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Vivere con gli dei. Il peso politico della religione

Alla fine del secolo scorso ben pochi avrebbero scommesso che le religioni avrebbero mai più avuto un peso politico di rilievo, che avrebbero influenzato l'assetto politico del mondo o che si sarebbero riaccesi i fuochi sopiti di conflitti religiosi tanto antichi da essere ormai dimenticati. L'evidente secolarizzazione dell'Europa, sempre più diffusa e inarrestabile, ci induceva a pensare – con un atteggiamento che fino a non molto tempo fa avremmo definito arroganza culturale e che ora, invece, più appropriatamente dobbiamo chiamare provincialismo culturale – che, essendo ormai pari a zero il peso politico delle religioni nel nostro continente, ciò significasse la sua fine per sempre e ovunque. Come succede spesso, la Storia ci ha sorpresi e dobbiamo ammettere di esserci sbagliati. Infatti, in diverse parti del mondo compresa l'indifferente Europa, sorgono scontri, guerre e ostilità in cui diversi gruppi identitari nazionali e culturali sbandierano i vessilli delle religioni tradizionali per rianimarsi e radunare persone che in quei simboli, in qualche modo, si riconoscono. Come mai sta accadendo? E davvero non era immaginabile?

Neil MacGregor, direttore dal 1987 al 2002 della National Gallery di Londra e dal 2002 al 2015 del British Museum, attualmente direttore dell'Humboldt Forum di Berlino, e autore del saggio Vivere con gli dei (Adelphi) sostiene che avremmo potuto immaginarlo, perché il riapparire sulla scena politica mondiale delle religioni organizzate e delle politiche identitarie a loro associate è "solo un ritorno al precedente modello delle società umane". È sempre stato così, lo è ancora oggi e, nonostante tutto, la religione – qualunque religione – non è il male assoluto.

 

Partendo da questa premessa forte l'autore spiega la sua tesi e lo fa iniziando dalle prime testimonianze di religiosità, all'alba dei tempi, per giungere fino ai giorni nostri e alle forme di religione secolarizzata del Novecento come i nazionalismi, l'ateismo di Stato o l'adorazione di un leader. Il percorso, lungo e affascinante, procede attraverso l'osservazione e l'interpretazione di oggetti, luoghi di culto, immagini sacre che, in una successione cronologica e in diversi contesti culturali, raccontano come, sin dalle più remote origini dell'umanità e nei più diversi luoghi della Terra, i gruppi umani abbiano osservato e interpretato il mondo e il proprio ruolo in esso – da vivi e da morti – e come, attorno a tali narrazioni, abbiano costruito forme sempre più complesse di convivenza. Che si tratti di fede, di ideologia o di religione, le credenze e i presupposti che "trascendono la vita dei singoli individui e sono parte di un'identità condivisa" definiscono i rapporti, stabiliscono le regole, informano i comportamenti, pongono i limiti. Permettono, insomma, di vivere e lavorare insieme, anche in gran numero. Prima di essere l'oppio dei popoli, secondo la famosissima espressione di Karl Marx (cfr. Critica della filosofia del diritto di Hegel), la religione è stata il collante dei popoli; e proprio da questo punto di vista vuole raccontarla Neil MacGregor. 

 

Sin dall'era glaciale società o, meglio, gruppi d'individui che dobbiamo pensare piuttosto ridotti e con scarsi mezzi, hanno dedicato enormi risorse alla realizzazione di oggetti usati nei riti e nella costruzione di luoghi in cui riunirsi per celebrare insieme. Tra i tanti reperti che lo testimoniano MacGregor sceglie una straordinaria figura d'uomo con testa di leone, chiamata Uomo-Leone, alta circa trenta centimetri, finemente scolpita in avorio di mammut, databile attorno a quarantamila anni fa e ritrovata nei pressi di Ulm, nel sud-ovest della Germania. Perché privarsi di una risorsa preziosa e in più sobbarcarsi il peso di una bocca improduttiva per permetterle di dedicarsi alla creazione, veramente impegnativa in termini di tempo e abilità visti gli strumenti che poteva usare, di un oggetto del tutto inutile? Tra i luoghi, oltre al notissimo Stonhenge, MacGregor cita un sito irlandese ancora più antico, precedente alle piramidi egiziane, Newgrange, a una cinquantina di chilometri da Dublino (inciso personale: io l'ho visitato molti anni fa ed è bellissimo!), dove si trova una grande struttura in pietra – una tomba circolare cui si accede attraverso un lungo e stretto corridoio di grandi megaliti – orientata in modo tale che alle 8,58 del mattino del Solstizio d'inverno un raggio di sole entra, ne colpisce il centro e la illumina. Questa "enorme struttura di pietra", nota MacGregor, "ideata, orientata e costruita per quei diciassette ineffabili minuti" in cui la luce del sole entra e rimane quasi a riportare vita ai morti, rappresenta una grande impresa architettonica che ha richiesto non solo grande maestria e innumerevoli osservazioni, ma anche "l'investimento di risorse fondamentali in vista di un futuro beneficio esistenziale e non materiale". Come questo molti altri luoghi sulla Terra testimoniano il ruolo fondamentale dei culti nello sviluppe e nell'organizzazione delle società preistoriche.  

 

L'interesse dell'autore di Vivere con gli dei non ha per oggetto la fede dei singoli né la loro spiritualità, le dottrine o la teologia, ma le pratiche religiose, "ciò che intere società credono e fanno". Cerimonie, luoghi di culto, oggetti sacri usati dai fedeli dei quattro continenti raccontano la loro esperienza del mondo e quale ritenevano fosse il loro posto in esso; le credenze e le pratiche condivise formano, confermano e rafforzano identità e appartenenze. In tal senso è indubbio che la religione abbia avuto una funzione politica e sociale. Potrebbe addirittura esserci lei all'origine anche della prima e più fondamentale svolta della civiltà umana, la rivoluzione agricola, avvenuta circa dodicimila anni fa. L'ipotesi, fondata e ben documentata da recenti scoperte archeologiche, è proposta dall'archeologo tedesco Klaus Schmidt, cui si devono la scoperta e gli scavi, dal 1994, del sito di Göbekli Tepe, collina panciuta, odierna Sanliurfa, nella Turchia sud-orientale, vicino al confine con la Siria, recentemente aperto al pubblico. Si tratta del sito più importante e antico nella storia degli edifici di culto, testimonianza che dodicimila anni fa "un'intera società di cacciatori-raccoglitori unì le forze per costruire un colossale monumento di pietra": 200 colonne alte fino a 6 metri con bassorilievi di animali come leoni, avvoltoi e serpenti disposte in cerchio.

 

 

Seimila anni prima di Stonhenge e diecimila prima della piramide di Giza, molti esseri umani hanno dovuto lavorare e organizzarsi per costruire un luogo immenso in cui riunirsi per celebrare insieme. È possibile, ritengono gli studiosi, che, contrariamente a quanto si è creduto a lungo, la sedentarizzazione e l'agricoltura non occasionale ma sistemica, sia stata una conseguenza della necessità di alimentare un grande numero di persone adibite a un lavoro e impossibilitate, perciò, a procurarsi cibo da sole cacciando. Ed è probabile anche che Göbekli Tepe sia stato il prodromo della civiltà urbana apparsa nei millenni successivi nelle zone limitrofe della Mesopotamia. "In altre parole, conclude Mac Gregor, prima di vivere vicini gli uni agli altri, abbiamo vissuto con gli dei."

 

Demolire un tempio è molto più grave di un atto di profanazione, è un attacco alla comunità cui quel tempio appartiene. La rappresentazione pubblica e ritualizzata della vita spirituale, in cui ognuno è spettatore e attore, dimensione fondamentale in tutte le religioni, crea coesione spirituale e sociale; la fede assume una dimensione pubblica nella quale "l'aspetto politico e quello religioso sono intrecciati in modo stretto. Negli edifici sacri e negli atti rituali di offerta e di sacrificio le società esprimono la loro visione del corretto ordine delle cose del mondo." E alla dimensione sociale appartiene la festa, che avvicina tra loro gli uomini nella gioia e li unisce agli dei, perché non solo si vive ma anche si festeggia insieme a loro, e a tutte le generazioni, passate e future. La festa è un collante straordinario, ed è formidabile la sua capacità di perdurare, trasformandosi nelle forme e nei significati che le si attribuiscono, sopravvivendo attraverso i tempi e le culture. Ne è un esempio peculiare e divertente il Natale "la festa più amata di una religione mediorientale, che si sovrappone a un'antica festività romana, assorbe il culto della natura importandolo dalla Germania, viene rimodellata e messa in versi a New York, e finisce per condurre agli addobbatissimi grandi magazzini di tutto il mondo". 

 

Un segno della forza della religione è la violenza con la quale si è cercato di eliminarla. Per esemplificarlo MacGregor menziona due esempi. Il primo riguarda la Francia ai tempi della Rivoluzione del 1789, il primo caso di uno Stato ateo della Storia. Il governo rivoluzionario abolì la religione, confiscò i beni della Chiesa, proibì il culto cristiano, perseguitò fedeli e religiosi tagliando molte teste. Tuttavia, comprendendo l'utilità politica delle feste e non potendo ignorare la necessità di nominare i mesi, i giorni e così via, sostituì alla religione cattolica il culto della dea Ragione, cambiò i nomi dei giorni della settimana e dei mesi e, insomma, fece un putiferio sanguinario. Dopo il Terrore, tutto tornò come prima. Anche l'Unione Sovietica decretò l'ateismo di Stato, ma nonostante tutto la religione ortodossa restò più viva che mai, sotto le ceneri delle sue cattedrali distrutte. MacGregor riporta una piccola fotografia della demolizione della cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca per ordine di Stalin nel 1931 e un'altra in cui la stessa cattedrale è ricostruita in tutto il suo splendore negli anni Novanta. Il motivo per cui in entrambi i casi, come in molti altri, la religione non poté essere cancellata o dimenticata va rintracciata, secondo MacGregor, sia nei sentimenti di coesione e di impegno sociale che la religione produce sia nella rabbia e nel malessere "per la distruzione di modelli di vita comunitaria consacrati dal tempo" impossibili da sradicare del tutto dal cuore della gente.

 

Vivere con gli dei non è soltanto un libro originale, piacevole da leggere e con delle immagini molto belle. Sviluppa anche una tesi chiara: mostrando l'altra faccia della medaglia della funzione politica della religione, ne mette in luce la capacità di creare fortissimi legami tra gli individui (d'altra parte è questa l'origine etimologica della parola religione), di formare identità collettive e di normare i rapporti tra le persone rendendone possibile la vita sociale e il lavoro collegiale in vista di un fine comune. Oggi le società devono affrontare un'enorme sfida dal cui successo dipende la sopravvivenza del vivere civile, quella di fare in modo che le religioni, intese nel senso più ampio di insiemi di narrazioni, regole di comportamento reciproco, visioni e prospettive riguardo al futuro, siano elemento d'unione e di civilizzazione per l'umanità intera, e non strumenti di prevaricazione o di dominio. Scegliamo noi quale lato della medaglia vogliamo far prevalere.

 

"A mio giudizio – conclude MacGregor – il declino del ruolo delle religioni istituzionali ha condotto a una seria perdita del senso di comunità, e i fedeli di un tempo si sono trasformati oggi in consumatori sempre più atomizzati. Tutte le tradizioni che abbiamo esaminato affermano che la vita del singolo è più soddisfacente se viene vissuta in seno a una comunità, e tutte offrono modi per tradurre in realtà questa affermazione. È famosa la frase di J-P Sartre, secondo cui 'l'inferno sono gli altri'. Le narrazioni e le pratiche che abbiamo esaminato in questo libro sostengono l'esatto contrario: che vivere armoniosamente con gli altri, vivere insieme, è la cosa più vicina al cielo che ci è dato di raggiungere". E chiude riportando l'immagine di una scultura lignea del 1480 ca., una Madonna della Misericordia, che ritiene possa simboleggiare perfettamente questa sua idea. Maria tiene allargato con le braccia l'orlo del proprio mantello al cui riparo si raccolgono molte diverse persone, "guarda risoluta verso il futuro e… sta facendo un passo avanti, e loro con lei".

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