Disastri psichici e sottomissione

Nella biblioteca del mio studio incontro un libro che non cercavo e non ricordavo di avere: Spinoza Dictionary, pubblicato negli Stati Uniti dalla Philosophical Library, nel 1951, prefazione di Albert Einstein. Si tratta di un’antologia delle opere spinoziane tradotte in un inglese ottocentesco.

Alla voce Obbedienza trovo una citazione dal Capitolo XVII del Trattato Teologico-Politico: “Se coloro che sono i più temuti possedessero il maggiore dominio, il maggior potere lo deterrebbero i sudditi del tiranno, perché costoro son coloro che i tiranni temono maggiormente”.

Secondo Spinoza il tiranno intende esaurire la differenza tra il diritto naturale dei soggetti e la legge dello Stato, come in un’immagine di Adone Brandalise: “Colmare il vuoto con una gettata di cemento”. Tuttavia i tiranni temono massimamente i sudditi perché il ghetto di cemento provoca rivolte. Per questo il tiranno inganna i sudditi mostrando insegne mitiche, religiose, nazionalistiche che li tengono a freno. Così i sudditi combattono per la propria schiavitù, come se combattessero per la propria salvezza.

Le persone, per essere assoggettate, devono essere tristi. La tristezza abbassa le vibrazioni del corpo. Il corpo del tiranno s’insedia nel nostro, c’impedisce di agire verso il desiderio, limita il diritto naturale oltre il necessario, di modo che la libertà possa esprimersi solo nella forma della perversione e della violenza.

 

Negli studi clinici da tempo si osservano i risultati della situazione sociale. Sono cominciati con imprenditori fallimentari suicidari, studenti che non riescono a star dentro a piani di studio burocratizzati, dottori di ricerca disoccupati per avere pensato diversamente dal barone, laureati costretti a tirocini infiniti, dipendenti a tempo determinato che lavorano dieci-dodici ore per quattrocento euro, che vengono licenziati alla prima obiezione, medici e infermieri che devono rispettare norme giuridiche palesemente in contrasto con la deontologia.

Poi sono arrivati i mobbizzati, vittime di capi narcisisti, sadici, ben più patologici di loro, le donne che subiscono molestie sessuali sul lavoro dai medesimi capi, che nei tribunali italiani vanno spesso prescritti, assolti. In certi ospedali sembra addirittura che l’ufficio mobbing sia là per salvaguardare il buon nome della struttura, anziché dar voce alle persone perseguitate.

Infine si cominciano a vedere i primi disastri psichici della riforma delle pensioni. Si tratta di una schiera di persone, nate negli anni Cinquanta, che è caduta in una posizione depressiva radicale, che in alcuni casi pensa al suicidio, in altri sogna paranoicamente di costruire bombe intelligenti che lascino intatti i commessi dei due rami del parlamento. Spinoza aveva inquadrato bene la situazione: il paradosso del tiranno consiste nel cancellare la libertà personale, eliminare il diritto naturale.

 

Per esempio, Spinoza ritiene che i folli abbiano il diritto naturale di esserlo: “Non riconosciamo alcuna differenza tra umanità e altre entità naturali, né tra uomini dotati di ragione e coloro cui la ragione è sconosciuta; né tra i folli, i pazzi e gli uomini sani”. Tuttavia i folli fanno paura. Più in generale, il tiranno ha paura dei sudditi, teme che la limitazione della libertà di là dal giusto, dal razionale, possa produrre rivolte. La democrazia per Spinoza è la forma di governo in cui la limitazione della libertà può essere concepita ragionevolmente.

Per il tiranno, al contrario, si tratta di trovare il modo per esercitare il potere attraverso l’imbroglio e la paura, enfatizzando i simboli per cui valga la pena di morire, in modo che i sudditi combattano per la loro schiavitù, oppure facendo credere loro cose false – dal diritto divino a essere tiranni, fino al diritto televisivo a essere presidenti – infine rendendoli impotenti attraverso le passioni che abbassano le vibrazioni desideranti.

 

Che cosa si può aggiungere a queste idee pubblicate nel 1670? Possiamo registrare progressi? Caspita! La nomenclatura delle passioni è stata trasformata. Le tristezze, le nostalgie, le malinconie, l’Angst, gli abbattimenti d’animo, le mortificazioni, i blues, la mestizia, l’ozio, la pigrizia, i rimorsi, i rancori, le lunaticità, le idiosincrasie, le solitudini, gli sconforti, il desiderio d’esser lasciati nel proprio brodo, gli incubi, lo spleen, la saudade, la clorosi, le regole, la cachessia, la fatica, l’abulia, la debolezza della volontà, la stanchezza, l’esaustione, le astenie, gli esaurimenti nervosi, le ipotonie, le catatonie, gli stupori, il sonnambulismo. Una serie infinita di stati d’animo e condotte, differenti e sfumate, è chiamata con un solo termine, depressione, la conseguenza di un flusso chimico. Questa neolingua clinica, impoverita, tecnica, è un disastro culturale.

 

In poche parole, se sei licenziato e cadi in uno sconforto profondo la colpa è dei tuoi neurotrasmettitori, una volta ci si ribellava, ora si cade in depressione. La teoria dei flussi chimici ha una piega eversiva, diventa la prescrizione paradossale alla rivolta, perché se non si reagisce ai licenziamenti è dovuto a masse di popolazione depressa, senza speranze. I flussi chimici sono cambiati storicamente. O forse non è cambiato molto, si è semplicemente ribaltato il paradosso spinoziano, il tiranno oggi non teme più i suoi sudditi, perché questi non reagiscono più, si deprimono, è un problema chimico.

 

Come si spiega il paradosso ribaltato di quest’epoca? Che sia cambiato il metodo? Un tempo si usava Orwell, forse proprio fino al 1984, poi, da quell’anno, partendo da Milano, ha preso piede il metodo Bradbury, è sufficiente eliminare i libri, senza che nessuno si faccia male. Ci si fa male da soli. La felicità non è più la conseguenza di un incontro che accresce le nostre vibrazioni desideranti, bensì la conseguenza dell’incontro con una sostanza chimica.

Ragione e follia rimescolati insieme. Nei totalitarismi tutti al manicomio (dissidenti e folli), oggi (questa la novità) tutti per strada o come dice Vasco Rossi “davanti alle televisioni”. Ci siamo chiesti chi aveva rivelato a Truffaut nel 1966 che quarant’anni dopo avrebbero inventato gli schermi che lui ha usato per girare Fahrenhei 451? Chiaroveggenza?

 

Il totalitarismo oggi è sublime, alle rivolte si risponde con le depressioni, ai cannoni si sostituisce la chimica. Ma perché nessuno ci dà i dati di quanti morti e quante patologie psichiche hanno prodotto questi governi? Perché il nuovo censimento Istat non se n’è occupato?

Dopo Spinoza se n’era accorto Freud, che aveva condiviso le sue preoccupazioni con Einstein; bello avere ritrovato quest’ultimo a scrivere la prefazione del dizionario spinoziano. Memorabili sensibilità.

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