Dušo, dušo moja, anima, anima mia: ancora oggi quando mi telefona da Zagabria mia zia mi chiama così. L’anima slava viene citata a proposito e a sproposito, la si infila dappertutto anche quando non centra.

È la mia anima slava, dice chi mi conosce, a farmi vivere in un perenne stato di agitazione. Ti si sente fin da giù delle scale, mi dice la maestra di meditazione, non si agiti, ripete il medico convinto che se mi fermo scenderà anche la pressione, langsam langsam, piano piano, mi dice il collega psichiatra, lei è troppo veloce per me, si irrita il negoziante, be quite mi invita l’insegnante d’inglese.

 

Inutile spiegare, dire che si tratta di uno stato abituale e naturale, che anzi, con il passare degli anni va meglio, le onde non sono più quelle alte da bandierina rossa, ormai è un vento settembrino di tramontana.

La non calma è una Weltanschauung insofferente all’ordine costituito, uno strumento di superamento dei confini, delle giuste distanze, rispetto dei ruoli, linee gerarchiche e costruzioni istituzionali, delle classi sociali che non devono sfiorarsi. Delle passioni che non devono mischiarsi. È un mezzo di avvistamento, che produce un avvicinamento – insieme una possibilità di rinculo violento.  

Sì, certo, è la commozione, lacrime che salgono senza motivo, quel qualcosa che si dà, non si dà, si tocca, non si tocca, si dice, non si dice. Se non in musica.

 

Nel mio caso la musica è stata la colonna sonora dell’infanzia, e lì è rimasta, non è mai diventata una materia, e da lì forse discende l’averla naturalmente ritrovata nel mio lavoro di psicoanalista con tutto il mistero delle sue note, delle sue emozioni. Mi è servita a farmi l’orecchio, è diventata uno strumento, direi quasi propedeutico, al mestiere dell’ascolto. Come scriveva Mauro Mancia, una metafora:

 

“Sottolineare l’importanza vitale del respiro, senza il quale la musica stessa non respira, introduce per noi un tema speculare, quello del nostro tempo interiore, imprescindibile strumento di lavoro e di cura, senza il quale non può nemmeno nascere quello del paziente, né, i due tempi, potranno accordarsi e trovare il ritmo della relazione”.

 

Che ha come segnale il tono di voce: la voce che si incrina, si spezza, stride, stona…, la voce, nostra e dell’altro, ogni volta diversa, che può tradire. La voce che sorprende: non si sa mai come sarà. E può capitare di pensare che più che ancora di quel che si ha da dire è importante indovinare “il giusto tono di voce”.

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17 Novembre 2011