Gianfranco Marrone

 

La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?

 

Col buon senso, cosa peggio distribuita al mondo. Le piattaforme digitali hanno in un primo momento, diciamo nel 2020, scoraggiato gli incontri di tutti i tipi, dalle lezioni alle riunioni, dai seminari ai convegni. In un secondo tempo, più o meno col secondo lockdown del 2021, invece li ha fortemente incoraggiati, dato che, alla fin fine, è subentrato il fattore comodità ed economia. Faccio lezione, tengo la conferenza, partecipo alla riunione da casa, così appena finito faccio le mie cose, senza lo stress del traffico, la perdita di tempo dello spostamento e simili. Coi convegni, poi, tutto è diventato gratis: e si sono moltiplicati, con molte cose in contemporanea. Esito: seduti alla scrivania dodici ore al giorno. Prima eravamo stanchi per non potere far nulla, ora per fare troppo. In un modo come nell’altro, delirio. Basterebbe allora ricordare che gli spostamenti da un luogo all’altro possono non essere semplici trasferimenti di corpi, ma occasioni di incontro con uomini e cose, spazi, ambienti, segnali d’ogni forma e natura. Sono sempre motori d’esperienza.

 

Uno degli aspetti meno considerati della didattica a distanza è la scarsa cura del modo in cui i docenti si presentano davanti allo schermo (inquadratura dal sotto in su, sgradevoli contrasti di luce, sfondi casuali). Ritenete che sarà necessario intervenire, o la fine dell’emergenza renderà tutto questo superfluo?

 

Non se si potrà intervenire con regolamenti o simili. Certo semmai che, col passare del tempo, i docenti capiranno che è bene prestare attenzione a cose che non sono dettagli, come quelle che state ricordando. Abbiamo visto salotti buoni, cucine componibili, maglie sdrucite… Si spera in una estetica spontanea del collegamento on line – ma ci vorrà del tempo.

 

Nel rapporto con gli studenti e studentesse come avete scelto di procedere con le telecamere: lasciando libertà di accenderla oppure no? Avete riscontrato una differenza nel modo in cui la “classe” ha partecipato e c’è stata una differenza tra la partecipazione degli studenti e quella delle studentesse?

 

No, non ho percepito particolari differenze di genere in questo senso. Le telecamere stavano un po’ spente un po’ accese, non avevo voglia di imporre un regime visivo preciso, ognuno faceva ciò che voleva. 

 

Quali vantaggi, se ci sono stati, avete riscontrato con studenti cosiddetti non-frequentanti? C’è stata una maggior presenza di studenti o studentesse lavoratrici?

 

Un tema che è stato poco discusso, mi pare, non è tanto quello della differenza fra lezioni di presenza e lezioni on line, di cui diremo alla domanda successiva. Ma quello della differenza fra le lezioni on line in diretta e le lezioni, sempre on line, in differita, cioè registrate. Lo scorso anno ho scelto di registrare tutto quanto e metterlo a disposizione degli studenti. Io registravo quando volevo, loro ascoltavano quando volevano. Nessun contatto dunque: terribile; ma con un esito imprevisto: agli esami è andata benissimo, forse anche meglio della pre-pandemia. Mi sono fatto l’idea che, avendo a disposizione le lezioni in ogni momento, gli studenti non potevano non ascoltarle, e addirittura potevano ascoltarle più volte, rendendo superfluo il mercimonio dei cosiddetti appunti e bypassando il problema delle assenze in aula. Quest’anno, alla ricerca di un qualche contatto coi ragazzi, ho deciso invece di fare le lezioni in diretta. Sperando in una qualche forma di dialogo. Ma è stato inutile: la lezione in diretta infatti si può anch’essa registrare e restare a disposizione successivamente, cosa che gli studenti hanno nel frattempo capito, e mi hanno chiesto di registrare tutto il corso. Risultato: su trenta e passa studenti iscritti, frequentavano, cioè dialogavano con me, solo cinque… Tutti gli altri si sono persi. I ragazzi si sono abituati a questa modalità on line, e la usano come possono e come vogliono. In altri termini, mentre noi combattiamo il funzionalismo, loro lo usano tatticamente per riorganizzarsi il tempo.

