Sulla situazione epidemica

Pubblichiamo, in accordo con l’autore, la traduzione italiana di un breve testo di Alain Badiou, dedicato alla pandemia in corso, che ha circolato via mail, prima di essere diffuso in versione spagnola e inglese.

L’interesse di queste considerazioni, che, come sempre in Badiou, non nascondono la loro virtù essenzialmente polemica, ci pare risiedere non tanto nella pretesa dell’analisi proposta di prendere una qualsiasi posizione o nella necessità di riattivare un lessico “rivoluzionario”, quanto piuttosto in quel loro carattere metodologico (“cartesiano”, nelle parole dell’autore) che ci consente di ricentrare il dibattito attuale e assumere, al suo interno, una postura più adeguata. Di fronte alle reazioni scomposte del panorama intellettuale, anche e soprattutto filosofico, a cui abbiamo assistito, l’intervento di Badiou invita a limitare la portata di “novità” ed “eccezionalità” della situazione attuale, scongiurando due atteggiamenti estremi: da un lato quello, vagamente cospiratorio, che porterebbe a minimizzare la pandemia in corso e dall’altro quello, speculare, secondo cui la pandemia sarebbe di per se stessa vettore di un reale cambiamento politico. Piuttosto, a partire da una ricognizione delle contraddizioni che tale congiuntura ha portato alla luce, all’incrocio di scienza e politica, l’urgenza è quella di riflettere sulle condizioni di un cambiamento reale e di ripensarne il concetto stesso, seguendo quella “antica convinzione”, centrale per Badiou sin da L’essere e l’evento, per cui “nessuna velocità storica è incompatibile con la tranquilla volontà di cambiare il mondo”.

(Marco Ferrari e Giovanni Minozzi)

 

 

Ho sempre pensato che la situazione attuale, segnata da una pandemia virale, non avesse nulla di eccezionale. Sin dalla pandemia (anch’essa virale) di AIDS – passando per l’influenza aviaria, il virus Ebola, il virus Sars 1, per non parlare delle diverse influenze, nonché del ritorno del morbillo o delle tubercolosi che gli antibiotici non guariscono più –, sappiamo che il mercato mondiale, combinato all’esistenza di vaste zone sottomedicalizzate e all’insufficienza di una disciplina mondiale in termini di vaccinazioni necessarie, produce inevitabilmente delle epidemie gravi e devastanti (nel caso dell’AIDS, parliamo di diversi milioni di morti). A parte il fatto che la situazione della pandemia attuale stia colpendo, questa volta su vasta scala, l’alquanto confortevole mondo detto occidentale – fatto di per sé privo di qualsiasi significato innovativo e che ha piuttosto dato luogo a deplorazioni sospette e sciocchezze rivoltanti sui social network –, al di là delle misure di protezione evidenti e del tempo che ci metterà il virus a scomparire in assenza di nuovi bersagli, non vedo perché si debba perdere la calma.

 

Del resto, il vero nome dell’epidemia corrente dovrebbe mostrare come essa rientri in qualche modo nel “niente di nuovo sotto il cielo contemporaneo”. Questo vero nome è SARS 2, ossia “Severe Acute Respiratory Syndrom 2”; nominativo che sancisce così un’identificazione “in un secondo tempo”, dopo l’epidemia di SARS 1, che si era diffusa nel mondo nella primavera del 2003. Tale malattia era stata denominata all’epoca “la prima malattia sconosciuta del xxi secolo”. Dunque, è chiaro come l’epidemia attuale non costituisca in alcun modo l’insorgenza di qualcosa di radicalmente nuovo o inaudito. Essa è la seconda del secolo nel suo genere ed è situabile nella sua filiazione. A un punto tale che l’unica critica seria indirizzata, oggi, in maniera predittiva, alle autorità è quella di non avere sostenuto seriamente, dopo la Sars 1, la ricerca che avrebbe messo a disposizione del mondo medico veri e propri strumenti operativi contro la Sars 2.

 

Non ho visto, pertanto, nient’altro da fare che provare, come chiunque altro, a sequestrarmi a casa mia e nient’altro da dire che esortare chiunque altro a fare lo stesso. Rispettare su questo punto una rigorosa disciplina è tanto più necessario in quanto essa costituisce un sostegno e una protezione fondamentale per quanti sono più esposti. Tutti gli operatori sanitari, certamente, che si trovano direttamente in prima linea e che devono poter contare su una solida disciplina, comprese le persone infette. Ma anche le più deboli, come le persone anziane, soprattutto quelle negli EPAD [NdT: Con ogni probabilità, Badiou si riferisce agli EHPAD, Établissements d’Hébergement pour Personnes Agées Dépendantes]. Oppure, tutti coloro che vanno al lavoro e corrono così il rischio di un contagio. Questa disciplina di coloro che possono obbedire all’imperativo di “restare a casa” deve anche trovare e proporre i mezzi affinché chi ha poco o nessun “a casa” possa nondimeno trovare un rifugio sicuro. Qui si può pensare a una requisizione generale degli hotel.  

