Dell’invisibile

L’altro giorno, a Brindisi, ho scoperto un mondo invisibile. Si tratta di una rovina imponente che si indovina appena da varie parti della città, ma che resta quasi totalmente sottratta alla vista. L’edificio in questione, il Collegio Tommaseo, ovvero l’Accademia Marinara dell’Opera Nazionale Balilla, è una realizzazione dell’architetto Gaetano Minucci. Edificato con la magna pompa tipica degli edifici di epoca fascista, l’insieme ha attraversato una lunga fase di decadenza. Oggi, chi si inoltra nella piccola giungla che lo circonda può scoprire un universo tarkovskiano, caratterizzato dalla rivincita della natura sugli artefatti umani, cioè dall’invasione della vegetazione sul corpo dell’immenso complesso abbandonato. La vera sorpresa, dopo una complicata deambulazione nella struttura, le cui innumerevoli finestre affacciano su un esterno quasi surreale, è data dal generoso cortile o “piazzale” del Collegio.

 

 

Sui muri pesantemente erosi dal tempo si intravedono segni strani. Graffi? Graffiti? Decorazioni? Pitture? Uno sguardo più acuto permette comunque di identificare questi segni di grandi dimensioni diventati inquietanti: si tratta di mappe che rappresentano – o meglio: che rappresentavano – fra l’altro, l’Europa, l’Italia e la stessa città di Brindisi. Di certo vedere l’Europa in tale stato di decadenza avanzata fa riflettere. Le isole britanniche sono già quasi staccate, mentre gli altri paesi europei sembrano perdere sostanza a vista d’occhio… Viene in mente il magnifico quadro di Hubert Robert che rappresenta il Louvre in uno stato di possibile futuro decadimento. Su questi muri anche l’Italia non se la passa bene: l’intonaco cede e vari pezzi sono lì lì per cadere, per dissolversi nella vegetazione che, lentamente, si appropria di tutto. Questo teatro geografico, che metteva in scena la grandeur dell’Italia e dell’Europa, si è trasformato nel palinsesto della loro decadenza non soltanto politica ma anche materiale.

 

Il peggio è toccato proprio alla città di Brindisi: ci vuole un lavoro di tipo archeologico su questi muri per distinguere la forma urbana distrutta dalle intemperie. Qui la cosa più interessante e l’elemento sorprendente è la verità che si esprime attraverso un’opera voluta come massima espressione del desiderio di rappresentazione e che viene man mano distrutta, pur se poi  ricreata a suo modo dalla natura. La grande mappa dell’Europa a pezzi racconta infatti lo stato attuale del nostro continente. E anche i resti della trama della bellissima città pugliese parlano della Brindisi odierna, indicano in fondo la necessità di reinventare un insieme urbano partendo dall’integrazione del suo porto. O meglio, dei suoi tre porti, una realtà che la città non sembra percepire più di tanto. Qual è l’unità di questa città che vive all’insegna della discontinuità spaziale invece di reinventarsi partendo dalla relazione con il mare? Vedere questi frammenti, ma pure la città ‘spezzettata’ di Brindisi, ricorda la grande tradizione italiana legata all’esposizione di mappe negli edifici emblematici del Rinascimento. Ciò che la stanza delle Geografiche o del Mappamondo, nel Palazzo Farnese di Caprarola, dimostrava solennemente, diventa nell’ambito semicircolare del Collegio brindisino una specie di film geografico, di cui sopravvivono soltanto alcuni fotogrammi. Una mappa su un muro è ormai un’esperienza altamente inusuale. Il nostro secolo, quello di Google Maps e del GPS, è caratterizzato dalla scomparsa generale delle mappe. Preparare un viaggio con la cartina geografica in mano, o viaggiare in macchina accompagnati da qualcuno che la sappia “leggere” sono azioni che appartengono ormai a un mondo passato.

 

 

La mappa, che fa parte delle grandi conquiste intellettuali e iconiche dell’umanità, sta per diventare un relitto museale. Per le generazioni predigitali consultare una mappa e, meglio ancora, un atlante, rappresentava un modo di viaggiare senza doversi spostare fisicamente. Muovendo gli occhi e le dita si era già altrove, in uno spazio mentale quasi illimitato. Con la scomparsa delle mappe se ne va anche un modo di essere-nel-mondo. Jed Martin, il personaggio principale di La carte et le territoire di Michel Houellebecq, giudica la mappa più interessante del territorio esperito; è una considerazione che ricorda quella di Robert Musil, il quale all’inizio del secolo XX osservava già come l’immagine (nel suo caso, la cartolina postale) avesse sostituito la realtà, sempre meno bella della sua rappresentazione. Cosa succede però con le mappe del passato, con tutti quei magnifici atlanti? Esiste da qualche parte nel mondo un cimitero delle mappe? O finiranno tutti termo-valorizzati o ammucchiati in qualche montagna di rifiuti? (Da alcuni anni l’oggetto stampato non riciclato invade le strade e i cassonetti.) I malinconici murales di Brindisi sollevano il problema del legame fra rappresentazione e realtà. In un regime mentale dove tutto può essere rappresentato in qualsiasi momento in modo numerico, mancano i mezzi per mettere in moto l’immaginazione. Spesso il digitale assorbe il mondo, lo prosciuga. Un incontro come il nostro, cioè l’irruzione nello spazio invisibile della rovina, permette di prendere le misure di ciò che perdiamo se continuiamo ad affidare il nostro presente al diktat del medium digitale.

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