 

La funzione didattica è, a vostro parere, solamente trasmissione vocale e immagine, oppure entrano in gioco altri fattori sensoriali e percettivi legati alla presenza fisica? 

 

Chiaramente la presenza fisica è fondamentale, e non solo per il mantenimento del rapporto sensoriale, ma più in generale per la gestione dell’intersoggettività, della socializzazione. In aula si istituiscono relazioni, si incrociano sguardi, si gestiscono tempi e ritmi in comune. L’on line è invece trasmissione di informazioni con pochissima comunicazione, nel senso di messa in comune.

 

Diversi atenei incoraggiano una didattica mista, ossia in presenza e insieme in ‘live-streaming’. I vantaggi sono il numero in aumento degli iscritti, quali sono secondo voi gli svantaggi? 

 

Credo che sia la cosa peggiore. Serve solo a far numeri, a giocare la guerra della concorrenza fra atenei, considerando i ragazzi solo dei numeri. Ancora una volta il funzionalismo fine a se stesso. Comunicare on line (pur con tutti i limiti appena detti) segue alcune regole, farlo in presenza ne segue altre. Farlo contemporaneamente significa far collidere due regimi comunicativi, e dare il peggio. Il che riduce (anzi ridurrà, perché sono certo che questa modalità mista vincerà…) ancora di più, e definitivamente!, la lezione (o quel che è) a una pura sequenza di informazioni senza vita: tanto vale usare le lezioni registrate di cui si diceva prima, per le quali gli atenei in streaming sono attrezzatissimi da anni e anni. Fino a poco tempo fa pensavamo a questi atenei come l’altro, il diavolo, oggi hanno vinto, sono diventati modello da imitare!

Postilla: lo so che la didattica a distanza, mista o meno, dà una mano agli studenti cosiddetti fuorisede, riducendo di moltissimo le spese delle loro famiglie. Io oggi posso iscrivermi dovunque restando nel mio paesello. Ma, ancora una volta, siamo certi che sia il meglio? L’esperienza del trasferimento in altra città non ha i suoi benefici in termini di crescita esperienziale, di dialogo con altri studenti, di incontro e scontro tra culture? 

 

In generale: l’esperienza della didattica a distanza vi ha insegnato qualcosa di cui tener conto anche in futuro? 

 

Mah, non credo, non lo so. Direi che mi ha ancora di più convinto che è in atto uno scontro molto forte fra due modelli di insegnamento, che è poi uno scontro fra due modelli culturali, due mentalità: quella ingegneristica (che mira all’ottenimento di un risultato di passaggio di informazioni senza curare il contesto di insegnamento) e quella umanistica (che considerano l’insegnamento non solo un mezzo ma anche un fine). Uno scontro che non conviene a nessuno. Occorrerebbe lavorare sempre di più per mescolare le carte, per evitare il proliferare sia di tecnocrati che agiscono come panzer sia di anime belle che stanno chiuse nelle loro biblioteche dorate. Ecco, forse la pandemia ci ha insegnamento che questo scontro è ormai caricaturale.

  

Dopo questa esperienza che cos’è, secondo voi, oggi una lezione?

 

La lezione d’un tempo, l’ex cathedra tipico della tradizione romantica e idealista, perde terreno, ma va comunque conservata, credo, perché continua a mantenere la sua importanza. Basta saperla ben mescolare con esercitazioni, laboratori, seminari, incontri di vario tipo. Per ogni forma di insegnamento, cambia la modalità comunicativa, e la partecipazione dei vari attori in gioco. Dire che gli studenti devono partecipare attivamente, così, in generale, senza contestualizzazione, è demagogico. Ci sono momenti in cui è il professore a parlare e gli studenti ad ascoltare. Ma possono e devono esserci anche momenti in cui accade il contrario. Banale, lo so, ma ribadirlo non fa mai male!

 

Francesca Serra

 

La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?