 

Tali doveri sono, è vero, sempre più impellenti, ma non comportano, almeno a un primo esame, grandi sforzi d’analisi o la costituzione di un pensiero nuovo.

 

Ma ecco che, davvero, leggo e ascolto troppe cose, compreso all’interno del mio entourage, che mi sconcertano per la confusione che dimostrano e per la loro inadeguatezza totale alla situazione – in realtà semplice – nella quale ci troviamo.

 

Queste dichiarazioni perentorie, questi appelli patetici, queste accuse enfatiche, sono di specie differenti, ma hanno tutte in comune un curioso disprezzo della spaventosa semplicità e dell’assenza di verità dell’attuale situazione epidemica. O sono inutilmente servili rispetto ai poteri, che in effetti fanno solamente ciò a cui sono costretti dalla natura del fenomeno. O chiamano in causa il Pianeta e la sua mistica, il che non ci aiuta in alcun modo. O danno la colpa di tutto al povero Macron, che fa solamente – e non peggio di un altro – il suo lavoro di capo di Stato in tempo di guerra o di epidemia. O gridano all’evento fondante di una rivoluzione inaudita, che non vediamo quale rapporto potrebbe intrattenere con lo sterminio di un virus, per affrontare il quale, peraltro, i nostri “rivoluzionari” non posseggono nessun nuovo strumento.  O sprofondano in un pessimismo da fine del mondo. O si esasperano a tal punto che il “prima io”, regola d’oro dell’ideologia contemporanea, non è, in questa circostanza, di alcun interesse, di alcun soccorso, e può anche apparire complice di una continuazione indefinita del male.

 

Si direbbe che la prova epidemica dissolve ovunque l’attività intrinseca della Ragione e obbliga i soggetti a ritornare ai tristi effetti – misticismo, narrazioni, preghiere, profezie e maledizioni – a cui il Medioevo era abituato quando la peste ripuliva i territori.

 

Di conseguenza, mi sento un po’ obbligato a mettere insieme alcune idee semplici. Direi volentieri cartesiane.

 

Conveniamo, per cominciare, di definire il problema, peraltro così mal definito e, dunque, così mal trattato.

 

Un’epidemia è complessa in quanto costituisce sempre un punto di articolazione tra determinazioni naturali e determinazioni sociali. La sua analisi completa è trasversale: bisogna cogliere i punti in cui le due determinazioni si incrociano e trarne le conseguenze.

 

Per esempio, il punto iniziale dell’attuale epidemia si situa, molto probabilmente, sui mercati nella provincia di Wuhan [NdT: In realtà, Wuhan non è una provincia, ma una città sub-provinciale della Cina, capoluogo e città più popolosa della provincia di Hubei]. I mercati cinesi sono noti, ancora oggi, per la loro pericolosa sporcizia e per il loro gusto inarrestabile per la vendita all’aria aperta di ogni genere di animale vivente accatastato. È da lì che il virus si è trovato, a un certo punto, in una forma animale a sua volta ereditata dai pipistrelli, in un ambiente popolare molto denso e con un’igiene rudimentale.

 

La spinta naturale del virus da una specie all’altra transita così verso la specie umana. In che modo, esattamente? Ancora non lo sappiamo e solo le procedure scientifiche ce lo diranno. Stigmatizziamo, per inciso, tutti coloro che lanciano, dalle reti Internet, favole tipicamente razziste corroborate da immagini manipolate, secondo le quali tutto sarebbe scaturito dal fatto che i Cinesi mangerebbero pipistrelli quasi vivi...

 

Questo transito locale tra specie animali fino ad arrivare all’uomo costituisce il punto d’origine di tutta la faccenda. Solo allora entra in gioco un fatto fondamentale del mondo contemporaneo: l’accesso del capitalismo di Stato a un rango imperiale, vale a dire una presenza intensa e universale sul mercato mondiale. Da qui, innumerevoli reti di diffusione, prima che, chiaramente, il governo cinese fosse in grado di confinare totalmente il punto d’origine – di fatto, una provincia intera, quaranta milioni di persone –, cosa che alla fine riuscirà a fare con successo, ma troppo tardi affinché all’epidemia fosse impedito di diffondersi per le vie – gli aerei, le navi – dell’esistenza mondiale.

