Occhio alato

L'occhio alato. Migrazioni di un simbolo di Alberto Giorgio Cassani

Nel manifesto di un concerto di Jimi Hendrix insieme a John Mayall (1968) e in un altro di Captain Beefheart (1972) compare, tra varie e sovrabbondanti decorazioni, un occhio provvisto di ali; a quanto pare il motivo è presente, con varianti, anche in poster di Frank Zappa e Alice Cooper. Troviamo i due manifesti in un libro che non si occupa di storia del rock, ma di storia delle immagini, L'occhio alato. Migrazioni di un simbolo di Alberto Giorgio Cassani. L’autore ha raccolto una serie di immagini di occhi alati per tutta l’epoca moderna e fino alla contemporaneità.

 

 

In questa serie c'è appunto un versante schiettamente pop: il simbolo di uno squadrone della R.A.F., la targhetta pubblicitaria del marchio Von Dutch, un'avventura di Dylan Dog (1995), diversi episodi dei manga giapponesi. Ma non è finita: Cassani ha scelto due foto-ritratto degli anni '60, Sophia Loren e Brigitte Bardot: l'occhio viene truccato in modo che sembri sormontato da un'ala scura che si apre verso l'esterno del volto. E anche oggi, provate a digitare su un qualsiasi motore di ricerca "winged-eye": compariranno decine e decine di fotografie di occhi femminili, ritoccati appunto col “winged-eyeliner".

 

Il nesso sopracciglio-occhio (da solo, si noti) ricorre anche nei progetti di Santiago Calatrava; secondo Cassani l'occhio provvisto di ali è chiaramente riconoscibile nel suo Hemisfèric, nella Ciutat de les Arts i les Ciències a Valencia. Un artista emiliano, Gianni Guidi, ha invece proposto di recente un'installazione in cui un occhio sospeso nel vuoto vola grazie ad una sorta di evoluzione tecnologica: non più ali, ma eliche.

 

Nel corso del Novecento l'occhio con ali era già apparso in luoghi e situazioni disparati: i lavori di Renato Brozzi per Gabriele D’Annunzio e per il Vittoriale; il Theatrum mundi di Tomaso Buzzi, all’interno della sua creazione mirabolante e deliberatamente enigmatica, La Scarzuola (Montegabbione, Terni).

 

Da dove vengono queste immagini e che cosa hanno in comune? Nell’antichità classica l’occhio isolato dal resto del corpo appare piuttosto spesso: gli occhi singoli dipinti sugli scafi, quasi a personificare le navi e a trasformarle in minacciose creature marine; gli occhi dipinti sugli scudi di guerrieri, ma anche sulle coppe in ceramica destinate al vino e al simposio: il versante aggressivo dello sguardo. E poi l’occhio del “malignus oculus” che troviamo spesso su amuleti e talismani in età antica: qui l’immagine di un singolo occhio serve a evocare e allontare la minaccia dello sguardo invidioso, del “malocchio” appunto (si può trovare molto materiale in Albert M. Potts, The World's Eye, 1982). Un raro occhio alato viene segnalato sulla stele di un militare dell’esercito romano in Algeria: circondato com’è da un serpente, uno scorpione e altri animali, rientra a sua volta nell’iconografia del malocchio: lo sguardo pericoloso dell’invidia viene fronteggiato e contrastato dagli animali.

 

L'occhio alato è insomma un motivo raro e Cassani non ha difficoltà ad individuare nel Rinascimento italiano, come vedremo, un momento decisivo dello sviluppo di questo tema; viene comunque da chiedersi se tutte le sue apparizioni scaturiscano per forza da una sola origine. Ripensando proprio al trucco femminile degli anni Sessanta (ma anche di oggi), ci si può domandare se non sia la stessa conformazione del volto umano a ispirare la soluzione decorativa prima, il motivo iconografico poi. Senza dubbio l’associazione occhio-ala venne suggerita dalla natura stessa: le ali di certe farfalle e quelle dei pavoni. Ne parla anche il mito di Argos Panoptes (“che tutto vede”), il gigante-guardiano spesso raffigurato nella ceramica attica con un corpo ricoperto da decine di occhi; secondo alcune versioni del mito, Argos venne trasformato in pavone, secondo altre i suoi occhi vengono trasferiti sulla coda del pavone. Sta di fatto che scopriamo occhi anche sulle ali di una divinità femminile etrusca e, soprattutto, ali punteggiate di occhi si possono osservare, per tutta l’arte medioevale, nelle figure degli angeli, più esattamente dei Cherubini e dei Serafini.

 

Anche se non viene citato nel titolo, tutto il libro ruota attorno a un personaggio, Leon Battista Alberti, artista capace quanto altri mai, nella sua multiforme attività, di incarnare gli ideali dell'Umanesimo quattrocentesco. È suo, infatti, l'occhio alato di cui si parla continuamente nel volume, compreso entro una corona d'alloro e bordato da appendici che normalmente vengono lette come raggi (ma lo sono davvero?); questo occhio alato compare nell’autoritratto su placchetta (1433-1438), nella medaglia dell’Alberti realizzata da Matteo de’ Pasti qualche anno dopo e in tre disegni presenti in manoscritti contenenti le opere dell’umanista.

