Come finisce questo libro

Segnata dalla scomparsa di André Schiffrin, critico lucidissimo delle derive finanziarie in editoria e rivoluzionario sperimentatore di formule nuove, la fine di quest’anno di libri già a dir poco malinconico si disbriga senza alcun canto del cigno. Il calo del 6,5% a valore rispetto al 2012, da poco rilevato, ha i modi di un inabissamento ripido ma lineare, privo di scossoni. Come però è stato messo in evidenza da uno studio dell’Associazione Italiana Editori basato su dati Nielsen Bookscan e Informazioni Editoriali, un’accelerazione di questo ininterrotto decadimento si è verificata in corrispondenza dell’approvazione della cosiddetta legge Levi.

 

Fortemente voluto dalla stessa AIE ed esplicitamente rivolto a contrastare il predominio dei nuovi attori del commercio librario on-line come Amazon, che praticavano una politica di sconti molto aggressiva, questo provvedimento sembra aver avuto più che altro l’effetto indesiderato di mortificare ulteriormente una domanda già frustrata dalla generale riduzione del potere d’acquisto. Infatti, se il 2011 registrava un calo del 3,5% rispetto all’anno precedente, da allora siamo arrivati oggi al -13,8%. In altri termini, da quando sono state introdotte le limitazioni agli sconti, la velocità della crisi è aumentata del doppio, e si è diffusa inoltre una percezione negativa – quanto generica – di una “casta” editoriale arroccata su posizioni conservatrici e protezionistiche.

 

Certo, sarebbe malaccorto imputare l’entità di un fenomeno complesso come la crisi del libro, che ha portata internazionale e profonde radici nel quadro macroeconomico e politico, alla sola legge Levi. Viene da chiedersi dunque perché questo sia rimasto finora l’unico intervento in materia.

 

Meno noti al dibattito pubblico sono altri gravi segnali di crisi. Nello scorso agosto, Ernesto Mauri, AD di Mondadori Libri – con una lettera poi ripresa su Facebook da Jacopo Tondelli e rilanciata da Federico Novaro – chiedeva ai librai l’applicazione di un sovrasconto del 5% sul fatturato realizzato con il Gruppo Mondadori nell’arco dell’anno. Per altro verso, già il bilancio dell’esercizio 2012 di PDE SpA, società di distribuzione editoriale leader nel settore soggetta a direzione e coordinamento di EFFE 2005 – Gruppo Feltrinelli SpA, chiuso in perdita per oltre cinque milioni di euro, paventava nella relazione di gestione il «rischio d’insolvenza dei clienti in uno scenario di recessione economica a livello nazionale», sia pur «mitigato dall’elevato frazionamento». Dato che, se ce ne fosse bisogno, dà la misura dello stato di sofferenza in cui versano le librerie. Dal canto loro, i distributori editoriali chiudono ogni anno i loro bilanci con crediti commerciali di diverse decine di milioni di euro, facendo affidamento sul fatto che questi importi sono la somma di un elevatissimo numero di crediti minori che potranno essere recuperati nel tempo. Cosa accadrà ora che a essere in difficoltà non sono singoli librai ma buona parte della clientela?

 

Gli sgravi fiscali sui libri a stampa e la riduzione dell’IVA sugli eBook annunciati di recente dai ministri Bray e Zanonato mirano evidentemente a contrastare il calo della domanda. Messo tra parentesi il proposito senz’altro commendevole di rianimare il mercato librario al collasso (e sorvolando sulla procedura di infrazione da parte della Commissione Europea che l’Italia dovrebbe fronteggiare se legiferasse in materia di IVA sugli eBook senza tener conto delle attuali linee guida europee, come già Francia e Lussemburgo), tuttavia, si tratta anche in questo caso, come già per la legge Levi, di misure generiche e orizzontali, che non entrano nel merito di nulla. Come non ci sono super-sconti per nessuno, così ci saranno sgravi o riduzioni per tutti.

 

In mancanza di un pensiero sulle possibili cause interne e strutturali della crisi editoriale; senza un’assunzione d’impegni riguardo alla dignità del mestiere di fare libri, che passa per la coerenza del progetto editoriale tanto quanto per la salvaguardia dei diritti del lavoro cognitivo; privi di una visione d’insieme sulla promozione della lettura intesa non come comportamento d’acquisto o attività di intrattenimento ma come esercizio critico e fattore di qualità della vita; si potrà anche ravvivare gli acquisti nel breve periodo con un palliativo – il che, banalmente, è un bene – e però in prospettiva non si tratta d’altro che di un intervento di manutenzione dei rapporti di forza in atto.

 

Non sarebbe più oculato, se proprio vogliamo attenerci all’esempio della materia fiscale, orientare misure del genere favorendo con agevolazioni e detrazioni le librerie indipendenti? Sarebbe un riconoscimento del ruolo positivo di promozione culturale svolto dai librai, e al tempo stesso un risanamento mirato a una criticità del sistema.

 

Manteniamoci sul terreno dell’ovvietà: il libro altro non è che una metonimia della società intera. Riflesso delle sue dinamiche, è (o è stato finora) anche strumento primario di trasformazione sociale. E non potrebbe essere diversamente, dato che questo vale per ogni forma strutturata e organizzata della creazione e diffusione di idee e di cultura.

 

È chiaro dunque, o dovrebbe esserlo, che per far fronte alle difficoltà presenti in editoria occorrerebbe un intervento complesso, che riguardi molti piani politici e diversi aspetti legislativi, che non potrebbe avere piena efficacia senza un movimento radicale di autoriforma da parte dello stesso sistema editoriale, e che senz’altro dovrebbe mirare prioritariamente a stringere una nuova alleanza con il lettore disposto a essere non consumatore ma fruitore critico e consapevole, sostenitore attivo di progetti culturali. Un ripensamento del mondo del libro capace di tirarci fuori da questa crisi deve promuovere un’idea di società, investendo sul piano politico ed economico la complessità di un sistema in cui la sfera editoriale si interseca con quelle della cultura, della formazione e della ricerca.

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