Resistenza dissidente

25 Aprile 2026

È un libro coraggioso quello che Guido Quazza pubblicò nel 1976 con il titolo Resistenza e storia d’Italia (Feltrinelli). Non erano ancora maturi i tempi per sottrarre la Resistenza alla retorica che tendeva a mummificarla, sterilizzando la sua importanza sul piano storico e politico, e tuttavia Quazza non esitò a fare di questa sottrazione un obiettivo programmatico: “Collocare un evento nella sfera del mito, e perciò farne come un blocco unitario, significa porre un ostacolo insuperabile alla sua individuazione storica”.

La biografia dell’autore – ricostruita da Diego Giachetti in Guido Quazza storico eretico (Centro documentazione Pistoia, 2015) – mostra un intreccio costante tra rigore professionale, dedizione alla formazione dei giovani, impegno civile. Nato nel 1922, partigiano di orientamento socialista in una formazione politicamente eterogenea attiva nella zona occidentale del Piemonte, dopo la guerra si era dedicato all’insegnamento nelle scuole superiori, ma contemporaneamente aveva ottenuto la libera docenza all’Università di Torino, dove sarebbe rimasto per tutta la vita (tranne una breve parentesi alla Scuola Normale di Pisa), ricoprendo per quasi trent’anni la carica di preside della Facoltà di Magistero che aveva assunto alla vigilia del ‘68. Il suo impegno non si esauriva nel mondo accademico. Nel 1972 fu tra i promotori della “Rivista di storia contemporanea”, che ebbe una notevole influenza nell’ambito della ricerca e della didattica, e nello stesso anno fu nominato presidente dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione, su proposta di Ferruccio Parri che l’aveva fondato nel 1949. Fu un impegno a cui si dedicò con grande dedizione quasi fino alla morte, avvenuta nel 1996.

Resistenza e storia d’Italia, che suscitò un ampio dibattito e scatenò molte polemiche, è uno dei tasselli più significativi di questa biografia. Il libro propone innanzitutto una rilevante innovazione metodologica. Si trattava infatti di superare i limiti angusti del periodo 1943-’45 nei quali la Resistenza era stata artificialmente rinchiusa attraverso una duplice mutilazione (tematica e cronologica) che aveva spinto a identificarla esclusivamente con l’esperienza della lotta armata. Quazza, al contrario, colloca la Resistenza in un contesto più ampio, compreso tra il fascismo e l’era De Gasperi, che sancisce l’emarginazione delle culture politiche maturate durante la guerra e il congelamento del rinnovamento istituzionale.

Questo ampliamento dello sguardo consente all’autore di indagare nodi storiografici all’epoca ancora poco esplorati. Particolare rilievo è attribuito alla scelta compiuta da coloro che aderirono alle formazioni partigiane, a cui Quazza attribuisce anche una dimensione “esistenziale”. In una articolata analisi del libro pubblicata su "Belfagor" nel marzo 1977, Claudio Pavone – che con Una guerra civile pubblicato nel 1991 contribuirà in modo decisivo al rinnovamento degli studi sulla Resistenza avviato da Quazza – aveva sostenuto che l’introduzione della categoria di antifascismo “esistenziale” rappresentava uno degli esiti più fecondi del libro. Quella chiave di lettura, infatti, liberava la scelta dei partigiani da uno schema ideologico che ne riduceva la complessità e recuperava dimensioni prima ignorate. L’antifascismo era stato anche “esistenziale” perché quella rivolta aveva prodotto una ricomposizione degli individui nella loro totalità, riunificando la sfera pubblica e quella privata, mobilitando le coscienze e mettendo al centro la responsabilità personale. La “forza motrice” della Resistenza fu una rivolta morale, sostiene Quazza:

“Non fu [...] una guerra in cui un'«autorità» – lo stato, la patria – spinge e trascina. Fu, invece, la rivolta dell'uomo armato dei propri ideali entro, e in parte contro, un mondo che pareva dominato dalla strapotenza degli apparati statali e dal loro sempre più mostruoso controllo della tecnica che irreggimenta e asserve il singolo”.

L’antifascismo “esistenziale” è anche un antifascismo “spontaneo”. Quazza lo definisce a più riprese “prepolitico”, e nell’ambiguità di questo termine sta un limite della sua analisi, forse anche una contraddizione. Il suo obiettivo, infatti, è quello di ridefinire i confini dell’azione politica, liberarla dalla supremazia dei partiti e restituirla ad una dinamica più ampia, nella quale le scelte individuali e le forme di autogoverno hanno anch’esse una dimensione politica che si intreccia con quella delle organizzazioni ma preesiste ad esse e conserva una propria autonomia. Quindi il termine “prepolitico” non è adeguato a identificare con chiarezza tutte le sfaccettature dell’agire politico, perché presuppone una successione temporale, un passaggio da uno stadio di coscienza latente ad uno di maturità, e quindi – inevitabilmente – una gerarchia.

Ma non è questo, evidentemente, l’approccio di Quazza, che è indubbiamente influenzato dal dibattito su spontaneità e organizzazione sviluppato intorno al ’68, ma lo spoglia dei connotati ideologici per trasportarlo sul terreno rigoroso dell’interpretazione storica.

Il riconoscimento della dimensione “esistenziale” e “spontanea” conduce l’autore verso una rappresentazione più articolata delle bande partigiane, definite un “microcosmo di democrazia diretta”, in quanto istituiscono un rapporto di reciproca responsabilità tra il singolo e il collettivo e agiscono come uno strumento pedagogico che educa all’autogoverno. Quazza individua anche i limiti delle esperienze di autogoverno che non saranno in grado “di diventare l’esempio di organi istituzionali di democrazia di base per l’intera popolazione”, ma ne riconosce la funzione di “lievito”, di elemento costitutivo di una nuova cultura politica.

k

Il lavoro di scavo in questa direzione conduce Quazza ad analizzare in modo estremamente critico la linea adottata dal Partito comunista a partire dal rientro in Italia di Palmiro Togliatti, nel marzo 1944, dopo un lungo periodo di esilio. Con la “svolta di Salerno”, il leader del Pci impose una nuova linea fondata sull’abbandono dell’intransigenza verso la monarchia, sul rinvio della questione istituzionale e sulla necessità di un governo unitario con l’obiettivo prioritario della liberazione. In questo modo riuscì a rompere l’isolamento del suo partito e ad accreditarlo come soggetto centrale nella politica nazionale, ma al tempo stesso legittimò la conservazione dei vecchi apparati istituzionali e compromise il rinnovamento dello stato.

Sulla base della lacunosa documentazione disponibile all’epoca, l’autore giunse a formulare l’ipotesi che la nuova linea non fosse solo il frutto di un'elaborazione autonoma di Togliatti, ma anche un’imposizione di Stalin. Colpisce rileggere oggi queste pagine, perché alcuni studi successivi resi possibili dalla parziale apertura degli archivi sovietici negli anni ‘90 (ad esempio quello di Michail Narinskij pubblicato in «Studi Storici», n. 35, 1994) e la pubblicazione dei diari di Georgi Dimitrov, dirigente comunista bulgaro e a lungo segretario generale dell'Internazionale comunista (Diario. Gli anni di Mosca 1934-1945, Einaudi, 2002), hanno confermato che Quazza aveva visto giusto.

La “svolta” è anche un nodo cruciale per l’affermazione di una visione centralistica che entra in rotta di collisione con le spinte dal basso che avevano nutrito la Resistenza. Il progetto di "partito nuovo” che Togliatti lanciò nel ‘44, infatti, era imperniato sulla rivendicazione di un ruolo esclusivo del partito nella lotta politica e sulla sua funzione di guida dell’azione popolare, a cui viene negata qualsiasi autonomia. Il partito “di massa”, che fu in grado di raccogliere oltre due milioni di iscritti nell’arco di due anni, rimase ingabbiato in una struttura centralistica che ricalcava quella del vecchio partito formato da rivoluzionari professionali di cui si perseguiva il superamento, e questa apparente contraddizione permise il funzionamento di un capillare apparato che coniugava direzione politica e pedagogia politica, una pedagogia che Quazza non esita a definire autoritaria.

È evidente che il libro non poteva essere gradito alla storiografia legata al Pci, reticente a riconoscere nelle bande partigiane un'autonomia che avrebbe minato l’ideologia della supremazia del partito. Significativi, al riguardo, due interventi pubblicati dal settimanale del Pci “Rinascita” tra ottobre e dicembre 1976. Nel primo, Massimo Ilardi accredita l’idea di Togliatti di creare l’egemonia del partito della classe operaia nello Stato, esercitando un controllo politico dall’alto. Nel secondo, Carlo Pinzani critica duramente il libro esprimendo un “radicale dissenso sulle linee interpretative”, e incolpa il suo autore di una valutazione “ingiustificata ed astratta”. In particolare, nega la possibilità di attribuire un carattere "spontaneo" alle bande partigiane e sostiene che solo grazie al partito era stato possibile realizzare forme di autogoverno.

Era stato Vittorio Foa a prendere le difese di Quazza con un intervento sulla rivista “Il Ponte” in cui aveva sostenuto che la classe e il partito non coincidono, ed è quindi un errore limitare la ricerca storica al partito politico eliminando la società, così come è un errore identificare potere e governo, alimentando l’autoillusione di una “potenza” che non esiste nella realtà, ma è soltanto una rappresentazione ideologica.

Lo scontro è – in definitiva – intorno a una diversa concezione della storia, che per Quazza non deve limitarsi ad una giustificazione di quanto accaduto:

“il centro del dibattito [deve] essere quello dell'analisi delle possibilità reali di un esito politico della lotta armata diverso da quello che si è avuto. [...] Si tratta di non cedere alla concezione della storia come pura giustificatrice del passato, come il razionale che placa la coscienza avallando ex post il reale, e di indagare se le scelte fatte allora fossero le sole possibili o se una o più alternative esistessero e non siano stati colte e perché: si tratta, cioè, di fare la storia della libertà e non della necessità [...]”.

Qui sta lo "scandalo" del libro di Quazza, e anche una delle ragioni per cui è importante tornare a leggerlo oggi, al crepuscolo di un’epoca che della “necessità” ha fatto il suo feticcio svuotando l’azione politica dell’apporto vitale di ciò che si muove nella società, in modo autonomo. Quelle pagine scritte cinquant’anni fa non sono solo una lucida e incisiva lezione di storia, ma anche un'indicazione di metodo su come leggere il proprio tempo.

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).
TAGGED: Guido Quazza