 

Il tema della fatica, già enfatizzato da quello dell’accelerazione del tempo di cui da qualche generazione ci lamentiamo instancabilmente, ha preso una piega sinistra in questi mesi di lavori forzati digitali. Come se lo schermo ci vampirizzasse, lasciandoci senza forze. La lunga storia di odio-amore degli umani verso la macchina (in questo caso il computer) si è fatta più intensa. E apparentemente più pericolosa: sembra, infatti, di essere caduti dentro un pozzo da cui non avremo più modo di uscire, anche quando fuori l’emergenza sarà finita. O se ne usciremo, sarà con gli enormi occhi strabuzzati dei Morlocchi della Macchina del tempo di Wells. Non mi pare ci sia un modo di affrontarlo, se non imparando a considerarlo come un piccolo o grande abisso collettivo di cui ognuno di noi dovrà prendere esattamente le misure, affinché non sia lui a imporci le sue. 

 

Uno degli aspetti meno considerati della didattica a distanza è la scarsa cura del modo in cui i docenti si presentano davanti allo schermo (inquadratura dal sotto in su, sgradevoli contrasti di luce, sfondi casuali). Ritenete che sarà necessario intervenire, o la fine dell’emergenza renderà tutto questo superfluo?

 

Spero che gli sfondi casuali, le inquadrature improbabili e le luci impazzite rimangano a farci compagnia. Se non vogliamo levigarci tutti quanti in una mortifera estetica dell’inquadratura perfetta.

 

Nel rapporto con gli studenti e studentesse come avete scelto di procedere con le telecamere: lasciando libertà di accenderla oppure no? Avete riscontrato una differenza nel modo in cui la “classe” ha partecipato e c’è stata una differenza tra la partecipazione degli studenti e quella delle studentesse?

 

Libertà di scelta. Ho insegnato spesso come davanti a un cimitero, o al tabellone di “Chi l’ha visto?”. Ma pago volontariamente questo prezzo, che è alto ma sempre minore di quello che comporterebbe dedicarsi all’ingiunzione agli altri di farsi vedere. Il video talvolta disinibisce le persone più timide, spingendole a partecipare, come prima non facevano. Talvolta le sprofonda ancora di più nelle loro camerette, mute e così lontane da quel dispositivo di pubblica emancipazione dalla famiglia che è un’aula. Le ragazze chiuse in casa mi sono sembrate più malinconiche, come per un atavico e inconsapevole sentimento di allarme delle bestie abituate per generazioni alla cattività, che temono di ritornare nella gabbia dello zoo dove sono state rinchiuse per così tanto tempo. 

 

Quali vantaggi, se ci sono stati, avete riscontrato con studenti cosiddetti non-frequentanti? C’è stata una maggior presenza di studenti o studentesse lavoratrici?

 

No, direi anzi che l’effetto è stato contrario, moltiplicando i casi di assenza e dispersione. 

 

La funzione didattica è, a vostro parere, solamente trasmissione vocale e immagine, oppure entrano in gioco altri fattori sensoriali e percettivi legati alla presenza fisica? 

 

La didattica è un’esperienza. E questa esperienza la si può fare anche con la sola voce e immagine, come tutte le esperienze che non facciamo solo dal vivo. La retorica della nostalgia del corpo ci fa dimenticare che forse il 90 per cento delle nostre esperienze sono mentali. Il problema per me sta soprattutto nella trasformazione di quell’esperienza, tramite il video, in un prodotto riproducibile. Mentre difendo l’idea che una lezione è una lezione singolare, che non si può né deve ripetere. Se ci sei, in quel momento e in quel luogo, l’ascolti, prendi appunti, in parte te la dimentichi, in parte ti rimarrà qualcosa che forse ti servirà. O forse no. Ma non la potrai rivedere, perché è un evento effimero, come tutta la nostra conoscenza.  

 

Diversi atenei incoraggiano una didattica mista, ossia in presenza e insieme in ‘live-streaming’. I vantaggi sono il numero in aumento degli iscritti, quali sono secondo voi gli svantaggi? 

