Scarabocchio linguaggio del sogno

Dal 18 al 20 settembre torniamo con Scarabocchi: distanti e cauti con il nostro festival a Novara. Lo abbiamo pensato con lezioni online e laboratori, per bimbi sopratutto, in presenza. Per esserci. con i corpi, che è il tema di questa edizione. Qui il programma.

 

Il grande grafologo svizzero Max Pulver diceva che i paraffi, ossia tutti quei gesti accessori che spesso notiamo nelle firme (ghirigori, sottolineature, spirali, lacci, tratti avvolgenti o svolazzanti), “sono tanti quante sono le menti che li escogitano”.

Si può affermare la stessa cosa per lo scarabocchio, ossia per quel piccolo gesto spontaneo lasciato sulla carta più o meno distrattamente, traccia imprecisa o mini-disegno, che appartiene a molti di noi.

Ma il paraffo della firma si fissa e si ripete in una gestualità stereotipata, che rimane pressoché uguale nel tempo (la firma infatti cambia molto più lentamente della scrittura estesa), mentre lo scarabocchio, da vera “immagine emotiva”, si rinnova continuamente, al ritmo dei nostri pensieri e dei nostri umori, fedele e immediata registrazione del nostro stato d’animo.

Traccia veloce e dinamica che si espande libera sul foglio, divagazione grafica sfuggente e quasi inconsapevole o gesto posato che crea ordinate e ripetute geometrie, talvolta breve abbozzo figurativo, o ammiccante suggerimento di noi stessi, sempre questo automatismo grafico è parte preziosa di un patrimonio di memorie e, nella sua immediatezza, parla e racconta.

Racconta di noi, del nostro modo di essere e di comunicare, dei nostri desideri e delle nostre ansie, dei nostri ricordi e delle nostre aspettative.

 

 

E ogni scarabocchio ha il suo linguaggio, un codice segreto, enigmatico e complesso.

È un linguaggio difficile, affascinante e ambiguo, che non obbedisce alla logica: è lo stesso del sogno e dell’Inconscio.

Linguaggio del sogno perché, come il sogno, anche lo scarabocchio deriva dalle libere associazioni che il cervello immaginativo continuamente crea, e risente fortemente della situazione che stiamo vivendo.

Linguaggio dell’Inconscio perché lo scarabocchio è, in se stesso, un contenitore di emozioni profonde che emergono e prendono vita sulla carta senza il filtro, né la censura, della mente razionale.

Da qui il suo valore non soltanto psicologico ed espressivo, ma liberatorio, creativo e anche salutare, dal momento che è dimostrato che “scarabocchiare fa bene”: è come adottare una ricetta anti-stress che allenta la tensione, stempera l’ansia, stimola l’immaginazione. Infatti Jung consigliava lo scarabocchio come attività piacevolmente distensiva in caso di insonnia.

 

 

Con il mio libro ho voluto accompagnare il lettore in un vero e proprio viaggio tra le tante piccole “storie personali” che lo scarabocchio racconta e farlo entrare in contatto con una delle espressioni più interessanti, libere e intuitive di se stesso: una gestualità grafica carica di simboli, di cui spesso si trascura, si sottovaluta o si fraintende la singolare e insospettata bellezza.

Esistono molti ottimi lavori dedicati allo scarabocchio, che però si rivolgono soprattutto al mondo del bambino. Per il bambino lo scarabocchio è una tappa fondamentale del suo sviluppo, sia grafomotorio che cognitivo: il piccolo scarabocchia per prendere confidenza con lo strumento e lo spazio, si prepara alla scrittura, si misura con abilità nuove, soprattutto lascia una traccia visiva di se stesso. 

Raccomando sempre alle mamme di conservare gelosamente i primi scarabocchi dei loro bambini: quei tracciati spontanei rispondono a una gestualità ancestrale, remotissima, universale, quella che ha concesso all'uomo primitivo di lasciare un'impronta, una testimonianza della propria esistenza.

 

Per l'adulto lo scarabocchio è invece, paradossalmente, un cammino a ritroso: è risalire alla scoperta delle primissime tracce, di cui può ritrovare intatto il significato e lo stupore.

E agli adulti curiosi che ancora cercano il piacere del segno e subiscono il fascino dei tracciati liberi ho voluto dedicare il mio lavoro: soprattutto a coloro che vogliono smettere per un attimo di essere “persone grandi” e “fermarsi a giocare” un pochino con i loro scarabocchi.

 

Il punto di partenza, naturalmente, è il foglio.

Ma attenzione: il foglio non è mai un semplice foglio di carta. 

È un universo, uno spazio bianco, aperto, senza margini né confini, se non quelli che noi stessi ci imponiamo. 

Simbolicamente il foglio bianco che ci sta davanti rappresenta il nostro ambente: è qui che scrivendo, disegnando o scarabocchiando, proiettiamo noi stessi.

Quel supporto neutro e accogliente è un mondo che può ospitare fluide tracce di dinamismo puro, onde di un oceano, spirali infinite che sembrano danzare, annerimenti e ripassi carichi d’ansia, morbidi profili appena accennati, forme astratte che diventano paesaggi… oppure può farsi contenitore complice e silenzioso, ingombro di oggetti amati, talvolta sovraccarico di ricordi e di emozioni che si accumulano come in uno scrigno di cui si è perduta la chiave. 

