Sono stata paragonata a una pianta carnivora, per esser precisi a una Drosera; e uno spasimante respinto mi ha assimilato a un cactus. Ne sono tutt’ora lusingata. Che imparino i maschi, e stiano in guardia. Così, giusto per avvisare, per quest’estate mi son fatta una sottana con una tela palermitana, decorata di bellissimi e colorati Fichi d’India in fiore (Opuntia ficus indica). D’altronde, mi adeguo al cambiamento climatico anche nelle mie mises

 

 

Come s’è alzata la linea della palma s’alzerà anche quella dei cactus che, dai vasi, collocheremo in piena terra. Non mi dispiacerebbe avere un angolo del giardino con crassule e euforbie, agavi e cactus pasciuti e contenti come solo ne ho visti nel nostro sud, specie in Sicilia: Opuntia con le pale (cladodi) incoronate dai frutti maturi, alti candelabri di Euphorbia eritrea ritti verso il cielo, glauche agavi americane con spade minacciose, rosette di Aeonium arboreum Schwarzkopf nere e lucide come onice. 

Non per una questione di green political correctness, ma non mi piace l’espressione “piante grasse”, meglio dire succulente che è la categoria più onnicomprensiva, e rinvia alla comune morfologia dei tessuti predisposti a trattenere acqua. Siamo poi soliti spendere il termine cactus in modo indifferenziato, ma non tutte le succulente sono cactus, mentre i cactus sono per lo più succulente. 

 

 

L’argomento è sterminato – solo la famiglia delle Cactaceae conta 2000 specie raggruppate in circa 100 generi – e intrinsecamente spinoso, tanto più per una dilettante come me. A proposito di spine, che sono poi foglie modificate per l’adattamento ad ambienti estremi: non tutti i cactus ne sono muniti. Come le Schlumbergera o alcune Rhipsalis che frequentano i nostri appartamenti con gran successo per la poca manutenzione, il portamento scenografico spesso ricadente dei segmenti piatti o cilindrici, la fioritura generosa o, a compensare i fiori talora troppo minuti, le belle bacche opaline.  

Nella famiglia delle Cactaceae merita un ritratto il Fico d’India, che infatti s’è guadagnato il posto d’onore sulla mia sottana. 

 

Originario dell’America latina si è ben ambientato e naturalizzato nel bacino del Mediterraneo. In questi areali la pianta raggiunge anche i cinque metri d’altezza e si espande di cladodio in cladodio con un portamento articolato e irregolare. Le pale carnose, piatte ellittiche o obovate, d’un verde chiaro, quasi azzurrato, sono trapunte di areole – tratto distintivo dei cactus – da cui originano due, tre spine. Più fastidiosi delle spine sono i glochidi posti alla loro ascella: ciuffetti di setole biancastre miniaturizzate, apparentemente ingenue che, in incognito, s’infilano sottopelle provocando spiacevoli conseguenze. Nel tempo poi i cladodi lignificano e ingrigiscono, assumendo funzione di fusti cilindrici.

 

 

I fiori si aprono tra aprile e maggio, luminosi e vistosi, sul margine superiore delle pale; hanno perigonio a pezzi, i sepaloidi esterni, interni i petaloidi gialli, numerosi stami e uno stilo con 7-8 stigmi. 

Il frutti sono bacche lunghe anche 10 centimetri, anch’esse ricoperte di glochidi sono eterogenee quanto a forma – possono essere ovoidali, cilindriche, di colore rosso o giallo – e maturano tra luglio e agosto. I fichi più prelibati – ottimi soprattutto quelli a pasta bianca – sono coltivati a Ventimiglia di Sicilia (Calamigna in siculo), dove sono lavorati anche per la produzione di distillati e conserve. Freschi possono piacere o meno, per i molti semi che ci fanno sputacchiare a destra e a manca, però sono ricchi di minerali (fosforo e calcio), di vitamina C, e hanno proprietà depurative e tonificanti, ben note alla medicina popolare che faceva uso anche dei fiori in decotti. 

Naturalmente, molti scrittori siciliani li hanno ritratti nelle loro opere. Ricorderò solo un bel passaggio di Elio Vittorini, tratto da Conversazione in Sicilia:

 

Cominciarono a passare le stazioni, casotti di legno col sole sul cappello rosso dei capistazione, e la selva si apriva, si stringeva, di fichidindia alti come forche. Erano di pietra celeste, tutti fichidindia, e quando si incontrava anima viva era un ragazzo che andava o tornava, lungo la linea, per cogliere i frutti coronati di spine che crescevano, corallo, sulla pietra dei fichidindia.

 

 

In Messico ho visto giardini botanici meravigliosi di soli cactus crassule euforbie aloe sedum e quant’altro, che riescono a non far rimpiangere il rigoglio delle latifoglie. Ma il sentimento d’ammirazione dura il tempo della visita. L’idea di vivere in una zona che si approssima al deserto non è confortante, nonostante la bellezza scultorea, geometrica, cerebrale di alcune forme, la bizzarria di altre, e il miracolo dei fiori che s’aprono alla prima, a lungo sospirata pioggia.  

Insomma, non mi va di diventare una settaria coltivatrice di cactus! Ho in mente quel dialogo esilarante e demenziale tra amanti di cactus nel delizioso, divertente librino di Karel Čapek L’Anno del giardiniere: non voglio fare quella fine. Per carità, pare destino comune agli amanti delle camelie, delle rose, delle peonie… Insomma, in giardino è bene non essere monomaniaci collezionisti. 

Però, certo ha ragione Čapek quando, dopo aver bonariamente deriso i coltivatori di cactus, passa a dire dell’oggetto dei loro desideri:

 

La verità, naturalmente, è che i cactus meritano questa particolare passione: prima di tutto perché sono misteriosi […] In che cosa consista questo mistero, non ve lo spiego; i misteri si devono solo riconoscere per poterli trovare e adorare. Ci sono, poi, cactus simili a ricci marini, a cetrioli e a zucche, a candelabri, a brocche, alla berretta del prete, a un nido di serpente, coperti di scaglie, di artigli, di verruche, di baionette, di jatagan e di stelle, tozzi o slanciati, ritti come un reggimento di lancieri, taglienti come un plotone che brandisce delle sciabole, gonfi, legnosi e rugosi, segnati dall’eczema, barbuti, bruschi, burberi, appuntiti come uno steccato, intrecciati come un cesto, somiglianti a tumori, ad animali e armi; […]

Potete amarli, senza toccarli in modo sconveniente, baciarli o stringerli al seno; a loro non importa nulla dell’intimità o di altre frivolezze del genere; sono duri come pietra, armati fino ai denti, decisi a non arrendersi; va’ per la tua strada, viso pallido, o comincio a sparare! Una simile piccola collezione di cactus sembra un accampamento di gnomi guerrieri. Tagliate a un combattente la testa o una mano: ne verrà fuori un nuovo armigero che brandisce spada e pugnali. La vita è lotta.

Ma ci sono momenti misteriosi in cui questo avversario, ostinato e suscettibile, in qualche modo dimentica e si immerge nei sogni; allora da esso erompe un fiore, un fiore grande e splendente, un fiore ieratico tra le armi spianate. È una grazia enorme e un avvenimento raro, che non capita a chiunque. Vi dico che l’orgoglio materno non è niente in confronto al vanto e alla fierezza del coltivatore di cactus a cui un cactus è fiorito. 

 

 

Come dar torto a Čapek, se persino io mi sono emozionata quando la mia lillipuziana Echinopsis mi ha regalato il fulgore di una trombetta giallo limone! 

Il mistero dei cactus è indagato anche da Cees Nooteboom nel suo Libro dei giorni, or ora tradotto da Fulvio Ferrari per Iperborea (2019). Qui, i cactus del suo giardino maiorchino sono osservati, contemplati come presenze mute, inaccessibili nella loro «implacabile simmetria». Ci sono, e insegnano. Il motivo volterriano Il faut cultiver notre jardin, ci suggerisce Nooteboom, va rovesciato: è il nostro giardino a insegnarci qualcosa.   

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