Un popolo di cicale

L’aeroplano ronza sull’aeroporto di Bari Palese in attesa di atterrare. Un fortissimo temporale si è abbattuto sulla città e sotto di noi scorrono il Tavoliere, i campi gialli, le distese di ulivi. Dopo una mezz’ora scendiamo e prendo a nolo una vetturetta. In città mi aspetta Antongiulio Mancino, critico cinematografico, detective dei segreti dell’Italia repubblicana, ma soprattutto amico. Sono le 14 passate quando entriamo all’Hostaria del Gambero, classico ristorante sul porto. “Devi assaggiare gli spaghetti al nero di seppia!” Pur diffidando delle osterie con la h davanti, non mi lascio pregare. Dopo qualche antipasto (gamberi crudi e cotti, polipo, insalata di mare), arrivano gli spaghetti che, mescolati davanti a noi, diventano neri.

 

Sono buonissimi, ma cerchiamo di non appesantirci troppo perché dobbiamo raggiungere Ostuni per “La notte dei poeti”, neonata manifestazione che dovrebbe promuovere la poesia con forme di fruizione nuove. Il tempo resta incerto. Passiamo a prendere Giulia Dell’Aquila, una valente italianista, e, schivati i pettegolezzi universitari, parliamo del più o del meno, dell’estate che non arriva e delle ciliegie che non maturano. A Ostuni si è in attesa del matrimonio tra Flavia Pennetta e Fabio Fognini, i due nostri tennisti, che “ora giocheranno in doppio per la vita”, come scrive un giornale locale. Sono attesi Boris Becker, Valentino Rossi e il gotha del nostro tennis.

 

La cittadina non sembra particolarmente eccitata, anzi, pare che a parte il matrimonio nella stupenda cattedrale, tutto avverrà in due masserie nei dintorni. Il concierge dell’albergo mi dice che la mamma della Pennetta ha disdetto le due stanze che aveva fissato. Rinuncio alla mia indagine sul matrimonio e simulo una certa irritazione per l’orario – le 23 – che è stato fissato per il film di cui dobbiamo parlare. “Ma qui non lavorate!”, sbotto. Giulia con pazienza mi spiega che il clima meridionale rende l’uso della notte quasi indispensabile per la vita sociale. Non mi persuade del tutto, anche perché a vedere il film saremo poi in dieci. Il gentile organizzatore, il mattino successivo, mi documenta il successo di altri eventi in contemporanea.

 

Va beh! È stato bello tornare a Ostuni, aggirarsi nel bianco che abbaglia delle sue strade, affacciarsi sulle file di ulivi con, sullo sfondo, i cavalloni che si infrangono sulla battigia.

Il giorno dopo devo raggiungere Matera. Ho tempo e scelgo la strada più lunga. Attraverso la val d’Itria che ora pullula di trulli, vecchi e nuovi. Non so perché, ma ho sempre associato i trulli ai puffi ed entrambi mi sembrano sparger intorno a sé una melassa infantile, una tipicizzazione del territorio che è il primo passo per renderlo un parco a tema. Passo oltre Cisternino, Martina Franca, ne noto le orrende periferie di cui non si parla mai ma che denunciano un modello di sviluppo sballato e a cui si dovrebbe porre rimedio. La strada diviene bellissima dopo Martina Franca, verso Mottola: ai bordi dell’asfalto i colori commoventi dei fiori di campo (blu, bianco, rosa, il rosso dei papaveri, il giallo delle ginestre in fiore), la prima fienagione, qualche masseria isolata, gli anziani (gli ultimi veri anziani) al lavoro. Mi fermo a Mottola, dove già ero stato, e, seduto su una panchina con davanti a me la sede del PD dedicata a Enrico Berlinguer, rifletto che quello di cui vado in cerca in questi viaggetti per l’Italia non è il monumentale e nemmeno il caratteristico, è piuttosto la vita quotidiana: un mercato, un bar di paese, leggere gli annunci mortuari, guardare i cartelli delle agenzie immobiliari e immaginare per un momento una vita nuova, registrare con orgoglio che le 500, le 126 e 127 sono dure a morire e che l’Ape che vende i lupini è ancora in servizio. Vorrei ora però vedere qualcosa di nuovo.

 

 

All’altezza di Castellaneta scorgo un cartello: “mare”. È l’ora di pranzo e mi sale improvvisa una voglia di cozze. Il golfo di Taranto è a pochi chilometri e le sue cozze sono considerate le migliori d’Italia. Raggiungo con qualche difficoltà Castellaneta Marina, che presenta un campionario di edilizia balneare 1980-2000 immersa in una lussureggiante pineta: gli architetti e i geometri locali devono aver studiato Forte dei Marmi o Arenzano, ma il risultato è uno sregolato vernacolare per certi versi appassionante. Se dirigessi una rivista d’architettura commissionerei subito un servizio su quest’ultimo rigurgito di boom. Attorno, villaggi turistici molto economici, ma il mare non è male e le chitarre cozze e pomodoro sono perfette. Ritorno sulla 106, la semiautostrada che collega Taranto a Reggio Calabria e, dopo qualche chilometro, svolto per Matera. La strada per salire, tra gravine e calanchi, è di esaltante bellezza. L’aria secca e il sole ora caldo rivelano i profili netti di un paesaggio antico, preistorico. Penso alla stupore di uno straniero che vede questi luoghi per la prima volta.

 

Alla reception, nell’albergo di Matera, mi chiedono se sono lo scrittore. Rispondo: “forse”. “Come, forse?” si indigna il simpatico ragazzo davanti a me. Dovrei dirgli che sono qui come regista, ma mi secca far la figura dello sbrodolone. L’amico Roberto Linzalone, poeta orale e personaggio nella tradizione dei grandi lucani (Rocco Mazzarone in primis), mi ha invitato a presentare il film La ragazza Carla nel Sasso che ha rimesso a posto con gusto e amore e dove organizza informali (e mai banali) incontri culturali. Giro per la città, incontro per strada l’ex sindaco, osservo gli apecar che, secondo il costume di Capri, scorrazzano i turisti, noto un gran numero di ristoranti, bed and breakfast, botteghe artigiane. Come dice un altro amico, Pino Losito, “Matera è una città dopata”. Nel 2019 Matera sarà capitale europea della cultura e quella data diverrà un discrimine per capire quale modello di sviluppo perseguire, a quale turismo mirare. Volere, come oggi, un po’ tutto in una città delicata come Matera non mi pare la strada giusta.

Il mattino dopo lascio Matera con la sensazione di essere stato trattato da eroe, anche per la lunga militanza olivettiana che qui ha lasciato una traccia, ma, come insegna Flaiano, gli eroi stufano dopo pochissimo.

 

Vado verso Altamura e poi mi smarrisco nelle sempre bellissime Murge, le nostre highlands, anche se soccorro un gruppo di scout, smarritisi a loro volta. Piego su Ruvo di Puglia e poi proseguo, improvvisando, verso Minervino Murge. Attorno a Castel del Monte, la strada è di nuovo bellissima: una campagna coltivata a vigna e ulivi, solide masserie non ancora trasformate in sala da matrimoni. Minervino, “il balcone delle Puglie”, è un pezzo di Regione non ancora toccata dalle narrazioni vendoliane, che ha una storia di rivolte contadine, l’ultima delle quali nel 1945, sedata solo dall’intervento dei capi del PCI.

 

Sul corso principale campeggia una frase di Gramsci che, visto da qui, comprendi come sia stato uno dei grandi santi laici del XX secolo e come le forme di preghiera siano cambiate, per poi smarrirsi nell’indistinto. Questo pezzo di Puglia antica – il “popolo di formiche” di Tommaso Fiore che, pietra su pietra, ha costruito i muretti a secco, finisce verso Andria quando leggo un cartello che offre “eventi funebri”. Andria è un paesone abbastanza informe e, essendo domenica e l’ora di pranzo, trovo chiusi gli storici negozi di confetti. Per la cronaca è il 102simo capoluogo di provincia che visito nei miei viaggi per l’Italia.

 

Sotto un temporale raggiungo l’aeroporto di Puglia. All’autonoleggio mi dicono che ho percorso 500 km. Tra qualche settimana tornerò in Salento.

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