Virginia Woolf e Lytton Strachey. Ti basta l’Atlantico?

Lui scrive in nero, sulla pregiata carta da lettere color crema della Joynson stationery, con una grafia precisa, elegante, regolare. Lei scrive in blu o nero o viola, su carta bianca o azzurra o gialla; a volte scrive a matita; a volte le sue lettere arrivano bruciacchiate dalla cenere della sua sigaretta; a volte arrivano a pezzi perché «questa lettera è rimasta in giro e Julian ci ha versato sopra la cioccolata».

Lui ha studiato al Trinity College di Cambridge, avrebbe voluto diventare professore universitario ma non è mai riuscito a fare carriera in accademia; riflettendoci ad anni di distanza, dirà di aver finalmente capito che l’accademia “non è il posto che gli compete”, e che sente di non essere “un sujet académique”. Lei all’università non è andata, ma ha letto i libri della biblioteca del padre, ha imparato il francese e il latino, e anche a fare conversazione all’ora del tè. 

 

Lui è timido, ha una voce che suona come un falsetto, ed è di salute cagionevole; si innamora di Duncan Grant, e si confida con Maynard Keynes, ma poi scopre che Grant e Keynes hanno una relazione l’uno con l’altro. Lei si definisce “apprensiva”, soffre di un disturbo che la colpisce nel corpo e nella mente e che si ripresenta periodicamente; sposa Leonard Woolf, e prima di suicidarsi gli lascia una lettera in cui gli dice, Se qualcuno avesse potuto salvarmi, saresti stato tu. 

Lui è irriverente, geniale, vanitoso; adora le battute a sfondo sessuale, specialmente nei contesti più inopportuni – nell’interrogatorio in tribunale per decidere del suo esonero dall’obbligo di leva, ad esempio. Lei ha la sensibilità di una bilancia di precisione – con onori e oneri, larks e plunges, che ciò le comporta. 

Lui le dedica la sua biografia sulla regina Vittoria. Lei gli dedica la seconda serie del Lettore comune. Lui le chiede di recensire il suo Eminenti vittoriani; lei rifiuta con una scusa. 

 

Lui definisce se stesso «uno scribacchiante spettro pieno di panico», e definisce lei «una donna di sicuro e solido buonsenso: io farnetico e tu ordini una pillola per il fegato». Lei gli risponde che lui è «un sovrano orientale in una vestaglia a fiori», ma anche «una specie di principe veneziano, in calzamaglia azzurra, sdraiato occhi al cielo in un frutteto, o in equilibrio con una mirabile gamba sollevata». Lei gli scrive «se puoi, scrivimi una lettera enorme», e lui «vorrei stare con te per il tè tutti i giorni». Entrambi concordano sulla grandezza di Dostoevskij. Entrambi fanno parte del gruppo di Bloomsbury. Entrambi sono alti e con lunghe dita affusolate. Entrambi provengono da benestanti famiglie di eminenti vittoriani. Entrambi si rimproverano scherzosamente quando non si vedono o sentono da un po’: «In ogni caso, mi scriverai? Ne dubito. Dici sempre che ami scrivere lettere ma non lo fai mai», le dice lui; e lei, «Perché non mi raggiungi? O sono una sfacciata sgualdrinetta a chiedertelo?», gli dice lei. 

Lytton Strachey e Virginia Woolf si sono scritti per venticinque anni. In molto meno tempo, Alessandro Giammei e Chiara Valerio si sono scritti quello che si erano scritti Lytton e Virginia, ma in italiano. Poi hanno raccolto il carteggio tradotto e lo hanno intitolato Ti basta l’Atlantico?, e il libro è uscito a marzo per nottetempo. 