 

 

Un dettaglio rivelatore di ciò che definisco la doppia articolazione di un’epidemia: oggi, Sars 2 è arginata a Wuhan, ma vi sono numerosi casi a Shangai, dovuti prevalentemente a persone, cinesi in generale, provenienti dall’estero. La Cina è, pertanto, un luogo in cui si osserva l’annodamento, per una ragione arcaica, e poi moderna, tra un crocevia natura-società su mercati maltenuti, di forma antica, causa della comparsa dell’infezione, e una diffusione planetaria di questo punto d’origine, trasportata, essa, dal mercato mondiale capitalista e dai suoi spostamenti, tanto rapidi quanto incessanti.

 

Dopo di che, si entra nella tappa in cui gli Stati cercano, localmente, di arginare questa diffusione. Notiamo, per inciso, che questa determinazione rimane fondamentalmente locale, mentre l’epidemia, essa, è trasversale. Nonostante l’esistenza di alcune autorità transnazionali, è evidente che sono gli Stati borghesi locali a essere sulla breccia.

 

Siamo qui di fronte a una delle contraddizioni principali del mondo contemporaneo: l’economia, compreso il processo di produzione di massa di manifattura, rappresenta un mercato globale. Sappiamo che la semplice fabbricazione di un telefono cellulare mobilita manodopera e risorse, anche minerarie, in almeno sette stati diversi. Ma d’altra parte, i poteri politici rimangono essenzialmente nazionali. E la rivalità degli imperialismi, vecchi (Europa e USA) e nuovi (Cina, Giappone...), proibisce qualsiasi processo di uno Stato capitalista mondiale. L’epidemia è anche un momento in cui questa contraddizione tra economia e politica è flagrante. Perfino i paesi europei non riescono ad adeguare per tempo le loro politiche nei confronti del virus.

 

In preda a questa contraddizione, gli stessi Stati nazionali cercano di affrontare la situazione epidemica rispettando il più possibile i meccanismi del Capitale, anche se la natura del rischio li obbliga a modificare lo stile e gli atti del potere.

È noto da tempo che in caso di guerra tra i Paesi, lo Stato deve imporre notevoli vincoli, non solo ovviamente alle masse popolari, ma anche ai borghesi stessi, per salvare il capitalismo locale. Delle industrie possono venir quasi nazionalizzate a vantaggio di una sfrenata produzione di armi che, sul momento, non produce alcun valore aggiunto monetizzabile. Molti borghesi vengono mobilitati come ufficiali ed esposti alla morte. Gli scienziati cercano notte e giorno di inventare nuove armi. Molti intellettuali e artisti sono tenuti ad alimentare la propaganda nazionale, etc. 

 

Di fronte a un’epidemia, questo tipo di riflesso statale è inevitabile. Ecco perché, contrariamente a quanto si dice, le dichiarazioni di Macron o Philippe sullo Stato che improvvisamente torna a essere “provvidenza”, sulla spesa per sostenere le persone senza lavoro, o i lavoratori autonomi i cui negozi vengono chiusi, impegnando cento o duecento miliardi di denaro dello Stato, l’annuncio stesso delle “nazionalizzazioni”: tutto questo non è né sorprendente, né paradossale. Ne consegue che la metafora di Macron, “siamo in guerra”, è corretta: guerra o epidemia, lo Stato è costretto, a volte spingendosi oltre il normale gioco della sua natura di classe, a mettere in atto pratiche al contempo più autoritarie e più globali nel loro intento, per evitare una catastrofe strategica.

Questa è una conseguenza perfettamente logica della situazione, il cui scopo è quello di arginare l’epidemia – vincere la guerra, per usare la metafora di Macron – nel modo più sicuro possibile, pur rimanendo all’interno dell’ordine sociale stabilito. Non è affatto una commedia, è una necessità imposta dal diffondersi di un processo mortale che incrocia la natura (da qui il ruolo eminente degli scienziati in questa materia) e l’ordine sociale (da qui l’intervento autoritario, e non può essere altrimenti, dello Stato). 

 

Che in questo sforzo appaiano grandi carenze è inevitabile. Così la mancanza di maschere protettive o l’impreparazione rispetto all’entità del ricovero in ospedale. Ma chi può davvero vantarsi di aver “previsto” questo genere di cose? Per alcuni aspetti, lo Stato non aveva previsto la situazione attuale, è vero. Si può addirittura dire che, avendo indebolito per decenni il sistema sanitario nazionale, anzi tutti i settori dello Stato che erano al servizio dell'interesse generale, esso abbia piuttosto agito come se nulla di simile a una pandemia devastante potesse colpire il nostro Paese. Cosa di cui è pienamente colpevole non solo nella sua versione Macron, ma in quella di tutti coloro che lo hanno preceduto per almeno trent’anni.