 

Il peggio del peggio. Sei lì fisicamente e nel contempo devi sporgerti sull’altro mondo di chi c’è solo virtualmente. La classe non è più una comunità ermeneutica, come dovrebbe essere, ma un contenitore fratturato in due, tra chi c’è e chi no. Sono completamente contraria a questa modalità.

 

In generale: l’esperienza della didattica a distanza vi ha insegnato qualcosa di cui tener conto anche in futuro? 

   

Mi ha insegnato una banalità, ma alla quale non avevo mai forse davvero pensato: che le lezioni sono un modo per riunirci, cioè essere uniti per un tempo breve ma intenso, che mette in contatto le nostre menti anche da lontano.  

  

Dopo questa esperienza che cos’è, secondo voi, oggi una lezione?

 

Una complessa e fragile cosa, di cui bisogna avere cura. Com’è sempre stata. 

 

Rocco Ronchi

 

La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?

 

Il cambiamento segnerà una irreversibile razionalizzazione della comunicazione con effetti, a mio parere, enormi, e ancora largamente imprevedibili, sul sistema della didattica. Sicuramente sarà impossibile ritornare alla situazione anteriore alla pandemia per tutto quello che concerne gli aspetti burocratici (Consigli di Dipartimento, commissioni ecc.). Le piattaforme hanno velocizzato le procedure e responsabilizzato gli operatori, docenti e non docenti. Per la didattica la situazione è più problematica. Da un lato le piattaforme rendono possibile un grande ampliamento dell’offerta formativa, mettendo a disposizione degli studenti una gran quantità di materiali, dall’altro penalizzano gli aspetti informali della comunicazione che, come è noto, sono fondamentali per la costituzione di un orizzonte di “senso”.

 

Uno degli aspetti meno considerati della didattica a distanza è la scarsa cura del modo in cui i docenti si presentano davanti allo schermo (inquadratura dal sotto in su, sgradevoli contrasti di luce, sfondi casuali). Ritenete che sarà necessario intervenire, o la fine dell’emergenza renderà tutto questo superfluo?

 

 

La DAD ha stabilito per la lezione una diversa cornice visuale. Se per la lezione tradizionale il modello era quello teatrale (il docente come attore sulla scena, gli studenti come pubblico in sala), con la DAD il modello è cinematografico. La questione del “montaggio” della lezione, assente o puramente accessorio nella lezione tradizionale (quando si fa uso, ad esempio, di supporti elettronici come coadiuvanti didattici), diventa invece con la DAD fondamentale. Sorgono inevitabilmente problemi di “regia” con inevitabile perdita di immediatezza espressiva, ma con un guadagno di consapevolezza critica.

 

Nel rapporto con gli studenti e studentesse come avete scelto di procedere con le telecamere: lasciando libertà di accenderla oppure no? Avete riscontrato una differenza nel modo in cui la “classe” ha partecipato e c’è stata una differenza tra la partecipazione degli studenti e quella delle studentesse?

 

Nei limiti del possibile, relativamente cioè alla “sostenibilità” della connessione, ho preferito che le telecamere restassero accese. Difficile parlare a degli acronimi… Non ho notato differenze di genere. 

 

Quali vantaggi, se ci sono stati, avete riscontrato con studenti cosiddetti non-frequentanti? C’è stata una maggior presenza di studenti o studentesse lavoratrici?

 

Non ho dati sufficienti per rispondere a questa domanda. 

 

La funzione didattica è, a vostro parere, solamente trasmissione vocale e immagine, oppure entrano in gioco altri fattori sensoriali e percettivi legati alla presenza fisica? 