 

Lytton Strachey e Virginia Woolf si sono scritti di libri, di studi, di natura e di cultura; si sono scritti del tempo, si sono scritti degli acciacchi e dei malanni; si sono scritti pettegolezzi – la relazione tra Vanessa Belle e Duncan Grant; si sono scritti frecciatine – sulla dentatura di Ottoline Morrell, amica comune; si sono scritti stroncature celebri – sull’Ulisse di Joyce – e meno celebri – sulle poesie di Clive Bell; si sono scritti commentando autori del passato – «Trovo che Swift sia un grande, ma allo stesso tempo un personaggio tremendamente antipatico; Dante idem; Milton idem»; si sono scritti commentando scrittori a loro contemporanei, «Per favore dimmi che senso ha Henry James. Non ci vedo altro che acqua di rose blandamente colorata, mondana e setosa ma grossolana. Ci trovi davvero qualcosa?», e «Katherine Mansfield mi ha tampinato per tre anni». Lytton Strachey e Virginia Woolf, oltre a scriversi molto, si sono persino quasi sposati. Lui le ha chiesto di sposarlo, lei ha accettato, ma «come puoi immaginare è stato un momento imbarazzante, specialmente se consideri che, nell’istante stesso in cui succedeva, mi rendevo conto della repulsione che tutta la faccenda mi procurava. […]

 

Fortunatamente è venuto fuori che non era innamorata di me. Di conseguenza sono stato in grado di organizzare una ritirata ragionevolmente onorevole». Alla fine, Lytton di fatto convince Leonard Woolf a chiedere la mano di Virginia, la quale annuncia a Lytton il fidanzamento con una lettera in cui scrive solo «Ha! Ha!», e si firma insieme a Leonard Woolf. Lytton andrà a vivere con Dora Carrington, e la convincerà a sposare Ralph Partridge per creare tra loro un ménage à trois; sarà lo stesso Lytton a pagare il matrimonio e ad accompagnare i neosposi in luna di miele a Venezia. 

Nel frattempo i due continuano a scriversi. Lytton Strachey pubblica Eminenti vittoriani, il libro che subito lo rende celebre, seguito da La regina Vittoria, che lo consacra a maestro del saggismo biografico. È il primo a capire che i biografi non possono limitarsi alla raccolta di date ed eventi, e che devono guardarsi bene dalla tentazione dell’agiografia; Lytton Strachey trasforma la biografia in un’arte, che unisce aspetti caricaturali e profonde analisi psicologiche, ironia e iconoclastia. Il successo, per lui, arriva molto in fretta. Per Virginia Woolf un po’ meno. I suoi primi romanzi – Notte e giorno e La crociera – non le portano la notorietà che Eminenti vittoriani aveva assicurato a Lytton. E questo crea, o meglio amplia, un certo squilibrio nel loro rapporto: si percepisce spesso, in queste lettere ma anche nei diari di Virginia Woolf, un senso di rivalità, che a volte sfocia nell’invidia nei confronti di Lytton.

 

 

Lytton Strachey era una delle figure di spicco del gruppo di Bloomsbury, inizialmente ben più di Virginia Woolf, tanto che Vanessa Bell, sorella di Virginia, scriverà che proprio a Lytton si doveva buona parte della libertà su cui si fondava il gruppo di Bloomsbury: «la sua grande onestà intellettuale e il suo farsi beffe senza rimorso di ogni finzione costringevano anche gli altri a essere onesti e mostravano un mondo in cui nessuno doveva più aver paura di dire quello che pensava» (La nostra Bloomsbury, traduzione di Lia Giachero). Virginia Woolf vedeva e sapeva tutto questo, e l’amicizia di Lytton è sempre stata per lei motivo di orgoglio e vanto. Quando lui le scrive per elogiare La Crociera, lei gli risponde che le sue lodi «sono di gran lunga le più dolci che abbia ricevuto», e «non riesco a credere che tu abbia davvero amato quel libro»; allo stesso modo, alle lodi di Lytton per La stanza di Jacob fa seguito una lettera di lei, che recita «penso che i tuoi elogi siano eccessivi – non riesco a credere che ti sia davvero piaciuto un lavoro completamente privo di virtù, ma mi dà un immenso piacere sognare che sia effettivamente così», e si chiude con «non c’è nessuno i cui elogi mi facciano più piacere dei tuoi».