 

Ma è comunque corretto affermare qui che nessun altro aveva previsto, o addirittura immaginato, lo sviluppo in Francia di una pandemia di questo tipo, tranne forse qualche scienziato isolato. Molti probabilmente pensavano che questo tipo di scenario si addicesse all’Africa tenebrosa o alla Cina totalitaria, ma non all’Europa democratica. E non sono certo i gauchiste – o i Gilets Jaunes, o anche i sindacalisti – ad avere un particolare diritto di perdersi in discorsi di qualche tipo su questo punto, e di continuare a fare clamore per Macron, da sempre bersaglio del loro scherno. Anche loro non hanno considerato assolutamente nulla del genere. Al contrario: con l’epidemia già in atto in Cina, hanno moltiplicato, fino a poco tempo fa, raggruppamenti incontrollati e chiassose manifestazioni, che dovrebbero ora impedirgli, chiunque essi siano, di sfilare di fronte ai ritardi delle autorità nel prendere le misure di quanto stava accadendo. In realtà, nessuna forza politica, in Francia, ha davvero preso questo provvedimento prima dello Stato macroniano.

 

Da parte sua, la situazione è tale per cui lo Stato borghese deve far prevalere, esplicitamente e pubblicamente, interessi più generali di quelli della sola borghesia, pur preservando strategicamente, per il futuro, il primato degli interessi di classe di cui questo Stato rappresenta la forma generale. In altre parole, la congiuntura fa sì che lo Stato possa gestire la situazione solo integrando gli interessi della classe, di cui è il procuratore, a degli interessi più generali – e questo a causa dell'esistenza interna di un “nemico” a sua volta generale, il quale può essere, in tempo di guerra, l’invasore straniero, e che è, nella situazione attuale, il virus Sars 2.

 

Questo tipo di situazione (guerra mondiale, o epidemia globale) è particolarmente “neutra” sul piano politico. Le guerre del passato hanno provocato la rivoluzione solo in due casi, per così dire eccentrici rispetto a quelle che erano le potenze imperiali: la Russia e la Cina. Nel caso della Russia, ciò fu dovuto al fatto che la potenza zarista era, a tutti gli effetti e per molto tempo, in ritardo, anche come potenza eventualmente adeguata alla nascita di un autentico capitalismo in quell’immenso paese. D’altra parte, con i bolscevichi, esisteva un’avanguardia politica moderna, fortemente strutturata da leader di rilievo. Nel caso della Cina, la guerra rivoluzionaria interna ha preceduto la guerra mondiale, e il Partito comunista era già, nel 1940, alla testa di un esercito popolare che aveva dimostrato il suo valore. Al contrario, in nessuna delle potenze occidentali la guerra ha portato a una rivoluzione vittoriosa. Anche nel paese sconfitto nel 1918, la Germania, l’insurrezione spartachista fu rapidamente schiacciata.

 

La lezione di tutto questo è chiara: l’attuale epidemia non avrà, in quanto tale, in quanto epidemia, conseguenze politiche rilevanti in un paese come la Francia. Anche supponendo che la nostra borghesia pensi, di fronte al sorgere di lamentele informi e di slogan incoerenti ma diffusi, che sia giunto il momento di sbarazzarsi di Macron, ciò non rappresenterà assolutamente un cambiamento degno di nota. I candidati “politicamente corretti” sono già dietro le quinte, così come i fautori delle forme più ammuffite di un “nazionalismo” obsoleto e ripugnante.

Quanto a noi, che desideriamo un cambiamento reale nei dati politici di questo Paese, dobbiamo approfittare dell’intermezzo epidemico, e persino del – necessario – confinamento, per lavorare a delle nuove figure della politica, al progetto di luoghi politici nuovi e al progresso transnazionale di una terza tappa del comunismo dopo quella, brillante, della sua invenzione e quella interessante, ma infine sconfitta, della sua sperimentazione statale.

 

Bisognerà altresì passare per una critica serrata dell’idea per cui dei fenomeni come un’epidemia aprano di per se stessi ad alcunché di politicamente innovativo. Oltre alla trasmissione generale di dati scientifici sull’epidemia, solamente delle nuove affermazioni e convinzioni su ospedali e sanità pubblica, scuole e istruzione egualitaria, assistenza agli anziani e altre questioni simili manterranno la loro forza politica. Sono le sole che potranno eventualmente essere collegate a un bilancio delle pericolose debolezze messe in luce dalla situazione attuale.   

 

Per inciso, si evidenzierà coraggiosamente, pubblicamente, che i cosiddetti “social network” – oltre a ingrassare i più grandi miliardari del momento – dimostrano ancora una volta di essere prima di tutto un luogo dove si diffondono sfacciate paralisi mentali, voci indiscriminate, la scoperta di “novità” antidiluviane, quando non un oscurantismo fascistizzante.

 

Diamo credito, anche e soprattutto mentre siamo confinati, solo alle verità controllabili della scienza e alle prospettive fondate di una nuova politica, delle sue sperimentazioni localizzate e del suo obiettivo strategico.

 

Traduzione di Marco Ferrari e Giovanni Minozzi.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO