Virginia Woolf, I Diari. 770.000 parole 

3 Agosto 2022

I quaderni su cui scriveva erano di due tipi: o di medie dimensioni, con copertine in cartone marmorizzato; o, più spesso, quaderni grandi, con copertine flessibili rivestite coi grandi fogli disegnati per la Hogarth Press. Le pagine all’interno erano bianche o azzurro chiaro, senza righe né quadretti; era lei stessa a tracciare su ogni pagina una riga verticale, di solito in inchiostro rosso, a circa due centimetri dal margine esterno, per poter separare le date dalle annotazioni corrispondenti. Faceva questa operazione ogni volta che iniziava un nuovo quaderno: vi attaccava sulla copertina un’etichetta con scritto “Diario”, insieme all’anno e al luogo in cui si trovava, e poi tracciava le righe su ogni pagina, dalla prima all’ultima.

Le tracciava tutte subito, non di volta in volta: se prendiamo il suo diario del 1941, vediamo che tutte le pagine presentano il margine rosso, ma non tutte sono annotate. L’ultima annotazione, datata 24 marzo 1941, è quasi all’inizio del nuovo quaderno, ma quasi alla fine della sua vita. Virginia Woolf si suicida quattro giorni dopo: sulle pagine successive al 24 marzo, i margini ci sono, ma sono rimasti vuoti. In totale abbiamo 38 quaderni, 2312 annotazioni, 770.000 parole circa, 4 tipi di inchiostro – rosso, nero, blu, viola – in cui sono stati intinti preferibilmente pennini d’acciaio perché Virginia Woolf non sopportava le penne stilografiche – «non credo nella loro capacità di comunicare i pensieri più nobili e profondi», scrive il 24 ottobre 1918, obbligata a ricorrere a una Waterman.

Il primo diario è del 1897: Woolf aveva quattordici anni e scriveva su un quaderno con la copertina in pelle chiuso da un lucchetto. Dal 1910 al 1915 non tiene alcun diario. Ricomincia il 1° gennaio 1915, quando si apre anche il primo dei cinque volumi di Diari pubblicato da Bompiani con la cura di Giovanna Granato. Due cose sono importanti in questo volume: l’operazione editoriale – i diari di Woolf non erano mai stati pubblicati integralmente in Italia – e la traduzione – Giovanna Granato galoppa insieme a Virginia Woolf, ma oltre a galoppare ne segue i volteggi, gli scarti e i respiri, i cambi di passo e i momenti di sosta, e il risultato possiede una trasparenza che ha del miracoloso. 

Quelli di Woolf sono diari che subito appaiono come campi d’allenamento per i suoi romanzi e racconti: soprattutto in questo primo volume, è chiarissimo il progressivo affinarsi della scrittura, la capacità di osservazione che si fa sempre più sottile, e una crescente riflessione sulla forma del romanzo e sul suo rapporto con le arti figurative. Bloomsbury ruotava in gran parte intorno alla pittura: i dipinti della sorella Vanessa, gli Omega Workshop di Roger Fry, le riflessioni sull’impressionismo e le mostre allestite a Londra; Virginia Woolf invidiava in parte i pittori e pittrici che la circondavano – «certo che largheggiano proprio, questi pittori; non conoscono imbarazzi; nella mente hanno grandi spianate laddove io sono tutta aculei & promontori» – e così quel che si nota nei diari è un tentativo di affinare un proprio linguaggio pittorico, arricchito dalle metafore e le analisi psicologiche che solo la parola consente.

Leggere queste pagine dà spesso l’impressione di aggirarsi nella National Portrait Gallery: Woolf osserva, indaga, assorbe la luce di chi le sta di fronte, e poi la restituisce sulla pagina, moltiplicandola in un pulviscolo di impressioni. Memorabili i ritratti di Clive Bell («l’ho trovato gradevolissimo, con una bella parlantina: ha sguinzagliato varie lepri & le ha inseguite con scaltrezza»), Maynard Keynes («sembra mercurio su un piano inclinato – un po’ disumano ma gentilissimo, come spesso le persone disumane»), Lytton Strachey («la persona con la mente che sembra più suggestionabile dalle impressioni, meno inamidata da formalità e impedimenti»), T. S. Eliot («parla così lentamente che ogni sua parola sembra meritare una specie di rifinitura»).

È questo l’aspetto che più le interessa catturare quando scrive il diario: tradurre il mondo non scritto in mondo scritto. Tradurre le persone, le cose, i sentimenti, i paesaggi in parole. Prendere l’«immenso blocco di materia opaca» che è la vita e trasformarlo nel suo «equivalente linguistico», e farlo più in fretta possibile, senza fermarsi troppo a pensare: «il vantaggio di questo metodo è che involontariamente rastrella parecchi argomenti disseminati qua e là che se esitassi escluderei, & invece sono diamanti tra l’immondizia».

Nelle pagine del diario, ma anche nelle lettere, si trova il combustibile dei suoi romanzi – la si vede maturare come scrittrice, riflettere sulla narrativa e sulla direzione che vuole dare alla propria scrittura, e stando ben attenti si intravedono scene che poi finiranno nei romanzi, come l’esplosione registrata il 1° febbraio 1915 in St. James Street, che verrà replicata in La signora Dalloway.

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Nei diari Virginia Woolf prova i suoi colpi, si esercita e fa pratica, ma ciò non produce mai pagine sciatte: prima di scrivere una nuova annotazione rilegge spesso quelle precedenti, dando seguito ai discorsi lasciati in sospeso, motivando gli eventuali giorni di silenzio, e considerando ciascun diario alla stregua di un’unità estetica – «non c’è motivo di aspettarsi chissà quali eventi per la prima pagina di un nuovo quaderno; eppure è così», scrive sulla prima pagina del diario del 1918. 

