Shakespeare in Cina

Tradurre Shakespeare in cinese

Ho incontrato Guangming Fu un anno fa, invitato a una cena in famiglia da Zheng Shi, editor del gigantesco Beijing Publishing Group. Avevo dunque conosciuto questo marito gentile che mi aveva ricevuto come un amico, e preparato con la consueta dedizione un leggero tè bianco. Con loro la figlia, una ragazza di nemmeno vent'anni innamorata dell'opera italiana: la mia promessa di invitarli a teatro alla prima occasione utile è ancora disattesa, ma verrà.


Guangming Fu ci aveva messo un po' a raccontarmi quel che mi aveva fatto drizzare le orecchie: è incaricato da una casa editrice taiwanese di tradurre in cinese l'opera omnia di Shakespeare (o quasi: 37 testi teatrali e un poema). "Il lavoro dei miei prossimi dieci anni." Pareva riderci sopra, tanto impervia appare l'impresa.
Per me l'occasione era ghiotta. Continuare nel mio tentativo di capirci qualcosa del rapporto tra le nostre lingue e il cinese – che qualcuno già ha criticato dicendomi, ma perché semplicemente non te lo studi il cinese? e io che non l'ho studiato rispondo che queste esplorazioni di sguincio, a partire da una verginità, scevro da ogni possibile pre-giudizio, danno comunque buoni risultati: è un po' come fare il pesce in barile. Oppure: cercare il diavolo nei dettagli. Ci siamo accordati per un'intervista.


Intanto il luogo del nostro incontro: il suo ufficio presso il Museo Nazionale della Letteratura Modernista, sacrario sconosciuto ai più dove nelle sale successive sono esposte come in un album di figurine le facce di forse un trecento scrittori dalla fine '800 al 2000 (il museo è stato aperto nel 1999), con grande risalto dato a Lu Xun, e imprevedibilmente a Lao She, antieroe della letteratura 'ufficiale' cinese, scrittore quanto mai prolifico fino alla conquista del potere da parte dell'Esercito Popolare di Liberazione nel '49, poi preda di una forte depressione – intristito dalla censura e dal necessario asservimento alla propaganda – fino al suicidio del 1966, alla vigilia della Rivoluzione Culturale.

 

L'ufficio di Guangming Fu risalta di globalizzazione: una grande foto della Torre Eiffel (non è mai stato a Parigi; ricorda invece con immenso piacere una residenza di quasi tre anni negli States come fosse il periodo del suo più grande innamoramento), iconografia religiosa cristiana (cattolica e ortodossa) e induista (Shiva). Quest'uomo ha qui un puro ruolo da funzionario, ma si ritaglia il tempo per tradurre, e continua la sera a casa sua.


Alle sue spalle due sole traduzioni shakespeariane, una pubblicata in Cina dalla People's Literary Press (a opera di Zhu Sheng-hao) e poi ripresa, a copyright scaduto, da una infinità di case editrici, l'altra completata a Taiwan dopo il '49 (a opera di Liang Shi Qiu). Ambedue portate a termine in un arco temporale di circa tre decenni. Di Zhu Sheng-hao, che iniziò il suo lavoro nel '36, vuole dirmi che era poverissimo, molto malato, un poeta e uno studioso anch'esso censurato nel '66 con la Rivoluzione Culturale (lui e Shakespeare) e poi riabilitato – e devo dire che questo refrain, che attribuirebbe il comparire della censura alla Rivoluzione Culturale come se prima tutto fosse filato liscio mi viene costantemente imbandito, e so che non è vero: è una retorica di stato, quasi un mantra necessario in qualche modo a riabilitare Mao TzeDong pur condannando la Rivoluzione Culturale.

 

Del secondo traduttore, Liang Shi Qiu, Guangming Fu mi vuole segnalare l'inimicizia con Lu Xun, che criticò e da cui fu criticato. Guangming Fu, che è un uomo in apparenza sereno, mitemente determinato, forse felicemente acquattato dentro a questa sua traduzione, ritiene più accurato quest'ultimo lavoro, distribuito anche in Cina dagli anni novanta.


Lui preferisce la traduzione di Liang Shi Qiu perché dotata di un apparato completo di note a piè pagina. Che senso ha, mi spiega, sottoporre al lettore testi senza spiegargliene il significato completo, che nasce dentro un contesto storico e culturale così lontano? In realtà non sarei propriamente d'accordo: anzi mi piacerebbe scrutare la reazione di un lettore o di uno spettatore cinese scevro (e dagli!) di ogni pregiudizio al cospetto degli archetipi Shakespeariani: li condivide, o gli restano oscuri? Propendo per la prima risposta. Bisognerà provarci.

