Marrone

«De maròn ghe xe solo 'e scarpe»: così il mio maestro di pittura, Paolo Quaresima, citando il suo professore veneziano all'Accademia. Il marrone non c'è nello spettro e non c'è in pittura, la cui grammatica usa piuttosto la tavolozza dei bruni e delle terre. Anche nel linguaggio comune il marrone gode di cattiva fama, che forse ha radice nell'etimo, nell'arroganza della castagna più grande «unica nel riccio per aborto delle altre» (Dizionario etimologico Pianigiani). Al di là dello scherzo, la parola non piace, indica qualcosa di negativo, di sbagliato: il Battaglia la fa derivare dal latino medievale ma[r]ro, -ōnis, che significa errore.

Uno dei suoi significati infatti è «errore, sbaglio madornale; notizia, affermazione non corrispondente al vero o falsata in modo eccessivo; azione sconsiderata, inopportuna, dannosa  –  con valore attenuato: birbonata, marachella, scappatella». (Grande dizionario della lingua italiana, Utet). Il dizionario suggerisce come esempio, tra gli altri, una frase di Don Abbondio in Fermo e Lucia: «No, Fermo, per amor del cielo, non mi fate un marrone: non mettete in imbroglio me e te». Nei Promessi sposi il marrone scompare e Don Abbondio parla di 'sproposito' in un'espressione completamente ricostruita. 

 

 

 

In genere la lingua scritta preferisce evitare il termine; la pubblicità e il lessico della moda, in particolare quello della biancheria intima femminile, sostituiscono la parola 'marrone' con altri termini più suggestivi ed evanescenti: 'tabacco', 'corda', 'ambra', ma anche 'ebrezza', 'evanescenza' 'disincanto' (vedi la voce 'Calze e collant' in I colori del nostro tempo di Michel Pastoureau, Ponte alle Grazie, Milano 2010). Per la primavera/estate 2016 Pantone rileva come colore di moda l'Iced Coffee, caffè ghiacciato, un colore naturale, morbido, facilmente abbinabile ad altri colori; per l'autunno compaiono la sfumatura neutra del Warm Taupe, color talpa caldo, un beige rassicurante e semplice da accostare ad altri colori, e il sofisticato Potter’s Clay, argilla del vasaio, vicino al marrone rossiccio della pelle scamosciata. Il marrone, insomma, è di moda: basta non chiamarlo con il suo nome.

 

Il marrone sembra suggerire la sporcizia e indicare il colore degli escrementi; e forse qualcuno ricorda la violenza delle camicie brune delle SA, la Braune Haus di Monaco che dal 1930 al '45 funzionava come centrale del partito nazista, e –  più indietro nel tempo – l'iprite, il gas mostarda inaugurato nella grande guerra, dal colore giallastro-marrone; probabilmente assomiglia al Pantone 448 C, giudicato universalmente il colore più brutto del mondo. Anche nel caso di una scelta spirituale, come avvenne per il saio dei francescani, grigio o marrone (ma su questo vi furono appassionate discussioni teologiche), rimane il connotato negativo, la mancanza di tintura che esprime il volontario richiamo alla povertà. Lo studioso del colore John Gage cita anche, da un poema antico francese, le calze marroni del vestito del cavaliere, richiamo alla terra dove infine sarebbe giaciuto (John Gage, Colore e cultura. Usi e significati dall'Antichità all'arte astratta, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 2001). 

 

Il termine 'bruno' appare immediatamente più nobile e rientra nell'elenco dei colori dei manuali di pittura: l'origine della parola sembra risalire ad aggettivi che indicano il colore di taluni animali, in particolare quello del cavallo o dell'orso. Anche questo termine però porta con sé alcuni dei connotati negativi del suo parente povero: in tedesco braun non ha in genere accezioni spiacevoli, ma dopo gli anni Trenta del Novecento non solo richiama le camicie brune, ma è diventato sinonimo di 'nazista' (braune Periode); in inglese make someone brown  significa ingannarlo e brown study si dice di qualcuno assorto in melanconici pensieri.

