L’enigma del bianco

12 Novembre 2022

Bianco è il sale, lo zucchero, il latte, il gesso, il guscio d’uovo, il vino bianco, la luce bianca, la neve, secondo Aristotele lo sono anche l’aria, l’acqua e la terra (ma quest’ultima è tinta): così alla rinfusa alcuni enigmi del bianco. Bianco è pulizia, purezza, innocenza, verginità, eleganza, regalità, ma anche assenza e vuoto, veleno del piombo della biacca, bandiera bianca della resa, controrivoluzione e terrore, talora persino paura e morte. Pensare al bianco ci illumina e, insieme, ci fa paura: il regista e pittore Derek Jarman conclude le sue osservazioni su questo colore con una sintesi evocativa: «nelle bianche distese del Nord, gli orsi polari accecati dalla neve stanno ululando» (Chroma, trad. it. di Silvio Danese, Ubulibri, Milano 1995).

Michel Pastoureau dedica a tutti questi temi il sesto volume della sua ricerca cromatica, Bianco. Storia di un colore, tradotto da Guido Calza e pubblicato da Ponte alle grazie. L’assunto teorico è chiaro: il colore è un costrutto della storia: «a “fare” il colore, più che la natura, l’occhio o il cervello, è la società» (p. 15), «in natura, infatti, non si manifestano colori, ma soltanto colorazioni» (p. 18). «Ne risulta che la nascita dei colori si presenta come un costrutto culturale, e non come un fenomeno naturale, fisico o fisiologico che sia» (p. 19).

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Entriamo dunque in questo testo sul colore bianco che prende avvio dalla preistoria. Il bianco è, senza dubbio – ci racconta l’autore – uno dei primi colori fabbricati dall’uomo per dipingere il proprio corpo, le pietre e gli oggetti. Non è un procedimento semplice a differenza del nero prodotto dal carbone: si deve estrarre dal suolo il caolino, un’argilla bianca, lavarla diluirla filtrarla e bruciarla fino a ottenere una polvere da mescolare con il gesso e con oli vegetali o animali, come mostrano già le pitture rupestri. Lo scopo è proteggersi dal sole, dagli insetti, dalle forze del male, ma forse anche istituire gerarchie nella famiglia e nel clan. Con il Neolitico è la luna bianca una delle divinità più importanti, femminile o maschile: ne è rimasta traccia nel linguaggio dei popoli nordici, in tedesco, per fare un esempio la luna è maschile (der Mond), mentre il sole è femminile (die Sonne).

Nel mondo greco e romano i caratteri simbolici del bianco si moltiplicano e si complicano nei culti religiosi, nelle regole del vestiario dei sacerdoti e dei magistrati, nella riflessione filosofica e nel linguaggio. I greci distinguono tra leukós che indica la luminosità, la chiarezza e la limpidezza e altri termini che ne esprimono la natura opaca e umbratile (poliós, péras, tholerós) e i latini usano candidus per il bianco puro e lucente e albus per quello, più opaco, che si trova in natura, ma anche le lingue germaniche useranno fino all’epoca moderna una distinzione simile.

Molto interessante è anche la ricerca di Pastoureau sul colore opposto al bianco. Per noi la contrapposizione più ovvia è quella tra bianco e nero, che ha valore pressoché universale poiché deriva dai tempi più antichi, dall’osservazione dell’alternanza del giorno e della notte, ma a partire dal I millennio a.C. si afferma l’opposizione del bianco al rosso che ha origine a sua volta dalla pratica più antica della tessitura. Con la Bibbia, ma soprattutto con il cristianesimo prende sempre più piede quest’ultimo contrasto che dominerà tutto il Medioevo. La funzione del bianco come colore cristiano viene analizzata nella teologia, nella liturgia, nel conflitto tra i monaci bianchi di Citeaux e i monaci neri di Cluny e nelle raffigurazioni del Cristo che lo presentano con un perizoma e un sudario di lino bianco. Capitoli particolarmente interessanti sono dedicati al carattere emblematico del bianco nell’uso simbolico di elementi vegetali (il fiorone e il giglio) e animali (l’agnello, la colomba, il cigno, l’ermellino, il lupo, l’orso e l’unicorno), nella funzione attribuita ai metalli, alle pietre e agli astri nella letteratura e nella trattatistica, nella raffigurazione pittorica e nell’araldica dei nuovi regnanti, nelle enciclopedie, nei bestiari e nella tintura, nei riti della nascita e della morte.

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Gli scacchi bianchi e rossi del Medioevo. Pezzo della scacchiera detta “di Carlo Magno”, Salerno, fine dell’XI sec., Parigi, Bibliothèque nationale de France, Cabinet des médailles.

Il bianco della modernità è caratterizzato in primo luogo dalla scoperta scientifica di Newton sulla natura della luce, ma anche dalle innovazioni tecniche che rendono possibile l’uso di nuovi pigmenti nella pittura e nella produzione di manufatti sempre più saturi e luminosi. L’ordinamento di Newton (viola, indaco, blu, verde, giallo, arancio e rosso) sconvolge la partizione tradizionale dei pittori che, secondo l’autore, si basava – e si baserà ancora a lungo – sull’individuazione dei colori primari, blu, giallo e rosso e dei complementari, verde, viola e arancione. «Il nero e il bianco smettono di essere colori», scrive Pastoureau (p. 167).

