Storie d’amore alla francese

Dobbiamo ammirare chi ha il coraggio di scrivere una guida: mettere in ordine un genere, un tema, scegliere i nomi degni di un abc è una fatica immane. Così Gianluca Grossi, che ha scritto una Guida alla musica francese dal dopoguerra a oggi (Odoya, 2014) merita rispetto. Non ha avuto alcuna indulgenza per i suoi gusti: ha messo in fila alfabetica Charles Aznavour e i Daft Punk, Juliette Gréco e gli Air. Non ha insistito troppo nello spiegarsi e spiegarci perché la musica francese della Francia liberata e conquistata è riuscita, unica tra i Paesi europei (Italia inclusa), a diventare cult nel gusto e nei consumi angloamericani: certo, c’è di mezzo Parigi, e non è poco, ma ci vanno di mezzo anche Jean-Paul Sartre e l’esistenzialismo con la loro onda lunga politica sino al Sessantotto. Eppure, c’è qualcosa proprio nello stile musicale della canzone francese a fondarne la tipicità: soprattutto una malinconia raffinata e struggente; la capacità (che è soprattutto anche del cinema francese) di saper raccontare l’amore in ogni sua declinazione, dalla passione erotica ai drammi di relazione, dalla noia della passione che sfiorisce alla tristezza del lasciarsi.

 


Allora questo c’è di comune in Aznavour e Daft Punk. Non il tipo di musicalità: che c’entra una struggente o allegrotta canzone anni Trenta o Cinquanta con il cupo irresistibile pestare techno ed elettronico dei due giovanotti con il casco? La guida di Grossi in calce ad ogni capitolo mette qualche verso di ogni canzone, e sparge il sentiero di bricioline per aiutarci a capire; dei Daft Punk sceglie Technologic: «Scrivi, taglia, incolla, salva, carica, controlla, veloce, riscrivi…» non si parla di amore qui, ma dello smarrimento polverizzato della eccitazione smartphone adolescenziale; tra Aznavour e i Daft Punk cambia quindi il tempo; si accelera; si schizza in fughe, si perdono i lunghi pomeriggi di tempo per star male e arrovellarsi “esistenzialmente”; ma se andiamo a leggere i testi dell’ultimo lavoro dei due genietti virtuali si torna a parlare – a lampi – di storie d’amore finite, e di impossibile afferrarsi tra lenzuola e parole dopo una notte di balli, sballi e sniffate: «Like the legend of the Phoenix, all ends with beginnings» (Get Lucky con il grande talento Pharrell Williams).
Tout se tient, donc.

 


E come in ogni recensione ordinaria di ogni coraggiosa guida, l’odioso recensore ha da rammaricarsi “per qualcuno che non c’è”: non è un francese, ma fa già parte della nuova canzone francese; il giovane genio belga di padre ruandese Stromae (alias Paul Van Haver, classe 1985), dall’androgina identità sessuale, che nella sua Tous les mêmes, che manda in visibilio centinaia di migliaia di adolescenti in tutta Europa nei suoi travolgenti concerti live, ha già scritto il nuovo capitolo della canzone “francese”; un Lui e una Lei litigano senza riuscire ad ascoltarsi, recriminano, non si trovano più, urlano, chiusi nei loro eterni cliché di maschi e di femmine (due animali fatti per riprodursi, non certo per capirsi): «C’est jamais bon!». Non te ne va mai bene una!

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