Ma che scherzi?!

20 maggio 2012. L’ormai ex segretario della Lega Nord di Rovato, Stefano Venturi, posta su Facebook: “Terremoto nel nord italia.. Ci scusiamo per i disagi, ma la padania si sta staccando (la prossima volta faremo più piano)..” (l’eterografia rispetta filologicamente l’originale).

Le dimissioni dell’operaio metalmeccanico arrivano poche ore dopo, mentre Fabio Rolfi - segretario provinciale della Lega a Brescia- dichiara che il Carroccio “conferma e rinnova il cordoglio e la vicinanza alle famiglie delle vittime del terribile sisma che ha colpito l’Emilia e per le quali come ha sempre fatto è pronta ad interventi di solidarietà”.

Questa, in sintesi, la vicenda che una decina di giorni fa è rimbalzata sui trafiletti di parecchi media tradizionali e non (il sottoscritto ha consultato in particolare l’articolo del Fatto Quotidiano).

 

Trovo si tratti di una pantomima patetica. Sarò cinico. Certo, Moni Ovadia non ha torto quando sostiene - con una battuta semiseria - che le barzellette sugli ebrei può raccontarle (solo) lui, perché è ebreo. Quindi, mutatis mutandis, le battute sul terremoto possono farle solo i terremotati. Gli altri no. Sarò cinico, ma ritengo che si possa scherzare su tutto. Ovviamente c’è chi ha stile e chi no, ma vogliamo farne una questione di neuroni? Sarebbe discriminatorio, se procediamo in equilibrio su questo crinale perbenista e ipocrita.

 

Quindi Venturi viene invitato ad andarsene per una battuta, mentre il suo collega Matteo Salvini - per citarne uno fra i tanti -, che fa il capopopolo su vicende quali il campo Rom di via Triboniano a Milano, resta saldamente al suo posto, e fa pure carriera. Forse perché non fa battute.

 

Ma quel che più mi fa rabbrividire è la frase del Rolfi, il quale - ripeto - ha dichiarato che il Carroccio “conferma e rinnova il cordoglio e la vicinanza alle famiglie delle vittime del terribile sisma che ha colpito l’Emilia e per le quali come ha sempre fatto è pronta ad interventi di solidarietà”. A parte che la punteggiatura è gratuita, quindi se ne potrebbe fare uso, c’è una parola una che suoni non dico autentica, ma sensata, pensata, ragionata? Mi rammenta all’istante la voce dei professori delle medie inferiori: “Non ripetere a pappagallo, dillo con parole tue! Dimostrami che hai capito quello che hai letto”.

 

E così vien da rimpiangere l’inqualificabile Prima Repubblica, con i suoi ragionamenti arzigogolati, ma almeno erano ragionamenti. Un esempio? Letterario, va da sé. Lo si trova in Una manciata di more (1952), romanzo di Ignazio Silone ambientato nell’immediato secondo dopoguerra.

 

A confrontarsi qui sono Rocco, solerte funzionario del Partito Comunista, e Zaccaria, reo di aver dato vita a un Soviet al Casale (più un ristretto coro):

 

“Le nostre intenzioni” egli disse ad alta voce, ma non poté proseguire.

“Le intenzioni non hanno nessuna specie di importanza” interruppe duramente Rocco.

[…]

“Le nostre intenzioni non contano?” domandò Zaccaria sorpreso.

“Né le vostre, né le mie” ribatté Rocco. “Le intenzioni non contano mai”.

“Se le intenzioni non contano” rispose Zaccaria alzando la voce “non basta che questi miei amici qui presenti, e i nostri che sono sulla montagna, siano tutti poveri braccianti, uomini con poca terra o senza terra?”.

“Non basta” rispose Rocco impassibile. “Anche tra le camicie nere erano numerosi i braccianti con poca o senza terra. Così pure tra i carabinieri essi sono numerosi”.

“Non ha nessuna importanza” insisté Zaccaria, “che noi, contrariamente alle camicie nere e ai carabinieri, non vogliamo osservare ma distruggere la vecchia legge? Questo per il Partito non ha importanza?”.

“Nessuna” rispose Rocco. “Non la minima. Sono molti gli avversari della vecchia legge”.

“Non significa neppure nulla” continuò Zaccaria, “la nostra lotta contro i grandi proprietari? Il loro odio, la loro paura di noi?”.

“Nulla” rispose Rocco; “assolutamente nulla”.

“Non significa nulla” Zaccaria incalzò “se cerchiamo d’attuare il programma sociale del Partito?”.

“Peggio di nulla” rispose Rocco. “Assai peggio”.

“Questo non lo capisco” dichiarò Zaccaria agli estremi della sua resistenza.

“Ascoltami bene” disse Rocco ad alta voce. “Fate bene attenzione a quello che ora vi dirò”. Egli fece una pausa per sottolineare l’importanza di quello che stava per dichiarare, e aggiunse: “Quanto più un’azione somiglia a quella che potrebbe intraprendere il Partito, tanto più essa è perfida ed esecrabile, se viene attuata all’insaputa e contro la volontà del Partito”.

“Non riesco a capire” interruppe qualcuno nel gruppo dietro le spalle di Zaccaria.

“Il Partito non è il suo programma?” domandò un altro.

“No” rispose Rocco. “Il Partito è superiore al suo programma. Volete sapere quale sarebbe il massimo di tutti i tradimenti? Realizzare il programma del Partito senza il Partito”.

 

(Ignazio Silone, Una manciata di more, Mondadori, Milano 1975, pp. 37-39)

 

La tessera del PCI del 1952

 

Ignazio Silone

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