Paul Staint Bris: ripulire la Gioconda
Capita di rado che il primo romanzo di uno scrittore sconosciuto restituisca alla lettura la sua pretesa più alta, quella di essere nello stesso tempo divertente e profonda. Accade con L'alleggerimento delle vernici di Paul Saint Bris (traduzione di Giuseppe Giovanni Allegri, Barta 2026). Il romanzo si presenta come una specie di giallo che indossa il genere con leggerezza, ma già nelle prime pagine esibisce la sua natura di artificio, di kitsch consapevole, di amore e partecipazione a una finzione esagerata: l'agenzia convocata dalla nuova direttrice del Louvre per comunicare il più strabiliante dei restauri d'arte, quello della Gioconda di Leonardo da Vinci, si chiama CAMP, acronimo per Culture, Art, Média, Patrimoine. Come se l'autore volesse offrire subito una chiave di lettura per dirci che in questo libro la serietà sarà trasformata in spettacolo, senza però distruggerla del tutto: la sua storia sarà il punto in cui tragico e teatrale si fondono, come in un romanzo di Ronald Firbank.
La Gioconda, si sa, non si può restaurare: non che ci sia un decreto ministeriale che lo vieti espressamente ma è noto che la linea scientifica ufficiale del comitato curatoriale del Louvre, supportata dai massimi esperti del C2RMF (il Centro di Ricerca e Restauro dei Musei di Francia) mette a verbale anno dopo anno questa raccomandazione. Saint Bris fa accadere questa eresia, tutta la storia è incentrata sul cosiddetto "alleggerimento delle vernici" di questo celebre quadro e lo scrittore accenna al caso del restauro di un altro Leonardo, avvenuto davvero nel 2012: quello di Sant'Anna, la Vergine e il Bambino con l'agnellino, che scatenò un terremoto, con dimissioni di due dei massimi esperti d'arte del Louvre e scandalo mediatico internazionale. Nei ringraziamenti, alla fine del romanzo, Paul cita suo padre François ("per avergli trasmesso la passione per Leonardo"); suo padre è presidente del Chateau du Clos Lucé, che si trova a Amboise, l'ultima dimora dove visse Leonardo da Vinci e che appartiene alla famiglia Saint Bris da generazioni. È abbastanza comune che chi eredita una dimora storica si metta a scrivere un saggio o una biografia celebrativa della sua famiglia ma Paul, dicono le note biografiche nel risvolto, è "fotografo, regista e direttore artistico" e, googlando, si scopre che il suo lavoro è rivolto all'immagine in senso filosofico e sociale, studia il modo in cui la società contemporanea consuma le immagini, l'ossessione per il "visibile a tutti i costi" e il nostro rapporto con l'arte visiva.
Si spiega così il suo divertimento nel raccontare la messa in scena di questo restauro inventato ma che lui rende plausibile e trasferibile a migliaia di altri restauri, strumentalizzati da un marketing aggressivo e dalla spettacolarizzazione tipica dei grandi eventi commerciali: la fiera dei restauri per aumentare i visitatori dei musei, per inseguire la famigerata visibilità, per trasformare i MET, i VAM, i MANN in brand pop, scontrandosi con la visione purista dei vecchi curatori d'arte. Ed è proprio attraverso il protagonista del suo romanzo, Aurélien, direttore del Dipartimento di Pittura del Museo del Louvre, che Paul Saint Bris mette a fuoco le contraddizioni dell'arte contemporanea. Aurélien è profondamente riservato e si trova a suo agio solo nel silenzio delle sale del museo, vive la sua professione come una missione quasi sacrale ed è legato ai dipinti da una forma di "benevola compagnia". L'autore ne fa il simbolo della resistenza romantica contro la spettacolarizzazione della cultura, un uomo che difende il diritto delle opere d'arte (e degli esseri umani) a mantenere la propria ombra e i propri segreti.

La sua antitesi perfetta è Daphné Léon-Delville, ex responsabile delle relazioni esterne del Louvre, succeduta al vecchio direttore, pensionato, "un uomo proveniente dalla cerchia esclusiva dei curatori", nominata dal presidente della Repubblica per far entrare il Louvre "in una nuova era". "Prima di me, qui si stava all'età della pietra!" amava ripetere Daphné durante le interviste concesse in egual misura a Connaissance des Arts e a Elle". La tecnocrate pragmatica, la manager della "trasparenza" e dell'efficienza che arriva, nominata dall'alto, per modernizzare il museo. E poi il restauratore scelto dopo una selezione difficile poiché la maggior parte dei nomi "adatti" si rifiuta, l'italiano Gaetano Casani, che accetta di mettere le mani sul dipinto più famoso del mondo, l'unico che non si fa schiacciare dal mito, che ha l'audacia, la sicurezza tecnica e l'incoscienza necessarie per accettare l'incarico. Aurélien andrà a trovarlo in Italia per farne il braccio operativo di un destino che, naturalmente, non si può rivelare. La suspence cresce nel romanzo, abilmente manovrata da Paul Saint Bris: Aurélien e Gaetano formano una coppia unica, due uomini diversissimi per temperamento – uno rigoroso e tormentato, l'altro libero e istintivo – che condividono un legame viscerale con la pittura e la materia dell'arte. Tra loro, il personaggio di Homero, l'uomo delle pulizie del Louvre, rappresenta il contrasto di classe, il punto di vista disincantato, pratico e profondamente umano.
Mentre Aurélien si preoccupa della pulizia metafisica e scientifica delle vernici della Gioconda, Homero si occupa della pulizia materiale e quotidiana del linoleum e della polvere lasciata da milioni di turisti: ciò non gli impedisce di sviluppare un rapporto intimo, profondo e commovente con il quadro di Leonardo. Mentre Aurélien guarda il quadro attraverso la lente deformante di secoli di storia dell'arte, attribuzioni e paranoie conservative e Daphné lo guarda attraverso le metriche del marketing, Homero lo guarda con una purezza primordiale. Chissà se Saint Bris ha avuto presente, tratteggiando la figura di Homero, uno dei "miti d'oggi" di Roland Barthes. Perché, nel restauro della Gioconda, il Louvre sembra applicare proprio il mito barthesiano della "pubblicità del profondo": l'illusione di scrostare il tempo per liberare una trasparenza sterile ma instagrammabile. Il cortocircuito poetico è Homero, ridotto dalla società alla funzione-detersivo ma, nel silenzio del museo chiuso, l'operaio ribalta il mito: il suo sguardo innamorato della Gioconda rifiuta la profanazione chimica. Mentre "in alto" si vuole pulire il profondo per mercificarlo, il basso custodisce il tempo e ne difende il misterioso sedimentare sul quadro.
Ora, immaginate un certo lirismo da critica tradizionale dotta che evoca la grande tradizione della letteratura museale e accademica francese: Paul Saint Bris vi innesta vistose partiture di ipercontemporaneità e sfregia il romanzo con un continuo affiorare di scorie, feticci e linguaggi dei nostri tempi. Il fotografo, abituato ai dettagli, immerge il lettore in uno strepitoso pastiche stilistico, alternando e stratificando registri diversi con la precisione della modernità più prosaica e tecnologica. Niente sfugge all'autore tra gli stereotipi del linguaggio, dagli anglicismi del marketing globale alla descrizione della frenesia di massa che intasa i musei, un modo di scrivere che corrode come un agente chimico aggressivo la sacralità delle istituzioni, tra la fissità millenaria dei capolavori e la fluidità isterica dello storytelling digitale. La campagna planetaria che annuncia il restauro della Gioconda è la metafora perfetta di un dramma sotto ai nostri occhi: il tentativo disperato di preservare la profondità del passato in un mondo ridotto a superficie retroilluminata dalla miriade di schermi che ci assediano.