengo superiore a lui, che la riceve. Come ribadiva Norbert Elias, niente di più mellifluo delle buone maniere. Dietro l’apparenza di un formalismo fine a se stesso, tanto arbitrario quanto connaturato, si cela la forza del segno, la sua capacità performativa. Tanto più potente quanto più inconsapevole, inconscia. 

 

 


Tornando a oggi, cosa potremmo osservare in queste nuove (o rinnovate) forme di saluto che l’emergenza sanitaria di distanziamento sociale sta producendo? Con buona probabilità, potremmo opporre i saluti metaforici a quelli metonimici, ossia i gesti che ne sostituiscono altri, di fatto impoverendoli, e quegli altri movimenti del corpo che accadono per così dire da soli, spostando l’asse del corpo, modificandone il senso, e ponendo così nuove forme di relazione reciproca. Nella prima categoria metterei i gomiti e i piedi che si toccano, banale sostituto della stretta di mano; essi dicono “vorrei stringerti la mano, capisco che anche tu vorresti lo stesso, ma è pericoloso, dunque ripieghiamo sui gomiti, ah ah”.

 

Insulsa spiritosaggine. Nella seconda metterei invece il ritorno, il più delle volte appena accennato, dell’inchino, accompagnato talvolta da uno sguardo intenso verso gli occhi altrui, là, sopra la mascherina. In questo caso, è come se il corpo provasse a reagire al divieto di toccarsi, e si protendesse verso l’interlocutore con una spontaneità piena di simpatia, di ossequio, forse di stima. Qui l’inchino non sostituisce l’abbraccio ma lo devia verso qualcosa di diverso: istituisce una reciprocità, prova a cancellare le gerarchie, fa riaffiorare l’affetto. È in atto qualcosa di molto simile a ciò che osservava Barthes, in L’impero dei segni, a proposito dell’estremo formalismo degli inchini giapponesi, dove la curvatura dei due corpi non indica prostrazione ma disegna nello spazio un rispetto reciproco, una deferenza di entrambi verso il codice comune, la cultura condivisa.

Dettagli? Sì, certo: ma estremamente importanti. Da annotare nella lista di cose che questa funesta pandemia ci sta insegnando, sperabilmente migliorandoci.

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