Slavoj il folle, Slavoj il saggio

A – Buon giorno, B, come stai? Io sto in casa e mi tengo impegnato leggendo l’ultimo repentino libro di Žižek, Virus

(trad. it. V. Salvati e F. Ferrone, Ponte alle Grazie, 2020, p. 46).

B – Sì, anch’io. A proposito dei “cinque stadi” di cui parla, all’inizio – dalla “negazione” iniziale all’“accettazione” finale –, mi ci ritrovo a proposito della situazione attuale, ma non capisco bene a quale stadio ci troviamo, direi la “negoziazione” … tra il nostro bisogno di uscire e il senso della realtà che forse non abbiamo ancora accettato…

 

A – Hai detto bene, la parola “realtà” mi pare la questione chiave di questo libretto. Ma devo superare un dubbio a proposito della posizione del nostro. Hai presente Deleuze quando parla dei ragni? Osserva che il ragno ha un solo senso enormemente sviluppato – come la zecca, insetto che suscita altrettanto interesse. Nel caso del ragno è il tatto. E il senso del tatto nel ragno è abnormemente esteso all’ambiente in cui vive, la tela. Il ragno percepisce la minima vibrazione della tela all’impatto con l’insetto e vi si precipita, avvolgendolo mortalmente con i suoi fili.

 

B – E dunque?

 

A – Dunque, a me pare, con il massimo rispetto, che certi pensatori siano per così dire dei pensatori-ragno: si precipitano sull’occursus e lo avvolgono con le spire della propria inesorabile rete concettuale. Alcuni sembrano farlo per poter dichiarare trionfalmente: ecco, vedete? Ve l’avevo detto! Altri, pare, perché così possono integrare l’occursus nella propria rete, allargandone la portata. Così mi pare faccia Žižek, animato dalla sua irresistibile pulsione alla scrittura. La teoria come strumento per catturare un infinito numero di accadimenti eterogenei, dalla cronaca alla narrazione alla storia della filosofia – fino alla catastrofe, avvenuta o annunciata o in corso, come in questo caso.

 

B – Mi vengono in mente due episodi: uno è il precedente di Baudrillard in occasione della distruzione delle Twin Towers, un articolo su “Le Monde rapidamente trasformato in un instant book. L’altra figura è quella di Derrida, che raccontava della propria pulsione o costrizione alla scrittura: una volta stava scrivendo un appunto mentre guidava l’auto, e rischiò l’incidente.

 

A – “Pulsione”, “costrizione”: siamo dalle parti di Lacan. Il godimento come pulsione ripetitiva, “non posso farne a meno”. Ma tutta questa fretta mi lascia perplesso. E allora la filosofia come nottola di Minerva che appare sul far del crepuscolo, come diceva Hegel, dove va a finire? Insomma, mi pare una violazione del tempo che il pensiero si deve dare rispetto alla cronaca, non trovi?

 

B – Tu pensi che questa precipitazione, questa tempestività estrema, questa fretta di aggredire l’accadimento sia, paradossalmente, intempestiva? Ma non tieni conto che la sfera pubblica è ben cambiata dai tempi di Hegel: allora ci si scriveva con carta e penna e le comunicazioni viaggiavano a cavallo, oggi il tempo reale dei media arriva a intaccare proprio i caratteri della sfera pubblica moderna e dei suoi tempi di riflessione! Eppure, nel momento stesso in cui noi due ci parliamo, partecipiamo, in modo frammentario, alla rete virtuale di quella che Habermas a suo tempo chiamava Oeffentlihkeit, “sfera pubblica”. Allora dobbiamo decidere: o la sfera pubblica moderna non esiste più, è fagocitata dai media, è diventata totalmente immaginaria e ideologica, oppure questo spazio, benché mutato, esiste, un terreno di scambio simbolico esiste e allora anche questa è una forma per quanto modesta di partecipazione. E poi, mi pare che tu dimentichi che a volte certi interventi tempestivi, certe risposte all’urgenza, hanno pur prodotto opere significative. Insomma, dove lo metti Guernica? E i diari della peste di Daniel Defoe? 

 

A – Sì, certo, allora Žižek, e questo è sorprendente, sembra condividere proprio la posizione moderna: la “sfera pubblica” sarebbe la forma del legame simbolico che occorre mantenere… Eppure mi resta il dubbio che questa specie di “filosofia dell’occasione” sia per lo meno ambigua, abbia qualcosa… potremmo definirla una mancanza di stile? Forse, all’opposto, non bisognerebbe farsi sfuggire l’occasione di tacere. O, come diceva quel tale, “se qualcuno ha qualcosa da dire si alzi in piedi e stia zitto”. 

 

B – Ti sbagli: invece occorre parlare, non possiamo tacere. Occorre accettare la discussione. E comunque anche in questo Virus vedo all’opera, come sempre in Žižek, un’intelligenza straordinaria. Come dice Terry Eagleton, “un’intelligenza da togliere il fiato, come un Socrate sotto steroidi”. E infatti quando leggo Žižek, spesso mi manca il fiato, non è cosi? 