 

Il problema mi pare sia a monte. Bisogna fare innanzitutto chiarezza sulla natura della “funzione didattica”. Se essa è trasmissione di un contenuto da un mittente a un ricevente alla maggior velocità possibile consentita dal canale e con il minore “rumore”, allora la DAD rappresenta la realizzazione perfetta (o meno imperfetta) della didattica. Ma se la lezione è un evento pedagogico in cui ha luogo una trasformazione reale e una creazione di sapere, allora la DAD, proprio a causa della sua estrema “funzionalità”, presenta dei rischi. Proprio per il suo aspetto tecnico essa infatti riduce drasticamente la quantità di “imprevisto” e di “nuovo” riducendo l’interazione alla dimensione asettica della domanda-risposta. Soprattutto per la materia che insegno, la filosofia, la dimensione della “presenza” risulta difficilmente aggirabile. Il problema che dovrebbe porsi una riflessione critica sulla didattica a distanza del futuro è: come introdurvi della “viva presenza”, come superare il teoreticismo astratto che il mezzo sembra implicare? Per questa ragione trovo aberrante registrare le lezioni e considerarle alla stregua di gettoni che possono essere spesi in altre occasioni.

 

Diversi atenei incoraggiano una didattica mista, ossia in presenza e insieme in ‘live-streaming’. I vantaggi sono il numero in aumento degli iscritti, quali sono secondo voi gli svantaggi? 

 

È illusorio pensare che in una didattica mistica si dia condizione di parità tra i presenti e coloro che seguono sul video. Per questi ultimi sarà comunque come assistere a un evento che ha luogo altrove e con il quale possono interagire solo debolmente. La loro situazione non sarà molto diversa da quella di chi segue una conferenza su Youtube.

 

In generale: l’esperienza della didattica a distanza vi ha insegnato qualcosa di cui tener conto anche in futuro? 

 

Come dicevo la DAD ha segnato il superamento di una soglia. Il mutamento è irreversibile. Credo che la pandemia abbia accelerato, ad ogni livello, un processo non tanto, come si dice, di smaterializzazione della relazione, quanto una sua rimaterializzazione su un altro livello. Voglio dire che ci ha insegnato a guardare ai media in modo diverso: Non solo come “mezzi per” la comunicazione, non solo come “protesi” che prolungano qualcosa di già esistente (la lezione tradizionale), ma come il supporto di una nuova forma di intelligenza collettiva largamente impersonale. Fare lezione a distanza in modo consapevole implica che si provi a pensare, a relazionarsi, a creare senso, non solo attraverso la macchina ma con la macchina. Una macchina che, ci piaccia o no, è dotata di una sua autonomia.

 

Dopo questa esperienza che cos’è, secondo voi, oggi una lezione?

 

È un evento singolare e sostanzialmente irripetibile che pone una micro-comunità al servizio di una tradizione vivente (nel mio caso, la filosofia). Ricordo che all’inizio della storia della filosofia si è posto un problema analogo al nostro. Coma fare a pensare, si chiedevano i primi filosofi, come fare a servire il pensiero, come fare a insegnare con quella strana macchina che si chiama “scrittura alfabetica”? La scrittura alfabetica era la DAD dell’epoca…

 

Marco De Nicolò

 

La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?

 

Il ritorno alla normalità cambierà solo i termini della “fatica digitale”. I mutamenti nelle modalità del lavoro, date in risposta all’emergenza Covid, non solamente per ciò che riguarda l’insegnamento scolastico e universitario, sarà analizzata tra qualche anno, come un passaggio epocale. In sintesi: il digitale sarà sempre più presente rispetto al lavoro e alla vita pre-covid. Se pensiamo al risparmio di spesa nell’organizzazione di convegni e seminari tenuti a distanza, alle riunioni che trovano più probabilità di vedere un numero più alto di adesioni, la nostra permanenza davanti al computer diminuirà, probabilmente, una volta cessata l’emergenza, per ciò che riguarda la didattica (auspicabilmente) ma sarà decisamente più alta rispetto al periodo precedente per ciò che riguarderà il complesso delle iniziative collettive di ricerca e nella gestione delle riunioni. 