Uno scrigno che contiene e protegge una parte dimenticata di noi stessi.

Dimenticata perché forse troppo lontana, e confinata in quella stanza remota dove dormono le memorie magiche dell’infanzia, le forme scrittorie di base, le prime esperienze creative, i “disegni” dei grandi simboli con cui siamo maggiormente in sintonia: la curva, l’angolo, la croce, il cerchio, la spirale, la conchiglia, la coppa, la freccia, il triangolo, la grata, il labirinto, l’albero, il fiore …

 

 

E ancora lo scarabocchio può farsi occasione di un piccolo gioco, qualora volessimo abbandonarci, con curiosità e senza preconcetti, alle suggestioni che il “Test dello scarabocchio” può regalarci.

Basta prendere una matita morbida e scarabocchiare su un foglio bianco al cui centro avremo scritto il nostro nome (anche sotto forma di breve sigla), in maniera che il nome venga a fare parte dello scarabocchio stesso.

Partiamo da un punto qualsiasi e facciamo semplicemente scorrere la mano sulla carta, per un minuto circa, lasciandoci sorprendere da quello che vedremo emergere sul foglio.

Saranno solo tracce di puro movimento, oppure oggetti, persone, animali, schizzi? 

Prenderanno possesso di tutto lo spazio del foglio, in una espansione di vitalità spontanea? Oppure ne occuperanno solo una parte? 

E dove saranno collocati? Nella parte destra del foglio, verso un futuro carico di possibilità e di aspettative, o resteranno invece confinati nella parte sinistra, zona del passato, dell’universo protettivo e femminile?

Si slanceranno verso l’alto, nello spazio del mentale, verso la fantasia, o magari le illusioni? Oppure ascolteranno il richiamo della concretezza e occuperanno la zona bassa, concentrandosi sulla fisicità, o forse sulla suggestione dimenticata dell’istinto?

Saranno gli scarabocchi leggeri, delicati, quasi evanescenti di una natura sensibile o forse sfuggente? O saranno le tracce incisive, forti e assertive di un temperamento energico e vitale?

 

Il test si legge in base alla qualità del tratto e al “simbolismo dello spazio”: uno schema che la grafologia utilizza per interpretare la scrittura, il disegno e ogni traccia grafica, anche minima, scarabocchio compreso.

Quello dello scarabocchio è un test proiettivo che, al di là del suo lato giocoso, può rivelarsi sorprendente. 

Come sorprendenti possono essere le parole che il nostro inconscio pronuncia – sommessamente – con la voce dello scarabocchio.

 

 


 

“Con la nascita della scrittura nasce la storia”: questo è quanto, da sempre, ci viene insegnato.

Ma io penso che questa affermazione si riferisca alla storia con la “S” maiuscola, quella codificata dai testi, elaborata e raccontata dagli studiosi, imparata sui libri di scuola … ma c’è anche un’altra “storia”, più personale, più emotiva, più profonda, e ancora più remota.

È una “storia” che nasce ancora prima dell’invenzione della scrittura, quando l’uomo scopre che può lasciare un “segno” per confermare la sua realtà di essere vivente, per celebrare una conquista, per propiziarsi un dio, per raccontare un rito, per affidare alla benevolenza del tempo la sopravvivenza di una memoria: e questa è la “storia” legata alla meraviglia della traccia.

“Meraviglia” nel vero senso della parola: mirabilia come qualcosa che possiamo ammirare con stupore, sorpresa ed emozione. Lo stesso stupore dell’uomo primitivo, lo stesso stupore del bambino di fronte alle sue prime “creazioni” grafiche, ai suoi primi “scarabocchi” …

Lo scarabocchio è questo: meraviglia. Ce ne siamo forse dimenticati? 

Ci siamo dimenticati di questo stupore, di questa emozione? 

Abbandonandoci al piacere di scarabocchiare li ritroveremo. 

 

Per apprezzare il fascino dello scarabocchio bisogna smettere, almeno per un attimo, di essere “grandi”, e lasciar vivere quella parte di noi che sa stupirsi ed emozionarsi di fronte a una traccia, indipendentemente dalla sua bellezza e dal suo significato, per il semplice fatto che questa traccia c’è: possiamo amarla e conservarla perché sicuramente ci somiglia, resterà a segnare un momento che mentre parliamo è già passato, e non sarà mai più uguale.

C’è un racconto che tutti abbiamo letto, Il piccolo principe di Antoine de Saint Exupéry: proviamo a ricordare quante difficoltà abbia incontrato l’autore all’età di sei anni cercando di far capire alle persone “grandi” che il suo primo prezioso disegno non era, come sembrava, “un cappello”, ma “un boa che digerisce un elefante”.

Nessuno degli adulti a cui lo mostrava riusciva a vederlo: ma, si sa “bisogna sempre spiegargliele le cose, ai grandi…”

 

Gli scarabocchi delle fig. 1 – 2 e 3 sono tratti da Alessandro Rizzitano,  Scarabunculus, Youcanprint, 2020.

Le fig. 4 – 5  e 6 sono tratte dal mio libro Lo scarabocchio, 2018, edizioni Amrita.

La copertina è tratta da Antoine de Saint Exupéry, Il piccolo principe.

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