“Amen and awoman”: un lapsus?

Sul principio dell’anno da poco iniziato, il reverendo Emanuel Cleaver II, membro eletto nelle fila del Partito democratico della United States House of Representatives, ha avuto il compito di inaugurare con un’orazione la nuova sessione del Congresso statunitense ed è noto come egli abbia chiuso la sua preghiera con un inopinato “amen and awoman”.

Tra coloro che hanno assistito alla sua performance in diretta, ci sono stati alcuni avversari politici che l’hanno intesa come un tentativo di adeguarsi a uno stile linguistico inclusivo (la qualificazione si ritiene non abbia bisogno di chiose, oggi). Una sortita molto maldestra, a loro parere. Ne hanno diffuso una registrazione in video, come è costume corrente, e hanno accusato Cleaver di avere profanato l’antica espressione rituale per accodarsi a un andazzo. 

Sui mezzi di comunicazione e in rete ne è seguito un fragoroso schiamazzo di ostentate indignazioni. L’indignazione è d’altra parte passione tra le più diffuse nel discorso pubblico odierno: in termini di pensiero, costa pochissimo, fa fine o probo o giusto chi se ne dice animato e soprattutto attira approvazioni e consensi.

Nello schiamazzo c’erano forse voci di religiosi o di persone di fede, dato il tema, ma chi scrive queste righe non può affermarlo. Ammesso ci fossero, erano coperte da un gran numero di voci di clercs d’ogni sorta, quelle sì reboanti. A costoro non deve essere parso vero di trovarsi già confezionata ancora un’occasione per deprecare la decadenza culturale (e morale) dell'Occidente, con vari accenti e diverse gradazioni di doloroso sarcasmo. 

 

Certo, resta difficile immaginare come a un settantacinquenne pastore afroamericano di una chiesa protestante potessero essere ignoti, come pure qualcuno ha proposto, valore, origine e storia della formula consueta e rituale. A ogni buon fine, molti sono tuttavia corsi a (ri)spiegarglieli e, visto che ci si trovavano, a (ri)spiegarli al colto pubblico e all’inclita guarnigione che si pongono al loro ascolto.

Forse a partire dagli ambienti dei quali Cleaver ha la rappresentanza come uomo politico e la cura religiosa e morale come pastore, si è levata frattanto una piccola schiera a sua difesa. Si è così appreso che da quelle parti "amen and awoman" passerebbe come acutezza. Un’acutezza, è stato detto, nemmeno di conio recente, quindi esente dal sospetto di fare l’occhiolino a odierne tendenze espressive. 

Cleaver ha confermato di avere sigillato la sua preghiera solo con un’innocente arguzia (contento lui…) e ha al tempo stesso negato di avere avuto nell’occasione l’intenzione attribuitagli dall’altrui malevolenza. Gettato il sasso e udito il clamore, un tentativo di celare la mano? 

 

Resta il dubbio e non è il solo, in una vicenda che, come mostra l’approssimativa ricostruzione, è cresciuta intorno all’interpretazione di una intenzione espressiva. Insomma, intorno a qualcosa come “qui il poeta / lo scrittore Pinco Pallino vuol dire che…”. A diversi livelli di sofisticazione, ciò passa corrivamente come principale se non unico modo di accedere al succo di qualsivoglia atto di parola, alla sua Meinung. È invece quanto di meno affidabile si possa concepire in proposito. E di più comico, nei suoi esiti. 

Ma che gli esseri umani sappiano cosa vogliono dire quando si esprimono e, ancora peggio, che qualcuno sappia cosa un essere umano vuole dire quando si esprime sono due delle più tenaci convinzioni di una millenaria e ancora vigente civiltà. Lo sono a dispetto di ogni evidenza e di qualche autorevole e più generale messa in guardia: per esempio, “...non sanno quello che fanno”. Scivolando di quasi un paio di millenni per trovare un utile suggerimento: e se la sortita del reverendo Cleaver fosse stata un lapsus?

Al di là dell’emittente, del ricevente, del contesto, del codice e del canale, resta tuttavia il messaggio e, come insegnò Roman Jakobson, ciò che esso è per se stesso: poeticamente. Resta cioè "amen and awoman" che, a essere franchi, come wit è un modesto gioco di parole. Da esso sale un afrore adolescenziale. Non è facile immaginarlo concepito in biblioteca, per svago dello spirito dalla lettura di impegnativi studi teologici. Non è correlativamente difficile pensarlo affiorato tra i discenti di una noiosa mattinata di catechismo, in una pausa.

 

È insomma un’espressione che, sfuggita che fosse dalle labbra di una persona matura e bennata, sarebbe stata un dì seguita sulle medesime labbra da un’immediata richiesta di perdono per il cedimento alla voglia certo non eccelsa di proferirla. 

Ma è vero che i tempi sono mutati e molto mutato è ciò che passa per decente e onorevole, nell'espressione pubblica. E per dire che, se avversari politici hanno gridato allo scandalo, è solo per via della loro coda di paglia, non ci si perita di fare la figura di chi spara una dozzinale spiritosaggine e chiude così con candida letizia una preghiera in una sede forse meritevole di decoro.

C’è poi, per finire, ancora una faccetta linguistica, se così si vuol dire, nella vicenda. Si può escludere che il reverendo Cleaver se lo proponesse, ma con il suo “amen and awoman” egli ha mostrato quanto un cognome, nel caso specifico, il suo, possa essere motivato. 

 

Avesse intenzione o no di passare con la sua chiusa come persona attenta a servirsi di una lingua inclusiva, con essa Cleaver ha ottenuto l’effetto paradosso di provocare una fenditura, una spaccatura nella pubblica opinione. Al pari di una mannaia. Consulti a questo punto chi vuole la voce cleaver di un dizionario inglese qualsiasi. Vedrà come l’antica locuzione latina secondo la quale nel nome c’è un presagio si sia arricchita nell’occasione ancora di un’inquietante verifica. 

La locuzione suona nomen omen, come è noto. A chi ha già avuto la pazienza di giungere a queste parole estreme si farà grazia di ogni facile facezia interlinguistica. 

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