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Serge Latouche, Come reincantare il mondo

In quanti modi e da quante voci dobbiamo ancora sentirci dire che stiamo percorrendo una strada sbagliata che non porterà a niente di buono? I profeti, specie quelli che annunciano sventura se non si cambia rotta, hanno fatto tutti una brutta fine. È molto più piacevole seguire le sirene del buon umore che con i loro canti fascinosi e confortanti ci distraggono e ci trattengono ad ascoltarle, dimentichi della nave, del mare burrascoso, di dove volevamo andare. Cassandra non piace a nessuno, però dice la verità. Come i bambini, ottusi e ignavi, di cui si è detto "Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto" (Lc 7, 32), ascoltiamo scienziati, filosofi, papi che ci chiedono di aprire gli occhi, di cambiare mentalità, di fare scelte diverse da quelle che abbiamo fatto finora, più generose, innovative, audaci. Ma restiamo chiusi e fermi in un immobilismo inspiegabile e incosciente, per caparbia volontà di non cambiare o, forse più spesso, per rassegnazione. È curioso vedere quanto siamo creativi nell'inventare di tutto, e quanto invece sembra ci manchi la fantasia nel mettere in atto dei cambiamenti per un sistema che scricchiola sempre di più, e da sempre più parti. Forse è la determinazione a mancarci, forse ancora non riusciamo a credere davvero che sia necessario farlo. Cambiare il mondo non è facile, non si può negarlo; e certo non si può cambiarlo dall'oggi al domani. L'immenso transatlantico su cui abitiamo non riesce a spostarsi velocemente, però deve scegliere una nuova rotta e lentamente, progressivamente ma decisamente seguirla. Dovremmo muoverci così se non vogliamo schiantarci contro rocce che chiunque non sia cieco riesce già a vedere all'orizzonte. Sempre più voci, specie di questi tempi, si alzano per cercare di soverchiare il canto delle sirene; voci più simili a quelle dei profeti, che mentre annunciano una minaccia indicano anche una via per evitarla, che non a quelle di desolate Cassandre le quali vedono il baratro ma nessuna via alternativa. C'è sempre una via, e se non è davanti a noi, vuol dire che bisogna girarsi e tornare un po' indietro. 

 

L'economista e filosofo francese Serge Latouche, autore di molti libri sul tema della decrescita o, come preferisce definirla, della "acrescita", presentando recentemente il suo ultimo libro La decrescita e il sacro (Bollati e Boringhieri), ha spiegato che con la parola decrescita, che per alcuni suona come una bestemmia e per altri come un'utopia, vuole indicare l'unica strada rimasta percorribile, per quanto sconosciuta, verso il futuro. Si tratta, spiega, di uno slogan per affermare la volontà di cambiare il sistema economico, non di mandarlo in blocco. Esprime il desiderio di inventare una via alternativa, un cambiamento del modo di produrre e di consumare, ma anche di pensare e immaginare il sistema capitalistico. In questo libro – un pamphlet piuttosto che un saggio – Latouche istituisce una relazione tra il sacro e la decrescita che parte in negativo: contro la religione dell'economicismo e dello sviluppo propugna una forma laica di ateismo. Però, come vedremo, ciò comporterà una sorta di sacralizzazione del loro contrario, ovvero della decrescita.  

 

 

Non c'è dubbio che il mondo di oggi, afferma Latouche, abbia fondato una nuova religione laica, intesa come “insieme di credenze condivise che legano una determinata comunità", incentrata su una fede assoluta nell'econonomia e nella crescita illimitata. Una religione, prosegue, che si è dimostrata ingannevole, perché da tempo è evidente come una crescita senza limiti sia impossibile mantenendo al contempo un equilibrio internazionale, limitando le sperequazioni tra i popoli e i ceti sociali che spingerebbero le ineguaglianze fino all'estremo e finirebbero col distruggere la Terra stessa. Questa perniciosa e falsa religione, secondo Latouche, si combatte contrapponendole una nuova forma di ateismo che, prima di tutto, neghi il dogma dell'economia come dato di fatto appartenente alla natura – dunque transculturale, coesistente all'umanità e inalterabile – e il suo corollario fondamentale che afferma la crescita senza limiti. Per questo motivo, dopo avere svelato attraverso quali meccanismi si è arrivati alla sacralizzazione del sistema economico capitalista (sui quali non ci soffermiamo in quanto sono sostanzialmenti gli stessi individuati da Luigino Bruni nel suo saggio Il capitalismo e il sacro del quale abbiamo trattato su queste pagine recentemente e a cui rimando chi ne voglia sapere di più), Serge Latouche, che definisce se stesso "un obiettore di crescita", considera un compito fondamentale procedere con decisione alla desacralizzazione dell'economicismo e del progressismo, ovvero delle due teorie che mettono al centro di tutto l'economia e il progresso.