 

A – È davvero così, e questo è parte della sua ambiguità. Appunto, Žižek non si contiene, non può farne a meno: oggi appare una nuova sua intervista… Vorrei a questo punto richiamare lo Žižek pensatore originale dell’“epidemia dell’Immaginario”: se l’Immaginario è quella potenza anonima e diffusa che “ci dice come dobbiamo desiderare”, non è proprio questo che sta accadendo nella folla delle interpretazioni che ci vengono proposte dagli Autorevoli, dai Saggi, dai Filosofi? Allora le formule – da quella popolare “andrà tutto bene” a quella colta che recita che “il virus può essere un’occasione per cambiare” sembrano due modalità complementari. In ogni caso, implicano sempre un’indicazione “morale”, una implicita o esplicita forma del “dovremmo…”. Una forma di prescrizione.

 

B – Insomma la fretta di precipitarsi sull’occursus e la forma prescrittiva sarebbero coerenti tra loro … però qui mi pare di notare un cambiamento di stile: proprio nell’urgenza, la sua scrittura sembra più lineare, più distesa, meno esplosiva. Come dicevi pare che “realtà” sia la parola-chiave del discorso di Žižek, come una costante. All’inizio troviamo affermazioni davvero sorprendenti se pensiamo allo Žižek cui siamo abituati: “soltanto la fiducia reciproca tra la gente e lo Stato può essere efficace (…) servono solidarietà e una risposta coordinata su scala globale” (pp. 13 e 19). E ancora, nel quarto paragrafo: bisogna “rafforzare l’unità operativa dell’Europa…” (p. 27). E così via.

 

 

A – Certo. Il culmine paradossale di questa posizione mi pare essere una sorta di dimissione dall’atteggiamento tradizionale di critica dell’ideologia: si oppone “la spinta ideologica” all’isolamento, a una posizione di realtà che consiste nell’accettare “la necessità più che fondata di ricorrere alla quarantena” (p. 28). Allora, e qui emerge il paradosso, non si tratterebbe di criticare l’ideologia, ma di opporre a una cattiva ideologia in tutte le sue forme “un’ideologia buona”, “un virus ideologico più benefico”. Una buona ideologia che appoggia il senso di realtà.

 

B – Sì, e qui riemerge la riproposizione di un Immaginario che faccia legame con il Simbolico: si tratta di “un virus che ci faccia immaginare (sottolineo) una società alternativa”, insomma “una società che vada oltre lo Stato-nazione e si realizzi nella forma della solidarietà globale e della cooperazione” (sottolineo).

 

A – Appunto: ma non è la vecchia eredità universalistica della sfera pubblica del Moderno? Direi che qui siamo dalle parti degli “immaginari sociali moderni” di cui parlava Charles Taylor, con la loro capacità di anticipazione. Ecco lo Žižek dell’“accettazione”: occorre accettare un dato di realtà (non di Reale, ti faccio notare): “il virus è qui per restare” (p. 32). Così emerge una sorta di polarizzazione: i nomi dei due poli del campo intellettuale, chiamiamolo così, sarebbero quelli di Žižek (o magari di Nancy o di Ronchi) e di Agamben – con cui lo stesso Žižek polemizza nell’ultima parte del libretto. Primo polo, maggioritario: accettare “il fatto”, “il dato di realtà” che la gente muore, dunque va rispettata la legge e accettato il suo aspetto costrittivo. Secondo polo: la legge non è altro che una versione aggiornata del dispositivo di controllo, abbinato al dispositivo disciplinare. Corollario della prima opzione: ma comunque può venirne fuori qualcosa di nuovo. 

 

B – Comunque, uno che canta fuori dal coro, come pare fare Agamben, andrebbe sempre ascoltato.

 

A – D’accordo. E aggiungo, a proposito dello stile, che qui Žižek gioca a fare il modesto, finge se stesso come “osservatore comune con dati limitati a sua disposizione”, o come parte di “noi, la gente comune” e prende la parola in questo ruolo. E tuttavia proprio il motivo per cui viene interpellato e invitato a esprimersi rientra nel suo ruolo, diciamo così, istituzionale, di “filosofo”, di persona autorevole – insomma di rappresentante della sfera pubblica attuale. Così vediamo affiorare una figura un po’ sorprendente di Žižek il saggio, che contraddice lo Žižek pensatore folle, cui eravamo abituati. Ovvero, quello a cui NON chiedevamo di essere come noi, di NON esprimersi secondo quello che Kant avrebbe chiamato senso “che tutti abbiamo in comune”, Gemein-sinn. Invece qui emerge una versione autorevole del senso comune che si riflette in uno stile più piano, più semplice. E nell’ultima parte del libretto (“Monitorare e punire? Sì grazie!”) vediamo, nella veste di un autoritario difensore della Legge, lo Žižek che “sceglie” nella triade lacaniana (Immaginario, Simbolico, Reale) la parte del Simbolico e l’equazione Simbolico = rispetto della Legge. C’è una concordanza un po’ sorprendente con affermazioni “realiste”, come per esempio quella di Gian Antonio Stella sul Corriere del 16 marzo, quando scrive che si tratta di “tornare alle parole vere”, al “peso delle cose”. Insomma, direi, dunque al “senso della realtà”. È davvero sorprendente questa confluenza sul moderatismo da parte di un pensatore estremo!

