Leggere nel pensiero

Una notizia è giunta tempo fa negli ambienti profani cui appartiene chi scrive: con i suoi sofisticati strumenti d'indagine e grazie a mappature semantiche (proprio così) del cervello sempre più dettagliate, la ricerca neurolinguistica più avanzata avrebbe ormai a portata di mano il modo di “leggere” le parole che agli esseri umani passano letteralmente per il capo, pur restando prive di manifestazione. Una variante che si dice linguistica e si prospetta come tecnologica dell’eterno sogno di leggere nel pensiero, a patto che questo abbia preso nel cervello la forma di parole.

Qui non si sa dire se e quanto l’anticipazione sia affidabile: non si è profani per nulla. Della vita, si ha tuttavia un po’ d’esperienza e in altre occasioni si sono visti circoli che appunto si pretendono (e talvolta sono) scientifici mettere in giro notizie per (continuare a) spillare quattrini a chi ha potere e danaro ed è tutt’altro che disinteressato e innocente, nei confronti della ricerca. Capitava per esempio ci fosse il Pentagono tra gli enti finanziatori di brillanti sortite di certa linguistica americana degli anni d’oro. Negli ambienti appropriati, questa doveva avere fatto credere che le sue sofisticate speculazioni potessero essere rapidamente messe a frutto in una didattica-lampo delle lingue esotiche tra le quali quel mecenate inviava allora i suoi dipendenti a operare, letteralmente, a plotoni. In séguito, avendo forse i generali mangiato la foglia, a trovarsi ringraziato nelle note di apertura delle pubblicazioni fu il meno compromettente Health Department.

 

Il gioco, come si sa, è pericoloso, ma chi non risica non rosica. Magari capita poi si tratti di “balle di scienza”. Una benemerita manifestazione scientifica pisana di qualche anno fa (curata, si badi bene, da studiosi esperti e non da saltimbanchi) definì così le ciarlatanerie che capita girino persino nei laboratori più reputati: del resto, non c’è consorzio umano che ne sia esente, proprio in quanto umano. Lasciare credere il contrario è tra le ciarlatanerie massime, illudersene, ahimè, un insopprimibile tratto morale di una specie che, nella sua prevalente manifestazione di civiltà, a tutto applica la sua ingegnosa operosità tranne che a conoscere se stessa e a ponderarsi conseguentemente.

 

Opera di Wiebke Kackenmester.


Certamente, tutto ciò non concerne i laboratori dove si lavora, tra l’altro, alla mappatura semantica del cervello. Una riflessione resta possibile, ai margini della questione dell’affidabilità e di altri aspetti della notizia. Del risultato scientifico, qualcuno ha infatti già prefigurato applicazioni pratiche: non a caso, in comunicazioni per profani. Tra le applicazioni, alcune molto commendevoli, facili da immaginare, che aiuterebbero chi soffre. E si è sul versante della salute. Altre sul generale versante del controllo sociale e della sicurezza, cioè, guarda caso, della politica: la guerra ne costituisce solo un ramo, qualificato dalla specificità dei mezzi, come si sa. Insomma, ci risiamo.

 

Si parla allora della possibilità di interrogatori di nuova concezione, caso mai gli interrogati (tutta gente poco raccomandabile, ovviamente) fossero renitenti a dare le informazioni richieste. Interrogatori più puliti di quelli antichi e consolidati, ovviamente. Niente corda, waterboarding o pestaggio: una TAC. E, con la TAC, la possibilità di “leggere” le parole nel cervello, acquisendo così la preziosa informazione.

Un commento sorge spontaneo, insieme con un sorriso amaro. La sofisticata applicazione otterrebbe l’informazione dall’interrogato sempre a condizione che costui la formulasse nel suo intimo sotto forma di parole. Ma, sottoposto alla prova, a questo punto, chi sarebbe tanto sciocco da farlo? Pensare parole sarebbe esattamente come proferirle. Per non “cantare”, di parole, gli basterebbe allora pensarne altre. Dentro la macchina, l’interrogato potrebbe ripetersi interiormente “Brutti figli di puttana, da me non saprete proprio nulla”. Grazie alle sempre più sottili mappature semantiche, nel suo cervello i neo-torturatori, puliti e tecnologici, “leggerebbero” così, papale papale, ciò che ai vetero-torturatori capitava e (purtroppo, ancora) capita di udire con le proprie orecchie, alla buona (per dir così).

 

Il successo scientifico sarebbe assicurato e certamente grandioso: c’è da immaginare che la relativa ricerca neurolinguistica ne sarebbe universalmente illustrata e proiettata, perlomeno, verso un premio Nobel. Meno felici ne sarebbero forse i neo-torturatori. Della pasta eterna dei torturatori, anche loro finirebbero così per adottare all’uopo i metodi consueti dei vetero-torturatori. Sarebbero forse ulteriormente incattiviti da un rammarico: avere gettato dalla finestra un sacco di quattrini, finanziando quei simpatici mattacchioni che, del cervello, procurano significative mappe semantiche.

 

Comparso in una versione più breve sul Corriere del Ticino del 2 marzo 2020.

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Opera di Wiebke Kackenmester.

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