La “fatica digitale”, comunque, è silenziosamente entrata nella vita quotidiana della docenza universitaria già prima dell’emergenza sanitaria. Dalla verbalizzazione digitale degli esami, alle mille pratiche, domande, riempimento di moduli, talvolta ripetitivi e solamente molesti, il docente universitario è stato chiamato a svolgere una serie di attività dando per scontata la sua disponibilità ad adeguarsi a competenze estranee alla propria formazione, non previste e non richieste per entrare in servizio come docente. Se talvolta qualche impiegato universitario può affermare “non mi compete”, non altrettanto può dire un docente. L’esposizione all’improvvisa necessità di adeguarsi a una formazione digitale (per molti improvvisata e quasi sempre zoppicante, come nel mio caso) forse può tornare utile in futuro, ma certo ha aggiunto un fattore di stress nel momento del passaggio delle lezioni a distanza, quando una serie di elementi cardine, quali un mezzo sufficientemente attrezzato, una banda sufficientemente larga, una serie di indicazioni tecniche da apprendere nell’arco di pochi giorni, ha richiesto spesa, tempo e cancellazione dalla propria agenda di qualsiasi altra attività per concentrarsi sulla nuova modalità. 

L’emergenza Covid, insomma, ha caricato il docente non solamente dal punto di vista dello stress e delle conseguenze dell’eccessiva esposizione allo schermo del computer, ma ha confermato quanto sia ormai dato per scontato che il docente possa trasformarsi in tecnico informatico, in igienista (chi ha lavorato in presenza, spesso si è trovato a igienizzare l’ambiente di lavoro), in burocrate, in compilatore compulsivo (si pensi all’incrocio di scadenze che ha richiesto la compilazione per l’Anvur, per l’Asn, per vari moduli di ogni Ateneo e per i concorsi a cui viene chiamato a partecipare come commissario) e magari una rendicontazione Prin. 

Credo che occorra affrontare la fatica digitale partendo da questo dato di molestia e sfiducia da parte dell’amministrazione: dal Cineca all’Anvur, passando per Iris, l’amministrazione universitaria, locale e centrale, ha a disposizione ogni dato di ogni docente. Il carico digitale potrebbe essere facilmente snellito se si facesse buon uso dei dati già immessi e si desse vita a un’operazione non complessa: una banca dati e una normativa unica per gli Atenei. Faccio un esempio: per la rendicontazione del Prin sembra di essere in una federazione in cui ogni Ateneo è una Repubblica a sé, perché le regole mutano da unità locale a unità locale. 

Si dovrebbe giungere a una soluzione molto semplice in cui l’amministrazione chiedesse solamente: “vuoi partecipare?”, aggiungendo implicitamente: “I dati già sono in nostro possesso”. Almeno questa attenzione potrebbe rappresentare un primo passo per allentare la fatica digitale. 

 

Uno degli aspetti meno considerati della didattica a distanza è la scarsa cura del modo in cui i docenti si presentano davanti allo schermo (inquadratura dal sotto in su, sgradevoli contrasti di luce, sfondi casuali). Ritenete che sarà necessario intervenire, o la fine dell’emergenza renderà tutto questo superfluo?

 

Mi pare davvero un argomento non trascurabile il modo in cui ci presentiamo davanti allo schermo. Consideriamo per qualche istante come ci hanno visto e ascoltato i nostri studenti: in aula ognuno di noi ha una modalità comunicativa personale già sperimentata nel corso del tempo, almeno coloro i quali hanno già qualche anno di servizio alle spalle. Ma poco eravamo abituati, se non per qualche sporadica esperienza televisiva, a porci di fronte a uno schermo, senza strumenti validi (almeno parlo per me) per essere registi di noi stessi. Eppure, la luce, la voce, lo sfondo, e soprattutto l’inquadratura non hanno un’importanza secondaria in una modalità a distanza. Certamente non possiamo pretendere da noi stessi una completa proprietà e padronanza del mezzo con così poca esperienza. Tuttavia, nel corso di riunioni on line con colleghi ho visto fronti, menti, inquadrature di capelli o di calvizie, pareti spoglie che prendevano i ¾ dell’inquadratura, presenze poco centrate nello schermo, quasi a scansarsi dalla videocamera. Al di là della strumentazione e delle applicazioni possibili, insomma, sarebbe necessario scegliere una modalità che tenga in considerazione almeno questi elementi essenziali, a mio avviso utili per aiutare la concentrazione dei ragazzi. Non si tratta di un’ulteriore esposizione alla fatica digitale ma di una semplice accortezza che, compatibilmente con gli strumenti che si hanno a disposizione, non costa molta fatica. L’esperienza sarà utile, perché ritengo che, senza esagerare, la modalità on line tornerà a essere utile anche in periodi di cessata emergenza, sia per riunioni e convegni, sia per attività didattiche. 