 

Sotto questa immagine già di per sé enigmatica, compaiono due parole che propongono in modo conciso una domanda altrettanto indefinita: QVID TVM (“E allora?”). Siamo davanti a una delle più antiche testimonianze di quelle che nel Rinascimento vengono chiamate imprese o emblemi: immagini simboliche accompagnate da un motto che vennero usate nel modo più disparato in contesti profani (medaglie di singoli personaggi, affreschi o decorazioni di soffitti in residenze private), ma a volte anche in ambito sacro; queste immagini avevano il compito di delineare una prospettiva ideale, una linea di condotta morale, un vizio da evitare, una virtù da perseguire.

 

Con questa impresa dell'Alberti si potrebbe dire che l'emblematica – argomento di decine e decine di libri tra Cinquecento e Seicento in tutta Europa – nasca già armata, come Atena dalla testa di Zeus; nell'occhio alato e nel suo QVID TVM ci sono infatti tutti quegli ingredienti che verranno impiegati per secoli e che costituiranno il sale di questa moda: una figura facilmente individuabile si congiunge con una frase brevissima, il motto. Ne conseguiva un'affermazione dal doppio volto, aperta e celata al medesimo tempo. Nella tensione dialettica tra l’evidenza – almeno apparente – dell’immagine e l’elusività del motto si apriva così uno spazio incerto che invitava all’interpretazione, o meglio, alle interpretazioni dell’emblema. La strada dello studioso moderno non è dunque quella di cercare – come hanno fatto non pochi studi “iconologici” in passato – una chiave di lettura univoca, quasi si trattasse di sciogliere un rebus. Tanto più che – come afferma Massimo Cacciari, nella sua Meditazione sull’occhio alato dell’Alberti che fa da prefazione al libro – le immagini non sono mai “la traduzione letterale di un’idea”, hanno cioè una funzione “creatrice” e non un ruolo piattamente illustrativo.

Seguendo questa linea, Cassani non cerca dunque una “soluzione” dell’emblema dell’occhio alato, quasi si trattasse di un’equazione matematica e quasi non ci fosse già una bibliografia vastissima sull’argomento. Accogliendo sostanzialmente l’interpretazione proposta da Edgar Wind nei suoi Misteri pagani del Rinascimento (1968), Cassani passa in rassegna gli scritti di Alberti per verificare in quante e quali occasioni egli affronti, in prima persona o attraverso i suoi alter ego, il tema della visione nelle sue diverse forme.

 

La divinità dell’occhio consiste nella sua illimitata capacità di scrutare, esplorare, osservare in qualsiasi direzione e senza che nessun orizzonte sia precluso. Ecco allora l’occhio “alato” dell’architetto, del pittore, dei personaggi della mitologia greca che rivivono nell’opera albertiana. Del resto, i riferimenti alla letteratura e al pensiero del mondo classico emergono continuamente in Alberti; in particolare, secondo Cassani, il tema della centralità della vista deriva in grande misura dall’Icaromenippo di Luciano di Samosata. Ma soprattutto, come sostiene Cacciari, il “geroglifico dell’«occhio»” reca la “traccia inconfondibile della presenza platonica nell’Alberti” e il contributo del saggio di Cassani consiste appunto nel “declinare questo grande sfondo platonico (…) nel vivo dell’opera albertiana”.

 

L’importanza dell’impresa albertiana consiste dunque nel rappresentare la complessità della cultura umanistica nel suo rapporto inestricabile con il pensiero antico e nel suo tragico combinare entusiasmo e dubbio; la possibilità di uno sguardo senza limiti, infatti, lascia pur sempre inevasa la domanda ultima sui destini dell’uomo: QVID TVM?

 

Dopo la carrellata di immagini proposta da Cassani, accostando, ad esempio, l’impresa di Alberti e l’occhio alato di Hendrix risulta chiaramente che motivo e simbolo non necessariamente coincidono. In altre parole: è evidente che quella del manifesto rock non è una citazione da Alberti; ma non è neppure detto che questo e altri occhi “alati” che via via incontriamo facciano ancora parte della scia di significati dell’“occhio” albertiano. Si sono, di fatto, ridotti a motivi decorativi. È insomma sempre in atto un processo altalenante e imprevedibile di caricamento e svuotamento dei significati, che agisce in direzioni divergenti: per fare solo due esempi, un antichissimo motivo decorativo come la svastica può diventare quasi all’improvviso (e rimanere tuttora) un simbolo nazista, mentre la sirena – dopo aver attraversato antichità e medioevo, può ridursi a logo di Starbucks.

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