Ucraina: un attore comico come Presidente

L'Ucraina vive un momento delicato della sua storia, in cui saranno presto messe in discussione le politiche perseguite negli ultimi anni, dopo la rivoluzione della dignità del 2014, che ha cacciato il presidente Yanukovich e ha tentato di affrancare il paese dall'influenza della Russia. Le drammatiche vicende successive, come l'occupazione della Crimea manu militari da parte di Mosca, e l'avvio di una guerra per procura nel Donbass da parte dell'ingombrante vicino, hanno causato all'Ucraina, oltre che la perdita di importanti territori, una caduta drammatica dell'economia e una perdita di vite umane ben superiore alle cifre ufficiali, congelate da gran tempo sulla cifra ormai irrealistica di tredicimila morti. La salita al potere dell'attore comico Volodymyr Zelensky rappresenta innanzitutto un esperimento politico innovativo, per le modalità con cui si è realizzata, e per la figura stessa del nuovo presidente, un homo novus creato e promosso dai media con una stupefacente operazione: la realtà ha riprodotto in modo speculare la finzione, in cui il protagonista, nominato presidente, tentava di spazzare via i privilegi e le ingiustizie del vecchio potere; tale il successo della serie, e tale il desiderio di novità e pulizia della popolazione, che, una volta candidatosi l'attore nella realtà, la sua figura è stata identificata con quella del presidente risolutore, fornendogli quindi un carisma e un consenso automatici e decisivi. 

 

La situazione del paese, inoltre, stremato economicamente e psicologicamente dalla guerra, in cui il tasso di cambio con Euro e Dollaro è triplicato e il potere di acquisto delle famiglie è crollato, aveva instillato nel paese un fortissimo desiderio di cambiamento e una totale sfiducia nelle vecchie figure politiche. Il presidente Poroshenko, dopo un inizio fiducioso in cui prometteva di rilanciare il paese avvicinandolo all'Unione Europea, è stato impelagato nel conflitto sanguinoso e infinito del Donbass, che ha generato due staterelli fantasma sorretti dai rubli di Mosca, e ha fiaccato l'anelito di rinnovamento, paralizzando il paese in una retorica resistenziale, nobile, ma nel lungo periodo logorante. Inoltre, sul fronte interno, gli aumenti continui delle tariffe di gas e luce, oltre che degli alimentari, hanno portato larghe fasce di popolazione, e quasi tutti i pensionati, al margine della sussistenza. Lo scontento popolare, nell'ultimo periodo della presidenza Poroshenko, era tale e talmente diffuso in tutte le fasce della popolazione, che qualunque candidato nuovo e minimamente presentabile avrebbe potuto batterlo con facilità. Così è puntualmente avvenuto, e, dopo l'elezione, il neo presidente ha sciolto la Camera indicendo nuove elezioni parlamentari: pochi giorni fa gli elettori gli hanno consegnato una maggioranza assoluta anche in Parlamento, conferendogli di fatto poteri straordinari, mai detenuti da nessuno in precedenza.

 

 

A questo punto si aprono le questioni più immediate e scottanti: come terminare la guerra nel Donbass contro il minaccioso vicino russo, cercando di recuperare le province perdute senza sottostare ad accordi umilianti o pericolosi per la stabilità del paese? Il nuovo presidente ha manifestato con chiarezza il desiderio di trattare con il presidente russo Putin, generando un forte timore nelle fasce di popolazione ostili all'aggressore, e nell'intellighenzia nazionalista, che teme una resa sostanziale di fronte al potente vicino e di fatto un ritorno sotto la pesante influenza di Mosca. Zelensky parla nel contempo di non rinunciare allo sforzo di avvicinamento all'Unione Europea, e addirittura alla NATO (concetto tabù per Mosca), ma molti osservatori temono che sarà quasi impossibile realizzare i due movimenti, di riappacificazione con la Russia e di avvicinamento all'Europa. Si temono soprattutto le intenzioni dell'oligarca Kolomoisky, che ha ospitato e sostenuto Zelensky con la sua rete televisiva, e ne ha di fatto consentito la vittoria. Si temono inoltre le intenzioni degli altri oligarchi ucraini, che dopo anni di sottomissione al potere di Poroshenko sembra abbiano sostenuto la candidatura Zelensky per imprimere al paese una svolta di centoottanta gradi nei confronti della Russia, e rimuovere lo stato di belligeranza esistente per tornare a fare affari con Mosca. La situazione è molto delicata e aperta a vari possibili sbocchi.

 

La Russia, per concedere la pace nel Donbass, potrebbe pretendere dall'Ucraina un cambiamento della costituzione in senso federale, che introdurrebbe nell'ordinamento del paese un fatale cavallo di Troia: infatti, le regioni culturalmente e linguisticamente più vicine alla Russia, come quelle di Odessa e Kharkov, potrebbero in futuro chiedere l'indipendenza e di fatto distruggere lo stato ucraino. Inoltre Mosca non tollera neppure che sia pronunciato il nome della NATO per l'Ucraina: per Putin si tratta di una mostruosità inaccettabile, e già ai tempi del Maidan avevamo scritto che Putin non avrebbe mai tollerato di perdere la sua influenza sull'Ucraina. Non lo si dimentichi ora. La presa della Crimea e i quasi ventimila morti del Donbass non sono che l'anticipo e l'avvertimento di ciò che potrebbe accadere. L'avvicinamento dell'Ucraina alla NATO segnerebbe la fine dell'Ucraina come stato, e una fine non pacifica. Con questi drammatici dati di fatto si dovrà ora misurare il nuovo presidente, atteso da negoziazioni che saranno tutt'altro che facili. I suoi poteri sono molto vasti, ma le questioni che lo attendono fanno tremare i polsi.

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