 

Leopardi, che nello Zibaldone non usa mai la parola 'marrone', ci dà invece una breve nota sul 'bruno': «Il color bruno, o tendente al brunetto, è grazioso, e piccante, quasi contrastando e rilevando il pregio delle fattezze. Ma se il contrasto è eccessivo, e se il bruno è nero, o se il colorito è insomma troppo diverso da quello che dovrebbe, esso non è mai grazia, ma bruttezza.» (24. Ott. 1821). Il bruno serve quindi, come ombra, a mettere in rilievo la modulazione della figura, come ben sapevano fare i pittori fiamminghi.

 

Possiamo quindi difendere, se non il marrone, il bruno, le cui sfumature sono più neutre. Lo troviamo, con molte ricorrenze, nelle poesie del poeta austriaco Georg Trakl. Come avviene per gli altri colori della sua poesia, quasi emancipati dalla mimesi e dal simbolismo, il bruno assume valenze di segno opposto, descrive l'imbrunire e il vino nero, ma viene accostato anche alla luce che illumina l'interno di una chiesa, oppure pare di sentirlo in un suono; un solo esempio: braungoldne Klänge, «suoni brunodorati» (Traum des Bösen, Sogno del male, in Poesie, a cura di Grazia Pulvirenti, trad. di Enrico De Angelis, Marsilio, Venezia 1999, pp. 98-99). 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Morris Louis, Faces, 1959

 

Forse non è un caso che sia una donna a rivalutare questo colore nell'ambito di un testo prettamente teorico. Hedwig Conrad-Martius è una pensatrice piuttosto particolare: allieva e poi collaboratrice di Husserl negli anni dieci del Novecento, si ritira negli anni successivi in una piccola cittadina della Renania-Palatinato, dove il marito le ha regalato un frutteto perché potesse continuare le sue ricerche filosofiche. Nel secondo dopoguerra diverrà professore a Monaco e morirà nel 1966 (cfr. Angela Ales Bello, L'universo della coscienza. Introduzione alla fenomenologia di Edmund Husserl, Edith Stein, Hedwig Conrad-Martius, Edizioni ETS, Pisa 2003). All'interno di una ricerca sulla filosofia della natura antimeccanicistica,  Hedwig Conrad-Martius affronta il tema del colore in un saggio del 1929 utilizzando alcune suggestioni goethiane. Per rimanere al nostro tema, al bruno (ma in tedesco esiste solo braun per il bruno e per il marrone) l'autrice concede di essere un colore in sé, determinato, preciso: anche se non fa parte dei colori dello spettro – scrive –, esso è presente fenomenicamente, sta tra il giallo e il rosso, ma va in un'altra direzione, una direzione che oscura il giallo, lo «materializza», lo rende un vero e proprio colore che ha un'autonoma energia luminosa, lo rende il più caldo dei colori, come velato e racchiuso in sé, in una statica condizione di sicurezza e di riparo: è il colore delle vesti dei monaci, della Madre terra, del legno percorso dalla linfa, delle gemme che proteggono il fiore (Hedwig Conrad-Martius, Farben. Ein Kapitel aus der Realontologie, "Jahrbuch für Philosophie und phänomenologische Forschung", E. Husserl zum 70. Geburtstag gewidmet: Festschrift, 1929). In breve, la studiosa mette in rilievo tutti gli aspetti positivi del bruno, ma noi sappiamo ormai che vi è anche un lato più oscuro, più freddo.

 

In altre lingue però bruno e marrone non sono coincidenti, non hanno la stessa tavolozza, sono insieme i colori del cacao, della cioccolata e del caffè, ma non so se diremmo mai che la cioccolata è marrone; bruno rimane un termine della lingua colta o del linguaggio della pittura, il marrone lasciamolo ai bambini,  che usano volentieri questa parola giocando con le sue implicazioni scatologiche; queste entrano ormai anche nella letteratura per l'infanzia, come nel piccolo libro di Werner Holzwarth e Wolf Erlbruch, Chi me l'ha fatta in testa?, pubblicato da Salani. 

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