 

In Come reincantare il mondo. La decrescita e il sacro l'autore ha raccolto alcuni articoli pubblicati negli ultimi anni su diverse riviste, da qui il suo tono giornalistico, a tratti quasi troppo polemico, che lo fa rientrare, come abbiamo detto, più nella categoria del pamphlet che del saggio. L'argomentazione, infatti, qui cede il passo alla volontà di esporre vivacemente, talvolta ad effetto, le proprie tesi. Nella prima parte, l'autore racconta come è avvenuta la sacralizzazione dell'economia, come è nata la fede nella mano invisibile del mercato e come "l'economia, il progresso, la crescita e lo sviluppo" siano assurte a leggi di natura. A tale proposito Latouche applica la sagace osservazione di Marc Twain "quando si ha un martello in testa si tende a vedere tutti i problemi in forma di chiodi" agli uomini e donne di oggi i quali "hanno sicuramente un martello nella testa che si chiama economia, e d'incanto tutti i problemi vengono visti come problemi economici". Non c'è e non si può nemmeno immaginare un mondo in cui l'economia abbia un peso diverso, sarebbe come pensare a un mondo contro natura.  Il cuore del sistema capitalista, la divinità contemporanea al cui culto nessuno oserebbe sottrarsi, è il mito del progresso, capace di accendere la fantasia al punto da mettere in moto, a sua volta, le divinità ancillari: tecnica ed economia. Tutto ciò alimenta la pericolosa illusione di un "accrescimento indefinito … possibile e praticabile" e che, in quanto miglioramento, questo sia una buona cosa. Il mito dell'abbondanza, riducendo tutto a quantità di Pil, fa scomparire la nozione di progresso materiale distinto da progresso morale, cosicché alla fine "il bello, il buono e il bene si fondono nell'utile", inteso non tanto nel senso di ciò che serve, ma nel senso monetario di guadagno economico. Ecco dunque completato il processo mentale attraverso cui "la crescita è diventata sacra e l'economia la nostra religione".

 

Nella seconda parte del pamphlet, Latouche riprende una durissima critica all'enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate. Accostando l'atteggiamento del pontefice a quello dell'Inquisizione che utilizzava la tortura raccomandando "che sia fatta senza odio" e a fin di bene, accusa di ipocrisia la Chiesa sintetizzando con superficialità: "l'economizzazione del mondo dunque può essere realizzata nel segno della carità. È la grande riconciliazione tra Dio e Mammona". Basta leggere l'enciclica per capire quanto sia scorretto liquidarla così sommariamente. Tutt'altro tono usa Latouche commentando l'enciclica di Francesco, Laudato si', "enciclica francescana (e gesuitica)" che dice di avere affrontato inizialmente con scetticismo senza tuttavia esserne rimasto deluso. Nonostante tutti i limiti connessi al fatto di essere un Papa e un gesuita – "Francesco rimane molto gesuita", sostiene – riconosce che la "considerazione dell'ambiente e l'assunzione decisa dei problemi ecologici segnano un cambiamento radicale nell'atteggiamento della Chiesa di Roma", e che "in Laudato si' c'è una visione esatta della crisi ecologica, una diagnosi lucida della situazione, un'analisi approfondita delle sue cause, un'indicazione dei responsabili e una proposta di rimedi".

 

Infine, Latouche pone un'ultima questione: se progressismo ed economicismo sono una religione, per liberarsene occorre un nuovo ateismo. O, come risulterà alla fine del discorso, una nuova religione che conservi il senso del sacro, ma sia priva di divinità. Infatti "la principale difficoltà di realizzare il progetto di una società della decrescita non può essere risolta con l'argomentazione, per quanto convincente possa essere"; non basta che la gente sappia e capisca che le risorse del pianeta non sono inesauribili, e non è sufficiente neppure riconoscere teoricamente l'inaccettabilità della sperequazione tra i tenori di vita delle diverse parti del mondo. Insomma, siccome l'uomo è fatto di passioni e desideri, l'intelligenza non basta a convincerlo alla rinuncia. Alla "religione della crescita" bisogna opporsi con "una sorta di conversione di massa". Ma a cosa? Storicamente ogni tentativo di contrapporre alla religione teista una alternativa laica è fallito, spiega Latouche, perché "il cemento delle convinzioni condivise non è sufficiente a colmare le crepe dovute alle rivalità personali, i conflitti di genere o i conflitti generazionali. Le esperienze che durano più a lungo … hanno una dimensione quasi religiosa". Dobbiamo allora combattere la religione della crescita con un'altra religione? Abbiamo bisogno di sostituire alla fede nell'economia, al culto del denaro, al rituale dei consumi, altri riti, altre favole e nuovi miti, magari tornare ad adorare la natura, come stanno facendo alcuni movimenti, si domanda Latouche? E risponde di sì: dovremmo sacralizzare la natura però senza attribuirle alcun carattere soprannaturale.

 

Tuttavia, precisa, e questa volta è lui ad essere piuttosto gesuitico, "non rifiutiamo di unire l'azione di chi crede nel cielo a quella di chi non ci crede". E la sua risposta francamente non è all'altezza dei problemi messi in campo, forse perché temi di questa portata non si prestano a essere affrontati in articoli di giornali i quali non consentono l'approfondimento che la loro serietà richiede. Ma in questo caso, la mancaza di profondità nell'argomentazione finisce per alimentare la superficialità e i luoghi comuni, senza aiutare la comprensione delle questioni e la possibilità di trovare soluzioni praticabili ai problemi. Il pamphlet di Latouche, tuttavia, li mette chiaramente in evidenza e non può lasciare indifferenti. E già questo non è poco.

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