Un passaggio questo che nel libro rimane solo accennato e poco chiaro, dato che bianco e nero non farebbero parte nemmeno dello schema dei primari e dei complementari. Forse il problema è ritenuto poco importante per lo storico del colore che non vuole addentrarsi nei quesiti epistemologici e filosofici. Pastoureau preferisce indicare gli effetti dell’invenzione della stampa (nero su bianco) e della fotografia in bianco e nero e analizzare i quadri degli artisti, il cui bianco ha subito una profonda trasformazione: nell’Ottocento con l’abbandono della biacca, pericolosa per la presenza del piombo, a favore del bianco di zinco e, successivamente, all’inizio del Novecento, del bianco di titanio.

I capitoli finali del libro sono dedicati all’analisi sociologica che individua la presenza del bianco nella vita quotidiana privata e pubblica. L’isolamento del cloro, l’invenzione della candeggina negli anni Settanta del Settecento ne sono la premessa tecnica che rende possibile rendere «davvero bianco» il colore dei tessuti; così il sapone, i detersivi, le prime lavatrici meccaniche di fine Ottocento determinano nuovi paradigmi.

Il bianco diventa il colore dei luoghi legati all’igiene corporea, delle prime stanze da bagno, dei gabinetti e delle ritirate: «un primato simbolico, ideologico, archetipico» (p. 192). Il bianco si ripropone poi negli ambienti e negli indumenti per i quali si vuole affermare il carattere dell’igiene e della pulizia, estendendosi alle cucine della casa, agli ospedali, agli indumenti di alcuni mestieri. «Il bianco connota contemporaneamente la serietà e la scienza, la salute e la serenità» (ib.), ma anche l’eleganza nel vestiario della moda femminile, con l’aggiunta della purezza e della verginità nell’abito da sposa che diverrà consueto a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento, e infine nello sport.

Nelle pagine sul lessico e sul linguaggio Pastoureau prende avvio dal vin blanc, che certo bianco non è: basta confrontare – scrive – un bicchiere di vino bianco e uno di latte: bianco qui è sinonimo di chiaro, limpido, luminoso. Un problema affine è quello della pelle bianca che, come abbiamo già visto più volte in questo blog, deriva dalle classificazioni razziali e poi razziste. Interessanti sono anche le espressioni che sottolineano il legame tra il bianco e l’idea di vuoto e di assenza: una pagina bianca, consegnare in bianco, votare scheda bianca, firmare un assegno in bianco, passare la notte in bianco, dare carta bianca, ecc. Talvolta il bianco assume il senso dell’eccezione e dello straordinario, come nel caso del lupo bianco e del merlo bianco, oppure del delicato, ad esempio nell’espressione nella quale si dice di trattare con i guanti bianchi. «In francese, però – conclude con ironia l’autore –, se è vero che “una colomba bianca” è una persona innocente, “un’oca bianca” è una ragazza ingenua, per non dire stupida» (p. 211). 

Per concludere Pastoureau torna a contestare l’idea che il bianco sia assenza di colore e ne rivendica lo statuto di colore a pieno titolo, accanto al rosso, al verde, al blu e al giallo. Dalla metà dell’Ottocento, nota, fino a epoche più recenti la cultura occidentale ha fatto ricorso a tre sistemi di catalogazione acromatica: il bianco, il grigio, il bianco-nero. La stampa, la fotografia, il cinema e la televisione hanno diffuso il sistema del bianco e nero, ma l’autore considera questo sistema in fase di decadenza; prima o poi scomparirà, dice, dalla scienza e dalla vita quotidiana. Forse il grigio esprime meglio il carattere dell’incolore, ma va piuttosto rubricato entro il significato di neutro.

Rimane il bianco che giocherà con gli altri colori, «come se ormai i colori parlassero solamente ai colori! Allora facciamoci giudiziosamente da parte e lasciamoli dialogare tra loro» (p. 214). È una buona idea, questa di Pastoureau, di farsi da parte: i colori giocano tra di loro e sono tali solo in questo loro rapporto. Ma siamo sicuri che anche in un sistema a due (bianco e nero) o a tre (bianco grigio e nero) non ci siano colori che giocano tra loro? Certo, possiamo risolvere il problema con una decisione linguistica, come quando Pastoureau afferma che in natura non ci sono colori, ma solo colorazioni, intendendo dire che la nascita dei colori è creazione dei concetti di colore.

Possiamo anche dire che in un sistema monocromo non ci sono colori e che bianco, grigio e nero diventano tali solo quando interagiscono, ad esempio in un dipinto, con gli altri colori. Eppure ci rimane un dubbio: nel sistema del bianco e nero il pittore può riuscire a rendere la luce e l’oscurità, la profondità e la superficie, l’assenza e il vuoto di contro alla presenza del pigmento. Se possiamo certo ammettere che il bianco o il nero in una bandiera non sono colori, in un dipinto monocromatico o in una fotografia in bianco e nero, ho l’impressione, anzi la certezza, che il bianco e il nero giocano tra loro come nel gioco policromo immaginato dall’autore a conclusione del suo libro.

L’eleganza del bianco: Audrey Hepburn nel film di William Wyler Come rubare un milione di dollari e vivere felici (1966).

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