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Simon Starling. Black Drop Ciné-roman

Quando ho avuto in mano per la prima volta Black Drop Ciné-roman, il libro in cui Humboldt Books ha ‘stampato’ un film dell’artista Simon Starling, il primo istinto è stato quello di scorrerne rapidamente le pagine, come fosse un flipbook. Forse un gesto indotto dal formato orizzontale del volume, fatto sta che non ha funzionato, non era la mossa giusta. Se nei flipbook è il movimento filmico a mangiarsi le singole pagine in un soffio, Black Drop si offre piuttosto come il residuo cristallizzato di un film, ma un film già concepito per filare a una velocità peculiare, più vicina a quella con cui si sfoglia un libro. Sembra abbastanza coerente, allora, che lo sia diventato. Le immagini del film, in gran parte stampe e fotografie, si muovono quindi ben poco: sono i salti continui nello spazio e nel tempo ad animarlo. Se sono il viaggio e le esplorazioni scientifiche ad ispirare il catalogo della casa editrice, possiamo dire che quello di Black Drop è un viaggio immobile: un falso movimento, che scarta tra date e coordinate geografiche, toccando alcune tappe significative dei rapporti tra astronomia, ottica e fotografia, per tornare di continuo a un luogo simbolico e materiale, la moviola che mostra il farsi del film e il lavoro di montaggio. 

 

 

A parte lo scorrere della pellicola, l’unico moto che ci è dato osservare è quello attorno a cui ruotano tutti gli altri materiali assemblati: il transito di Venere davanti al Sole. Momento raro (due occorrenze nel giro di 8 anni e poi niente per più di un secolo), in cui il pianeta concede la sua silhouette di fronte all’abbagliante faro solare per poche ore, un intervallo decisivo (secondo un metodo ormai superato) per il calcolo della distanza Terra-Sole, la cosiddetta unità astronomica. Questo evento fa da catalizzatore a una costellazione di riferimenti e aneddoti scientifici che alimentano il “cine-romanzo” di Starling: dalla camera oscura che servì per osservare indirettamente le eclissi solari ai primi tentativi di fissare l’aspetto della superficie lunare, il racconto converge sul 1874, anno in cui l’astronomo francese Pierre Jules César Janssen mette a punto il suo “revolver fotografico”, sulla cui lastra circolare, collegata a un cronometro, si sarebbero impresse le fasi del passaggio di Venere in una scansione dettagliata. A minacciare l’esattezza della misurazione, come già era stato osservato durante il transito del 1769, c’era lo spettro della “black drop”, una macchia che, proprio all’inizio della sovrapposizione dei due astri, distorceva la sagoma di Venere spalmandola sui bordi della corona solare e impedendo così di stabilire l’istante preciso del contatto.

 

 

Ma più che i risultati ottenuti grazie allo strumento, è la sua discendenza indiretta a interessare Starling, dato che esso può considerarsi la prima applicazione della cronofotografia, ossia una delle condizioni necessarie alla nascita del cinema. Anche se già Janssen aveva intuito le potenzialità dei suoi scatti in sequenza ravvicinata, fu Étienne-Jules Marey, col suo “fucile fotografico”, a distogliere la lente dalla scena astratta dei dischi celesti e puntarla sul movimento convulso del vivente, per sezionarlo. Il campo dell’ottica e della fisiologia della visione, nel corso del XIX° secolo (si veda Le tecniche dell’osservatore di Jonathan Crary, da poco, finalmente, pubblicato anche in Italia), evidenzia un interessante paradosso tra la tensione a un’obiettività assoluta, uno sguardo sganciato da qualsiasi soggetto, e il progressivo emergere di una visione innervata nel corpo dell’osservatore, permeata dei ‘difetti’ del suo apparato sensorio e della sua specifica temporalità. La fotografia istantanea materializzava il miraggio di una visione disincarnata, ma non poteva che rendere per approssimazione statistica il movimento interno della percezione. A un certo punto della narrazione, è la voce di Bergson che interviene a minare i propositi di esattezza di Janssen, affermando che la deformazione del disco di Venere dimostra semplicemente la realtà del movimento a fronte dell’illusorietà di ogni forma stabile: la forma non è che “l’istantanea di una transizione”. Tanto Janssen quanto Marey cercavano nei decimi di secondo dell’istantanea la possibilità di scomporre e analizzare il movimento; a rimpastare insieme i dati delle loro osservazioni non ci pensavano neanche lontanamente: se il cinema discende dalla cronofotografia, è certo un figlio illegittimo. Il cinema nasce piuttosto da qualcosa di simile alla “black drop”: quando l’immagine nitida dell’istantanea comincia a sfaldarsi, a fare macchia, quando perde i contorni e si anima, è allora che nasce il cinema. Mentre descrive il proiettarsi dello sguardo scientifico nella rarefazione di uno spazio che solo il calcolo sembra poter dominare, il racconto di Starling finisce così per ripiombare sempre sulla Terra, nella contingenza e nella viscosità della materia in cui siamo immersi, di cui siamo composti.

 

 

L’8 giugno 2012, Starling ha ripreso il transito di Venere dalla cima del vulcano Mauna Kea, alle Hawaii, dove ha sede un osservatorio in cui la fotografia astronomica continuerà ad affinare la propria mira grazie alla macchina digitale più grande del mondo: Pan Starrs, così si chiama, è in grado di accumulare una mole di informazioni tale da far diventare i dagherrotipi di Janssen (peraltro perduti) qualcosa di comparabile ai graffiti paleolitici. L’artista ha ripreso il fenomeno su pellicola 35mm, con la stessa frequenza usata da Janssen, 1 fotogramma al secondo. Non si tratta di un omaggio nostalgico, ma di un gesto che riporta bruscamente al presente: il transito del 2012 sarà probabilmente l’ultimo ad essere registrato su pellicola, essendo il prossimo previsto nel 2117. Tanto breve potrebbe essere il corso del cinema, almeno per come l’abbiamo conosciuto: un’inezia in confronto ai tempi cosmici, un breve transito. Ovviamente il cinema sopravvive, il suo movimento assume semplicemente altre forme, ma la prossima scomparsa della pellicola getta un’ombra sull’immediato futuro: non tanto per il venir meno di una certezza dell’impronta fotografica, come tante volte, spesso a sproposito, si è detto riguardo all’avvento del digitale. Piuttosto, saranno forse i suoi errori, le possibilità incluse nella sua imperfezione materiale, a mancarci di più.

 

Il volume sarà presentato domenica 7 aprile alla Miart alla presenza di Penelope Curtis e dello stesso Simon Starling

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