Quella del “canaro” è una tipologia umana fortemente connotata, che possiede caratteristiche di immediata riconoscibilità. Sia chiaro: il canaro non è il semplice “padrone” di un cane, ma ne è il correlativo umano, quasi l’interfaccia tra animale e mondo. Così se tutti possono essere padroni, non molti riescono a diventare canari. Per esserlo serve una predisposizione, ma è necessario anche un lungo apprendistato, che si fonda però su un’unica premessa, la consapevolezza dell’unicità di quel rapporto che ci lega all’animale (che per questa via smette anche di essere tale). Il cane diventa così – non senza difficoltà – la parte migliore della vita. Del suo cane il canaro è sinceramente innamorato, e senza esitazione lo antepone a molti suoi consimili o addirittura a tutti. Corollario e sottinteso è che il canaro del cane capisce le sofferenze e le gioie, gli errori e i virtuosismi, sviluppando sintonie segrete soprattutto quando la coincidenza porta ad una convergenza nella “visione del mondo”.

 

Come spiega Franco Marcoaldi in Baldo (libro con ampi e riconosciuti debiti nei confronti di Animali e altri viventi di Alberto Asor Rosa), uno dei momenti di più intensa compartecipazione è il sonno. Insieme sul letto o sul divano, uomo e cane arrivano a fondere le proprie nature, dando vita a sperimentali e inedite forme ibride. Sono gli occhi ad aprire la via allo scambio. Quell’occhio canino che sembra nascondere segreti insondabili è il canale che apre le porte della relazione. Poco importa al canaro l’intrusività di quello sguardo. Se Italo Calvino aveva scritto che essere guardato dal cane gli provocava paralizzanti imbarazzi, opposta è la reazione del vero canaro. Andrea Scanzi in I cani lo sanno afferma chiaramente che la continua sorveglianza cui lo sottopone il cane è gradito segnale d’affetto, perché quegli occhi sono “grandangoli puntati sulla vita di chi custodiscono e a cui si consegnano interamente”. L’uomo è il “Dio padrone” a cui il cane dedica ogni suo sforzo. Ma è indispensabile saper ricambiare –almeno in qualche occasione – questa diuturna disponibilità affettiva. Secondo una procedura volta a riscoprire l’orizzontalità, il canaro compie allora il gesto di porsi allo stesso livello del proprio cane.

 

Come il padrone di Baldo descritto da Marcoaldi (e il protagonista umano del libro di Asor Rosa), gli si sdraia a fianco, si mette a quattro zampe: è commistione di prospettive, in questo caso acquisizione, o riacquisizione, di punti di vista smarriti col bipedismo, gesto ancipite, in cui l’affetto si mescola alla volontà di affrontare il mondo dal basso e rasoterra. Del resto il canaro sa che l’universo canino si fonde sull’olfatto più che sulla vista, e cerca di accettare i vuoti dell’incomunicabilità sensoriale. Così con grande pazienza tollera le logoranti soste a cui il cane lo sottopone quando deve svuotare la vescica. Le sue nozioni di etologia gli offrono spiegazioni che gli impediscono di smaniare quando la centellinata distribuzione di pipì ai crocevia delle strade lo fa giungere in ritardo ad un appuntamento di lavoro. Perché il canaro, a ben vedere, ha soprattutto questo pregio, quello di essere così in empatia col cane da arrivare a capirne molte pieghe dell’anima, comprese quelle che agli estranei insofferenti (e ai semplici padroni) paiono solo difetti. E poi ogni cane è in fondo un figlio o una figlia – estensione del sé, specchio in cui riflettersi ritrovando però la migliore delle proprie fisionomie. Scanzi, descrivendo la love story con le sue due labrador nere, non fatica ad ammettere che la sofferenza patita in occasione di una gravissima malattia della più anziana delle due è stata superiore a quella legata alla separazione dalla moglie.

 

Il canaro – uomo naturalmente progressista – non ama nascondersi dietro borghesissimi infingimenti. Un esempio? Il suo peggior nemico è chi disprezza odori, peli e sporco dei cani. Rispettoso della dignità canina, come detesta i cani oggetto, i cani da borsetta, i cani imbellettati delle signore bene, il canaro si rifiuta di dire che il cane puzza. Il cane, più semplicemente, ha addosso l’odore di cane. Capovolgendo così la logica del disgusto, il momento della defecazione diventa quello in cui il cane rivela la sua essenza (è “un rito mistico”dice Scanzi), producendosi in capolavori di plastica bellezza. Com’è ampio il fossato che a questo livello separa i canari dai non canari, vittime dei loro frigidi antropocentrismi, incapaci di accettare l’altro, o, come suggeriva Rilke, estranei alla dimensione dell’Aperto. In una relazione così intesa – costellata da passeggiate insieme, pasti in comune, letture e visioni di film cheek to cheek, idiosincrasie di coppia – appare evidente che ad avvelenare la serenità ci sia l’ossessiva certezza del diverso orologio biologico del cane. Il cane muore prima dell’uomo. La morte preannunciata – presagita in permanenza – è la vera mania del canaro e la pena immedicabile per la scomparsa dell’animale sta all’origine dei numerosi dinieghi di fronte all’ipotesi di sostituzione del caro estinto con un nuovo giovane esemplare.

 

Che dire, in definitiva? Sono queste vite l’annuncio di altre modalità di stare al mondo, fondate sull’arricchimento “interspecifico”? Sono forse il manifesto del “post-umano” – inteso come sommatoria di caratteri che determina una crescita dei soggetti – a più riprese studiato, tra gli altri, da Roberto Marchesini? Oppure sono anche qualcosa d’altro, la traccia di un’emergenza di specie, l’ammissione di resa dei sapiens-sapiens, ormai incapaci di sviluppare relazioni profondamente paritarie con i propri “compagni di specie”? Non si dimentichi che Giorgio Manganelli attribuiva ai cani il ruolo di sintomi delle nostre nevrosi e che Giuseppe Pontiggia nella Grande sera sosteneva che l’amore per i cani ci può separare dall’amore per gli uomini. Già, ma loro certamente non erano canari.

 

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