 

Nel rapporto con gli studenti e studentesse come avete scelto di procedere con le telecamere: lasciando libertà di accenderla oppure no? Avete riscontrato una differenza nel modo in cui la “classe” ha partecipato e c’è stata una differenza tra la partecipazione degli studenti e quella delle studentesse?

 

Ho lasciato la possibilità di scelta se accendere la telecamera oppure se tenerla spenta per una questione di discrezione. Mi sono posto il problema se alcune studentesse e alcuni studenti si potessero sentire a disagio mostrando, seppure molto parzialmente, il proprio ambiente. Però, svolgendo una lezione in dialogo con i ragazzi, chiamandoli in causa su determinati temi, ho evitato che la scelta potesse demotivare la partecipazione o si trasformasse in un ascolto distratto. Francamente non ho notato alcuna differenza di genere nella partecipazione. L’unica differenza è stata forse proprio nella scelta di attivazione della telecamera: la maggior parte degli studenti ha scelto di accenderla; la maggior parte delle studentesse ha scelto di tenerla spenta. Ma il campione era così ridotto da non poterlo ritenere significativo.  

 

Quali vantaggi, se ci sono stati, avete riscontrato con studenti cosiddetti non-frequentanti? C’è stata una maggior presenza di studenti o studentesse lavoratrici?

 

Gli orari delle lezioni, fissati dalla segreteria didattica, non hanno apportato sostanziali mutamenti. Le lezioni, infatti, erano previste due mattine a settimana e dunque in orario lavorativo. 

 

La funzione didattica è, a vostro parere, solamente trasmissione vocale e immagine, oppure entrano in gioco altri fattori sensoriali e percettivi legati alla presenza fisica? 

 

La presenza fisica è molto importante. L’aula è uno spazio in cui lo studente percepisce di essere effettivamente all’Università e, in tal senso, non c’è paragone con la lezione a distanza. Pur essendo stata un’esperienza interessante da cui mi aspettavo risultati inferiori a quelli raggiunti, permane la convinzione che un docente comprende meglio in aula quando cambiare tono, ritmo, quando interloquire con i ragazzi, quando verificare se i contenuti comunicati sono stati ben compresi. La sensazione di essere in un luogo preciso dà il senso di una piccola comunità riunita per uno scopo, la distanza toglie questa percezione perché si perde il senso di uno spazio preciso in cui incontrarsi. La stessa fisicità, il linguaggio del corpo, la postura del docente, la scelta se stare in cattedra o passeggiare tra i banchi, la possibilità di cogliere al volo un cenno d’intesa tra studenti o uno sguardo che tradisce difficoltà nella comprensione di qualche passaggio sono tutti elementi propri della lezione in presenza. Essi possono sembrare secondari; al contrario sono rilevanti per la qualità della lezione.    

 

Diversi atenei incoraggiano una didattica mista, ossia in presenza e insieme in ‘live-streaming’. I vantaggi sono il numero in aumento degli iscritti, quali sono secondo voi gli svantaggi? 

 