 

B – Sì, ma non gli manca l’occasione per esibirsi in una delle sue affermazioni paradossali, ovvero che il rispetto degli Universali del Moderno, come la Democrazia, oggi è l’unico modo per essere davvero rivoluzionari, insomma per andare nella direzione… del Comunismo! È comunista, dichiara, chi capisce che le libertà democratiche “si possono preservare solo attraverso cambiamenti radicali” (p. 34). Ne consegue che i veri radicali sarebbero proprio i “progressisti moderati”… 

 

A – …e che il comunismo si realizzerebbe nella forma di una radicalizzazione della democrazia! Lo Žižek estremo, paradossale, riemerge anche in una sorta di guizzo verso la fine, quando in poche righe accumula la definizione del nemico, il virus, come il non-morto, o “la vita colta nella stupidità apicale della ripetizione e moltiplicazione” e aggiunge subito dopo un doppio richiamo a Schelling sul “resto … che non potrà mai essere incorporato” e a Hegel sul giudizio speculativo come “identità di infimo e supremo”. Dalla frase hegeliana – l’essere dello Spirito è un osso – Žižek estrae una sorta di ridefinizione del Reale: l’essere dello Spirito è, oggi, un virus.

 

B – Dunque ci sarebbe un tono generale realista – l’accettazione – come filo portante del discorso. E un finale nello stile dello Žižek che conosciamo. Il saggio e il folle. A proposito dell’indecidibilità, che come molti dicono è il nucleo della posizione etica, ricordo che von Foerster diceva che la decisione può essere presa solo in presenza di questioni indecidibili, perché sul decidibile tutto è già stato deciso… 

 

A – Sì, il vero indecidibile riguarda la questione etica che si pone a noi tutti. Se c’è una cosa su cui concordo in particolare è la definizione di filosofia come “l’orientamento fondamentale della vita” (p. 41). Deleuze lo diceva molto meglio quando parlava di Spinoza: “una sola cosa conta, la maniera di vivere”. Allora la questione appunto è etica, pratica: come fare, dopo? Che cosa può dire il filosofo che vada in questa direzione, nella riflessione sulle forme possibili del legame sociale, come dice il mio amico Matteo Bonazzi? La questione certo è la forma del legame. E tuttavia, se il tessuto simbolico è stato distrutto, non si può pensare di ricostituirlo nelle vecchie forme, e la nuova forma non la conosciamo. Allora qui, ora, che significa “fedeltà”? L’unica forma di legame attuale, nell’emergenza, è paradossalmente il non-legame, o come dicono, il “distanziamento sociale” …

 

B – Forse la domanda può avere questa forma: come sarà, come sarebbe, una forma di legame nella distanza stessa – o come ha scritto Esposito, una forma che si contrappone alla “comunità fusionale”. Un legame che parte dalla povertà del niente-in-comune? Ma il come, in un modo che non ricada completamente nei dispositivi, non lo conosciamo. Ci vuole tempo e in questo hai ragione tu. Bisogna vedere se e come sapremo praticare davvero il “nulla sarà più come prima”. Mi pare che il titolo di uno dei libri di Žižek, Benvenuti nel deserto del reale, sia particolarmente appropriato: non sappiamo come può essere un’etica dell’attraversamento del deserto, del vuoto… Lui stesso cita questo suo titolo cambiandolo in “Benvenuti nel deserto virtuale” (paragrafo quattro). E a proposito di comunità fusionale: non ti pare che le bandiere e le canzoni collettive sui balconi, insomma la resistenza, possa trasformarsi in qualcosa di realmente nuovo?

 

A – Vedi che emerge la questione del tempo, come notavo all’inizio? Se parliamo delle forme di resistenza, mi vengono in mente le piazze tunisine, le piazze iraniane. Ma qui il fenomeno nuovo è che questa resistenza, come giustamente la chiami tu, non è contro una forma tradizionale di potere – è contro il morto-vivente, il virus come lo chiama Žižek. E la resistenza, che è certamente una forma di legame sociale, è metastabile, “una meta-stabilità favorevole alla trasformazione”, diceva benissimo Gilbert Simondon. 

 

B – Sì, e dal punto di vista di questo saggio, nella resistenza appare un’alleanza paradossale tra “la gente” e “lo Stato”: è questo che posizioni come quella di Agamben non possono accettare. Mi pare allora che in sintesi l’enunciato di Žižek “il saggio” si possa sintetizzare così: c’è un Immaginario in opera, che può forse preludere a qualcosa capace di incidere e trasformare il Simbolico – insomma una nuova forma di legame sociale, che si spera non sia “fusionale”. E forse proprio questa sarebbe la nuova forma del quinto stadio, l’accettazione della “lezione più scomoda”, come scrive alla fine. Forse sembra la parola decisiva. Ci congediamo qui, e a rivederci al più presto!

 

A – Arrivederci, speriamo al tavolino di un caffè all’aperto invece che chiusi in una stanza davanti al computer.

 

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