 

In ogni caso, ritiene che il punto forte della sua traduzione sarà proprio l'apparato di note a piè pagina. E naturalmente la sua capacità di adattare il testo al cinese mandarino di oggi (vernacular, dice), capace di trasmetter a chiunque gli stessi 'poetical emotional feelings'. Non sarà facile. Gli chiedo subito: quindi scrivi in cinese semplificato (quello che Mao Tsedong reinventò, per rendere la lingua più accessibile a una popolazione di un miliardo di persone che intendeva alfabetizzare per intero): caratteri più semplici (con meno lineette) e in numero ridotto (fino a due-tremila, non i quasi diecimila della tradizione). Il limite, per un traduttore letterario, potrebbe essere la limitazione di vocabolario.


Questo è il punto chiave, mi dice Guangming Fu. Io devo rendere il testo accessibile ai più, ma non posso accontentarmi del mandarino semplificato. Posso purificare il tradizionale (purify, dice), ma non semplificarlo. La mia lingua deve essere moderna e semplificata nel contenuto, ma non può esserlo nell'aspetto. E comunque devo riuscire a miscelare, caratteri semplificati, classici, e moderni, per ottenere degli 'intriguing Chinese characters': e siccome l'inglese imbroglia, io non capisco se stia parlando dei personaggi o degli ideogrammi. Ahi! Mi sto inoltrando nel bosco più fitto. E l'inglese che parla il mio interlocutore è stentato abbastanza da indurci in fraintendimenti continui.


Tant'è. Guangming Fu, per ora, ha tradotto (e sono già usciti in libreria) Romeo e Giulietta, il Macbeth e l'Amleto, che fu il primo. Già, cominciò con "To Be or not To Be". E qui ci incartiamo davvero. Perché le scelte di traduzione di questa semplice frase (quante volte nella nostra bocca di italiani risuona la frase Essere o non Essere? e quante ambiguità di significato, quanti sottotesti che rendono forza e sostanza a un'affermazione che noi abbiamo imparato a scuola e che ci siamo poi ripetuti per tutta la vita, in modo serio o in modo scherzoso, proprio grazie a questi sottotesti?) per Guangming Fu e i due precedenti traduttori differiscono e di parecchio.

Innanzitutto nessuno dei tre traduce letteralmente (attenzione, il nostro dialogo avviene nell'inglese imperfetto di Guangming Fu, e comprendersi non è facile). Intanto il verbo essere così com'è (shi, in pinyin) non viene mai utilizzato, e i tre preferiscono interpretare Shakespeare, con il risultato di utilizzare verbi che sono sì più specifici, ma che perdono, appunto, quel sottotesto.

Zhu Sheng-hao utilizza il verbo vivere, con un rafforzativo: sheng huo. E non essere diventa: distruggere/distruggersi. Per ricordare al lettore che la frase ha una accezione anche 'filosofica' (come dice Guangming Fu), o psicologica, nella seconda parte della frase aggiunge un aggettivo: considerable (me lo dice in inglese), cioè notevole, o ragguardevole, o importante problema. Liang Shi Qiu, tranchant, riduce il dilemma a un 'esistere o non esistere'. Verbo che, a parere di Guangming Fu può avere un'accezione materiale (il corpo, quindi vivere o morire), ma anche immateriale (l'anima).

Guangmin Fu propende per un 'vivere o morire'. Riduce a questo il dilemma. E si lancia con me in un lungo excursus sulla concezione della vita ultraterrena nell'Europa (concetto un po' esteso) di quei secoli: a suo parere il dilemma di Amleto sta anche in quello, nella sorte che attende il suicida, l'omicida, e la vittima: e quindi di chi vince, in ultima e eterna analisi, la partita.

Ecco: io in questa discussione sul verbo essere sono rimasto a metà strada. Non l'ho risolta con Guangmin Fu che, terminato il suo orario di lavoro, mi ha portato a cena a fianco del museo, in un accogliente bar ristorante tutto di legno, e scaffalature, e libri sulle scaffalature, un locale il cui nome, nel nostro alfabeto, spicca inequivocabilmente come The Blogger. Lì, circondati dai libri, da una clientela piacevolmente mista (occidentali e cinesi allo stesso tavolo), non abbiamo saputo proseguire: ce ne mancavano le parole.

Essere o che altro? Questo è il mio problema con la lingua cinese.

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