La didattica mista disorienta il docente. Il linguaggio, il comportamento, la stessa presenza fisica tenuta in aula rendono la lezione in presenza diversa da quella a distanza. Come ho già accennato, nella lezione a distanza possono essere utilizzati alcuni accorgimenti, come il chiamare in causa più spesso gli studenti, per tenere desta l’attenzione; nella lezione in presenza richiamo gli elementi della risposta precedente. La modalità mista implica una tecnica di insegnamento impossibile: essere in presenza e, al contempo, a distanza, come se non ci fossero differenze. Chi usa materiale da far visionare agli studenti, poi, ha un ulteriore problema che è sia tecnico sia relativo al tempo da utilizzare perché entrambi i gruppi di studenti possano chiaramente comprendere cosa si sta vedendo e quale ne sia il significato. Chi non usa questo tipo di materiale o quando non lo usa, non sa quale sia l’uditorio principale, rischiando di dare, per abitudine e per preferenza, molta attenzione all’aula e poca a chi segue dal proprio computer. In questo rimbalzo continuo di attenzione e di linguaggi, la lezione diventa decisamente più povera. Il docente è concentrato ora su un gruppo di studenti ora sugli altri. Insomma: la lezione in presenza è la lezione; la lezione a distanza è un buon rimedio in tempi di emergenza che, utilizzando determinati accorgimenti, tra cui un orario massimo di due ore (in genere, nelle lezioni in presenza, su mia richiesta, ho fatto quasi sempre lezioni di tre ore), può raggiungere esiti vicini ma non uguali a quella in presenza. La lezione mista è un disastro didattico. 

 

In generale: l’esperienza della didattica a distanza vi ha insegnato qualcosa di cui tener conto anche in futuro? 

 

La didattica a distanza mi ha insegnato diverse cose. Intanto la possibilità stessa della possibilità di una lezione tramite uno schermo. Mi spiego: l’emergenza mi ha reso rassegnato all’idea delle lezioni a distanza, ma mi sembrava semplicemente un rimedio necessario; non mi attendevo, insomma, che gli studenti seguissero con costanza, nei numeri e nell’attenzione, le lezioni lungo tutto l’arco dei corsi, che non si distraessero durante la lezione e non immaginavo che bastassero pochi accorgimenti per una comunicazione che, certo non uguagliava una lezione in presenza, per gestire l’aula virtuale. Però credo anche, ripeto, che sull’esito migliore del previsto abbiano giovato anche due elementi importanti: l’orario delle lezioni mattutine e il corso magistrale. Onestamente non so se, in orario pomeridiano, già caricati di altre lezioni on line, gli studenti avrebbero mantenuto la stessa costanza e attenzione. E non so se gli studenti di triennale sarebbero riusciti a “tener botta” lungo tutto l’arco del corso. I miei due corsi di magistrale sono seguiti da studenti motivati, quelli che hanno resistito alla tentazione di “mollare” dopo la triennale, dunque, anche questa peculiarità è stata forse un elemento importante.

La didattica a distanza mi ha insegnato a tener conto del mezzo e credo che anche nelle esperienze successive, come seminari e convegni in particolare, l’attenzione alla luce, al volume della voce e all’inquadratura, siano stati elementi acquisiti, sui quali dovrò ancora lavorare nelle prossime occasioni per migliorare.

     

Dopo questa esperienza che cos’è, secondo voi, oggi una lezione?

 

Io penso sempre a una lezione in cui la parola sia al centro e via via i ragionamenti possano farsi più complessi. Naturalmente non si può rinunciare, in alcuni casi, all’uso esemplificativo, dimostrativo di immagini, di carte geografiche, di brani di film, o di citazioni da romanzi, da canzoni. Tuttavia, anche considerando l’impoverimento progressivo della padronanza di linguaggio delle ultime generazioni e la scarsa capacità di elaborazione (naturalmente senza generalizzazioni) ricevuta nel corso dell’intero ciclo scolastico, ritengo che l’elemento principe della lezione rimangano la parola, il ragionamento, i nessi. Sono consapevole di affermare una sorta di visione “antica” della lezione, ma perché le tecnologie degli ultimi decenni possano essere utilizzate fruttuosamente, bisogna guidare le studentesse e gli studenti alla costruzione di un metodo, di una scelta ragionata, all’elaborazione che non sia l’addizione dei contenuti di ciò che riescono a trovare, su un qualsiasi tema, nelle prime 10 schermate di Google.  

 

Leggi anche:

Alessandro Carrera, Davide Sisto, Vanni Codeluppi, L'università dopo lo scossone della pandemia

Franco Nasi, Francesca Rigotti, Maria Pia Pozzato, Università: cosa significa insegnare?

Tiziano Bonini, Valerio Magrelli, Riccardo Manzotti, Università: diffidare delle imitazioni

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO