Drone, l'occhio che uccide dal giardino di casa

È l’occhio del XXI secolo. Vola in alto, sopra le nostre teste. La sua visione è azimutale. Appare in grado di identificare un’automobile e i suoi passeggeri, distingue le portate di un pranzo all’aperto, sa capire se chi cammina su un sentiero di montagna è un pericoloso terrorista oppure un alpinista dilettante. Somiglia a un uccello, possiede ali nere e dimensioni ridotte; lo mostrano così le poche immagini messe in circolazione dalla aviazione americana.

 

Ma non c’è solo questo veicolo militare ad alzarsi sulle nostre teste. Questa estate lo si è visto volare sopra gli incendi boschivi. Qualche mese fa ad Istanbul, a Gezi Park, nel pieno della protesta che ha fatto vacillare Erdogan, il movimento di protesta ha lanciato in aria un piccolo apparecchio di colore bianco che forniva immagini da postare su You Tube. I poliziotti l’hanno abbattuto a colpi di pistola. Il suo nome è Drone; gli deriva da un verbo inglese, to drone, ronzare, anche se è conosciuto con vari acronomi: RPA Remotely piloted aicraft; ROA Remotely iperated aircraft; UAV Unmanned aerial vehicle. In italiano la sigla è APR, aeromobile a pilotaggio remoto, un apparecchio caratterizzato dall’assenza di un pilota umano a bordo, guidato mediante un computer sistemato sul veicolo stesso, tenuto sotto controllo da un navigatore posizionato altrove.

 

 

I droni sono i nuovi protagonisti dello spazio del XXI secolo, sia nel campo militare come in quello civile. Sono diventati famosi grazie all’uso nelle guerre che l’America conduce contro il terrorismo, in Afghanistan come a Gaza. Ogni giorno i Predator decollano da basi situate non troppo lontane dagli scenari bellici, veicoli la cui missione è spiare ed eventualmente colpire i nemici. William Langewische, corrispondente di Vanity Fair, li ha descritti in un reportage in Esecuzioni a distanza (Adelphi). Nella base aerea di Houlloman nel New Mexico, seduto su una poltroncina di vinile marrone, lo scrittore prova a pilotare uno di questi veicoli.

 

 

Vede perfettamente dalla sua postazione le montagne dell’Afghanistan; vola a 15.000 piedi d’altezza, alla distanza di 13.000 chilometri dal sedile. Predator è una macchina che Langewische stesso definisce rudimentale; può restare in volo anche ventiquattrore di seguito, osservando tutto ciò che accade sotto di lei, e dirigendo il suo puntatore laser su obiettivi che poi aerei tradizionali andranno a colpire, sempre che non spari direttamente lui, com’è accaduto a Gaza contro una macchina con dentro un capo di Hamas.

 

 

I droni dell'aviazione americana, che ha investito vagonate di dollari per realizzarli, non sono dei robot, bensì dei veicoli convenzionali in cui l’abitacolo è stato estratto e collocato a terra. Possiedono due cabine di guida: una che si trova nella base sul posto, in Afganistan ad esempio, dove viene controllato il decollo, o l’atterraggio, e una negli Stati Uniti, che verifica invece il volo. Lo scopo del reportage di Langewische è molto interessante: raccontare cos’è l’esperienza di combattere da casa una guerra, comodamente seduti, e quindi da lì uccidere. Secondo l’autore l’uccisione a distanza è il volto gelido e feroce della guerra futura.

 

Nel XXI secolo, grazie agli schermi, la visione a distanza sta trionfando. Non che non si combatta più sul campo; gli americani, e non solo loro, hanno avuto molti morti in Afganistan, ci ricorda Langewiesche; tuttavia l’orientamento di massima degli alti comandi USA è di organizzare i futuri conflitti militari utilizzando i Predator e i loro discendenti, il cui studio è all’ordine del giorno dell’industria informatica e aereonautica.

 

 

Torna di grande attualità un’osservazione di Balzac in Papà Goriot, dove lo studente Rastignac chiede all’amico Bianchon, che cosa farebbe se potesse uccidere un vecchio mandarino in Cina con la sola forza della volontà e diventare ricco. Con i droni ora si può. Certo non si diventa ricchi in quanto individui, ma il cinese, il palestinese o l’afgano lo si uccide così. Tra il gesto di schiacciare il pulsante per sparare e la partenza del missile, trascorre un intervallo di due secondi, il tempo necessario a trasmettere il segnale attraverso le fibre ottiche in Europa, e da lì, via satellite, al veicolo in volo sul lontano paese asiatico, africano o mediorientale. La virtualità la fa da padrona, tanto che la base aerea descritta da Langewische si presenta come una stazione computerizzata a misura di nerd: l’operatore che si appresta a sparare impugna un joystick, e guida il mirino sul suo obiettivo umano. Parte il colpo, dopo di che il drone sale oltre le nuvole e fa rotta verso la sua base. Il suo pilota si alza, riempie un’infinità di moduli, poi prende la macchina per tornare a casa e ben presto resta imbottigliato nel traffico di Las Vegas.

 

La visita di Langewische risale a tre anni fa, e si concludeva con una precisa previsione: i droni non sono solo un’arma dell’oggi, ma una anticipazione del futuro; ben presto gli occhi volanti saranno in forza a polizia, mercenari, grandi agenzie, guardie giurate, investigatori, vigilantes. Come nel caso del biplano dei fratelli Wright, o la Ford T, ci avviciniamo rapidamente a un futuro di guerra robotizzata, in cui saranno le macchine a scegliere di uccidere. L’unica cosa che Langewische non aveva previsto è l’esplosione della produzione civile dei droni. Oggi si costruiscono nei garage.

 

 

Chris Anderson, guru dei Makers, ha lasciato la prestigiosa direzione di Wired, per fondare un’azienda, 3D Robotics, dove ogni mese produce 1000 droni al prezzo di 600 dollari; li usano nell’architettura, nel rilevamento, nella sorveglianza antincendio, e in altro ancora. Anche nel giornalismo si stanno diffondendo, compatibilmente con le leggi locali sul volo. Il mercato dei droni non militari raggiungerà entro dieci anni il valore di 109 miliardi di euro.

 

 

In USA ci sono oltre 70 aziende che producono 150 modelli diversi. Come su Geki Park, volano già per il reporting o per creare un campo wifi per le comunicazioni dei manifestanti. In ogni caso, guerra o ribellione, come ha scritto Jonathan Crary in un libro preveggente, uscito vent’anni fa, Le tecniche dell’osservatore (Einaudi), le funzioni proprie dell’occhio umano stanno per migrare altrove, dentro macchine volanti come queste o i meccanismi della risonanza magnetica, nei caschi della realtà virtuale e nella robotica di vario tipo. Al militare si affianca il civile, ma le domande sono le stesse: come vedremo da qui a vent’anni? Con quali paia di occhi? E cosa riusciremo a fare, senza alzarci dalla sedia di casa, a migliaia di chilometri di distanza? Uccidere o salvare vite?

 

 

Questo articolo è comparso su La Stampa il 3 settembre 2013

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