Naturalmente, sullo sfondo dei diari corrono parallele la vita e la storia: quando si apre il quaderno del 1915, l’Inghilterra è in guerra e Virginia Woolf è a The Green, Richmond; è sposata con Leonard Woolf da due anni e mezzo, scrive abitualmente recensioni per il Times Literary Supplement, e ha terminato il suo primo romanzo, La crociera, che viene pubblicato a marzo ed è accolto positivamente dalla critica, cosa di cui però Virginia Woolf si rende a malapena conto: il romanzo esce il giorno dopo il suo ricovero in una clinica, a seguito di un grave crollo nervoso.

Il diario si interrompe già il 15 febbraio, e mentre le lettere riprenderanno di lì a pochi mesi – con un tono da subito molto vivace –, bisognerà aspettare l’agosto 1917 perché Virginia Woolf ricominci a tenere un diario. Nonostante la guerra abbia disperso molti dei loro amici – Rupert Brooke è morto, Ka Cox è in Corsica a prendersi cura dei profughi, Duncan Grant è diventato un frutticoltore, Maynard Keynes lavora al Ministero del Tesoro –, il 1916 è un anno in cui per i Woolf la vita procede senza grandi sbalzi, divisa tra Asheham, la casa di campagna dei Woolf, e Richmond.

Il diario che ricomincia il 3 agosto 1917 è un po’ diverso dagli altri: l’Asheham Diary è un diario vagamente sperimentale, un diario di storia naturale, con annotazioni più descrittive, meno vivaci, e generalmente brevi. Dall’8 ottobre viene affiancato dall’Hogarth House Diary – con cui a luglio si fonderà – che mantiene un’aspirazione sperimentale, ma in maniera diversa: Virginia Woolf, che aveva letto il diario collaborativo dei fratelli Goncourt, tenta di fare la stessa cosa con Leonard – «Leonard ha promesso di aggiungere una pagina di suo pugno quando avrà qualcosa da dire».

Leonard in realtà scriverà un’unica volta, e l’idea di diario collaborativo fallirà, ma rimane comunque significativa nelle intenzioni: sembra infatti dare seguito a un’altra stretta collaborazione che si era instaurata tra i coniugi Woolf a partire dall’aprile 1917, quando in una lettera a Violet Dickinson Virginia Woolf annunciava «Abbiamo comprato la pressa!». La pressa darà vita alla Hogarth Press: i Woolf iniziano a stampare i libri a mano, un’attività che Leonard sperava potesse tenere occupata Virginia e distoglierla dal baratro in cui la sua mente talvolta precipitava.

A inaugurare la Hogarth Press sono due racconti, Three Jews di Leonard e The Mark on the Wall di Virginia, accompagnati dalle xilografie di Dora Carrington. Ai Woolf sarà poi proposto l’Ulisse di Joyce – che rifiuteranno con la scusa dell’eccessiva lunghezza – e le prime poesie di T. S. Eliot – accolte con entusiasmo e pubblicate nel 1919 insieme a Kew Gardens della stessa Virginia, un racconto che rimane uno punto di riferimento del modernismo nonché un chiaro esempio del tentativo di Virginia Woolf di raggiungere un linguaggio quanto più vicino possibile alla pittura.

Nel frattempo, sullo sfondo cadono le bombe, ci sono raid continui, e Woolf riflette prima sulla guerra e poi sulla pace. Il 27 agosto 1918 annota «il motivo per cui è facile uccidere dev’essere che l’immaginazione è troppo pigra per concepire quello che significa la vita per un altro – le infinite possibilità di un susseguirsi di giorni racchiusi dentro di lui & già trascorsi»; l’11 novembre c’è l’armistizio; il 21 novembre riflettendo scrive che «la pace è caduta come un masso nel mio stagno & i mulinelli si stanno ancora increspando sull’altra sponda».

Nonostante ciò, la sua vita continua a ritmi altissimi: scrive racconti, romanzi, lettere, pagine di diario, stampa i suoi libri e quelli altrui, riceve gli amici, cerca di imparare l’italiano, legge l’Elettra di Sofocle, Il paradiso perduto, il Don Juan di Byron, L’idiota di Dostoevskij, i due o tre libri a settimana che il Times le manda da recensire, i manoscritti di cui valutare la pubblicazione, le lettere degli amici – sembra che il tempo, per Virginia Woolf, possa dilatarsi, che le sue giornate possano durare infinite ore, infinite pagine, come quel memorabile giorno di giugno del suo romanzo. Il diario registra tutto questo, come un sismografo di precisione – ci sono i grandi eventi, ma c’è soprattutto la vita dei dettagli. I fiori di Asheham e i caratteri della macchina da stampa, le mosche cadute nel calamaio e il barattolo di vetro verde che le regala il farmacista e che «trattiene la luce & la modifica», le chiatte ormeggiate sul fiume, i 4 penny per un quarto di latte e l’arrivo dei nuovi rulli inchiostratori, la «notte stellata» e il «vento furioso».

Quando il volume si chiude, il diario sembra aver «trovato un suo respiro regolare anche se ponderato»; è la fine del 1919, i Woolf si sono da poco aggiudicati per 700 sterline Monk’s House, a Rodmell, «una casa senza pretese, lunga & bassa, una casa con tante porte»; è una casa tutta da ristrutturare, bisognerà aspettare i soldi guadagnati con La signora Dalloway e Il lettore comune perché i Woolf si possano permettere di costruire due bagni interni, l’acqua calda arriverà solo nel 1926, l’elettricità nel 1931, il telefono nel 1932 – ma il 28 dicembre 1919, quando il diario si chiude, Virginia Woolf scrive «oserei dire che siamo la coppia più felice d’Inghilterra». 

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