 

Al contempo, però, quando Virginia Woolf viene a sapere del successo di Eminenti vittoriani, non riesce a trattenersi dallo scrivergli che «le voci sul tuo successo hanno inquinato la mia serenità anche qui. Scrivimi e raccontami quanto assoluto è stato: quante copie hai venduto, quante ghinee, quante contesse, quanti elogi, e se in fondo al cuore sei ancora lo stesso». Virginia Woolf riconosce la brillantezza, l’arguzia, l’intelligenza di Lytton – tanto che in una lettera a Sydney Waterloo scrive di essere convinta «che tutta Hampstead messa assieme non sa produrre tanta vera letteratura quanta ne emana [Lytton Strachey] senza sforzo dal suo dito mignolo»; è del proprio talento, del proprio valore che ancora non è sicura. E così lei prende Lytton Strachey come metro di paragone, e lui cerca di essere sempre all’altezza delle aspettative intellettuali di lei. 

 

È per questo che, nella maggior parte delle lettere che si scambiano, non ci sono la scioltezza, la disinvoltura, la spudoratezza che emergono nelle lettere che lui scriveva a Dora Carrington o a Roger Senhouse, o che lei scriveva a Vanessa Bell o a Violet Dickinson. Leggendo le lettere tra Virginia Woolf e Lytton Strachey si ha sempre l’impressione di un certo controllo, di una cosciente e costante vigilanza su quanto viene scritto; non manierismo, non affettazione, ma uno stato di allerta intellettuale, rispetto alla quale solo raramente si transige. Ma questo, invece di limitare l’esuberanza di scrittura di lei e la profondità di analisi di lui, le amplifica entrambe, le affina e le raffina: così lei si sforza per costruire immagini splendide, come quella del principe veneziano, e lui per dare voce a profonde lodi ed elaborate, ma caute, critiche sui romanzi di lei. Si confrontano su ciò che leggono, su ciò che scrivono, sul mondo che li circonda e sulle persone che incontrano, ma lo fanno con cura e finezza, non sono mai sbrigativi, mai sommari, mai approssimativi. A parlare sono due scrittori che stanno costruendo la propria immagine: per se stessi, l’uno per l’altra, e anche per il lettore comune.

 

La questione della pubblicazione dei carteggi è sempre spinosa: perché rendere pubblici scritti privati? E chi detiene i diritti di una metà del carteggio, non allunga forse l’ombra della sua influenza anche su chi detiene i diritti dell’altra metà? Quali nomi, quali giudizi, quali commenti sono da omettere, quali si possono lasciare? Bisogna o non bisogna epurare? Ecco, nel caso di Virginia Woolf e Lytton Strachey, forse il peso di queste domande si avverte di meno, perché si percepisce lo scrivere lettere a un destinatario plurale, che supera e moltiplica il nome scritto sulla busta. Virginia Woolf ha in sé i posteri di Lytton Strachey, e Lytton Strachey quelli di Virginia Woolf, così ciò che emerge dall’unione delle loro lettere ha la natura ibrida del romanzo epistolare – privato e pubblico, genuino e artefatto. 

L’epistolario finisce con una lettera di Virginia Woolf che Lytton Strachey non leggerà mai: quando la lettera gli viene recapitata, lui è già molto ammalato, di un cancro allo stomaco che verrà diagnosticato solo con l’autopsia. È il gennaio 1932 quando Lytton Strachey muore, pochi giorni dopo che Virginia Woolf gli aveva scritto «mi risveglio da sogni di te», e lo aveva immaginato a leggere Shakespeare, a Londra coi tulipani e i pantaloncini bianchi di Waley. «Vieni, ti prego, a trovare la tua vecchia e affezionata amica». 

 

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO