Appunti di un lepidotterologo

Molti decenni sono trascorsi dal momento in cui presi coscienza che le farfalle, questi delicati insetti – simbolo estremo di ogni metamorfosi – che nella loro esistenza si trasformano incredibilmente da “vermi” a stupendi arcobaleni volanti, erano davvero la raison d’être delle mie lunghe giornate all’aperto in quelle memorabili e interminabili estati dell’infanzia.

 

In effetti, al contrario delle rare giornate in cui oggi mi immergo nella natura - che si concludono velocemente (e con gran pena) in poche ore - chissà perché quei giorni gai d’infanzia non finivano mai. Parevano non finire mai neppure le estati, almeno nella loro prima parte (l’ultimo mese viaggiava alla velocità della luce): la mia percezione del tempo allora era quasi certamente alterata dall’entusiasmo giovanile, segno che, in fondo, il tempo non esiste se non nella nostra immaginazione ed interpretazione di ciò che avviene intorno a noi.

 

Ebbene, a quei tempi vivevo a Vallemosso, nel Biellese, paese tessile incassato in una stretta valle, ferito gravemente dall’alluvione del Novembre 1968. Qui, con Piscopo, l’amico d’infanzia dal bizzarro nome, entomofilo come me, mossi i primi passi verso la conoscenza approfondita dei lepidotteri, volgarmente detti farfalle. Mi attraevano più di ogni altro essere vivente, molto di più delle compagne di scuola, va sottolineato, grazie ad una situazione ormonale che è tipica delle età più spensierate e che precede le tempeste degli anni a venire. Già si era intravista questa curiosa passione per le farfalle due o tre anni prima, all’età forse di 4 o 5 anni, durante le avventurose passeggiate con mio nonno Battista lungo la via allora sterrata che conduceva da Miagliano verso la frazioncina di Lorazzo. La sabbia e il pietrame caldo per il sole estivo erano una perfetta pista di atterraggio per le vanesse che popolavano la zona. Ricordo vividamente l’ampia curva che stava appena prima del ponte sopra il quale scorrevano le rotaie del vecchio trenino proveniente da Biella. Qui, uno slargo di sterrato anticipava una ripa cespugliosa e boscosa diretta verso i binari.

 

Le mie vanesse volavano lì, tra le pianticelle di gaggia e le poche querce ed i castagni, ma a scaldarsi scendevano sino alla sabbia e si posavano chiudendo le ali tanto che, grazie al loro scuro colore esterno, non erano affatto visibili se poste diritte di fronte all’osservatore e si potevano scorgere solo grazie all’ombra, ma a patto che l’ora non fosse il mezzogiorno con il sole a picco. Io mi ero fatto costruire un retino, con una rudimentale rete da pesca, e le rincorrevo maldestramente come il matto delle carte da gioco fallendo quasi sempre il colpo. Queste specie di farfalle, infatti, sono delle robuste volatrici, per nulla prone a farsi catturare da inesperti aspiranti entomologi.

 

Lì, certamente, nacque la passione che sarebbe durata tutta la vita, con una breve interruzione durante la piena adolescenza quando, a causa delle tempeste ormonali di cui ho già detto, improvvisamente trasferii le mie attenzioni ad altri esseri con due arti in meno e senza ali, apparentemente gentili ma spesso in competizione con i lepidotteri per le mie attenzioni. Questo amore incondizionato per le farfalle mi ossessionava e riempiva le mie estati. A Vallemosso sarebbe maturato esprimendosi appieno, grazie in origine anche all’ammirazione delle scatole di camicia, con un fondo rudimentale di cartoncino, che Piscopo custodiva gelosamente nella sua cantina, dentro ad un armadio a cui nessuno se non lui poteva accedere. La prima volta che vidi quella serie di Inachis io e di Vanessa atalanta, tutte uguali, allineate, stupende nei loro colori – rosso e con il tipico occhio di pavone la prima e nera con bande rosse e puntini blu la seconda – fui così colpito da tornare a casa stordito, come in preda ad una febbre che si poteva placare solo iniziando il mattino dopo instancabilmente ed ossessivamente a cercare le vanesse. Le vanesse mi erano apparse come fantasmi irraggiungibili sulla sterrata di Lorazzo, ed ora me le ero trovate davanti preparate come si comanda, con ali aperte in tutta la loro bellezza. Chi non è un appassionato di farfalle non può capire lo stupore di chi le ama di fronte alla loro eleganza e bellezza.

 

In realtà, ai tempi di Vallemosso non ne sapevo molto. All’inizio, si trattava di un mondo del tutto da scoprire in quanto mancava il supporto di una guida adatta, di un testo che mi desse indicazioni anche elementari sui lepidotteri e su dove e quanto cercarli. Non sapendo granché, me ne andavo a zonzo per i dintorni a cercare luoghi che mi parevano propizi. Dotato finalmente di un retino un po’ più “professionale”, raccolsi le mie prime vanesse ed altre specie di farfalle comuni esplorando la valletta del rio Venalba, poco più di un ruscello, con i suoi prati sterminati ed i suoi boschi densi. Come nel caso del tempo, anche in quello dello spazio la percezione infantile è certamente differente da quella adulta: nel rivedere quei prati e quei boschi oggi, non posso non stupirmi di quanto minuscoli essi siano se paragonati all’idea che è rimasta di essi nella mia memoria dove appaiono invece come le savane africane o le foreste pluviali dell’Amazzonia. Indubbiamente, furono queste immagini esotiche che esaltavano le giovani menti: a cercare farfalle, poco sapendo di esse, ci si sentiva come dovevano essersi sentiti David Livingstone alla ricerca delle sorgenti del Nilo e John Stephens tra le rovine Maya nello Yucatan.

 

Fu solo qualche anno dopo che Piscopo reperì in una libreria, durante una vacanza a Varazze, una copia della mitica guida tascabile di Sandro Ruffo, edita da Martello nel 1960. La guida che ancora oggi chiamiamo “il Martello”, che io desideravo – non possedendola – più di ogni altra cosa al mondo, era una sorta di piccola Bibbia preziosa che ci diede i primi strumenti per avere un panorama definito di quanto potevamo attenderci dalla fauna italiana, o, meglio, piemontese, o, più semplicemente, da quella della nostra valletta nel Biellese. Così, la nostra esplorazione divenne qualcosa di più definito, scientificamente parlando, con i nomi delle specie infine chiari, in latino, da scriversi rigorosamente in caratteri corsivi aggiungendo, dopo il nome del genere e quello della specie, per essere precisi, anche quello di colui che per primo lo determinò, spesso Linneo, ma anche altri mitici entomologi il cui nome si stampò nel cervello indelebilmente, gente che ammiravo incondizionatamente per aver scoperto la specie e averla battezzata. La giovane memoria non impiegò molto tempo a ritenere nomi scientifici come Anthocharis (pronunciato da noi, chissà perché, all’anglosassone “antociaris”...), come Gonepteryx, come machaon, podalirius, Erebia, Hipparchia ecc. La ricerca si trasformò poiché il nome di una specie si associa inevitabilmente alla sua conoscenza scientifica dettagliata. Si apprese dove la farfalla vive in Italia, in che mese sfarfalla, come è il suo bruco, su che pianta si nutre (ogni bruco ha le sue preferenze, come gli umani: c’è chi ama le ortiche e chi le foglie di carote, chi mangia cavoli e chi si nutre di graminacee), e in che habitat si può osservare. Ora possedevo la scienza di base ed iniziò così una storia che dura ancor oggi, molti decenni dopo. Molti sono passati di lì. Molti sanno di Vladimir Nabokov, ma non tutti, forse, di Hermann Hesse. Egli così ricorda le sue prime farfalle, in uno scritto del 1896: “Le frequenti passeggiate, che duravano ore, di quel tempo, avevano sempre come meta gli intatti, verdi recessi selvaggi di quel grande prato. Quando mi ricordo di quei momenti di solitudine in mezzo all’erba, mi sento pervadere in modo particolarmente intenso da quel sentimento di felicità che accompagna più d’ogni altro i nostri passi lungo i sentieri dell’infanzia... Lì sopra svolazzavano, attirandomi, le fulminee cedronelle, le delicate licene, le vanesse del cardo e le apature che splendevano di un bagliore prezioso e insieme di rara antichità, le ali grevi dell’antiopa, la selvaggia nobiltà del podalirio e dei macaoni, la vanessa atalanta rossonera, e il raro apollo, nominato con ansia trepida.”

 

Indubbiamente, avendo esattamente gli stessi sentimenti, io stesso potrei aver scritto, se avessi la penna di Hesse, queste nove righe. Ma, per ora, caro lettore, dovrai accontentarti di queste paginette di ricordi e di passione.

Inachis io

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