Superare il trauma: trama e desiderio
Nella vita come nella clinica, l’intreccio tra corpo, relazione e parola, contiene i vincoli e le possibilità del discorso che può condurre alla creatività del desiderio. Proprio alla clinica di quel discorso e di quei discorsi nella ricerca di strategie terapeutiche è dedicato il nuovo libro di Nicolò Terminio [Trauma del desiderio. Clinica dei discorsi e strategie terapeutiche, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026]. Conviene partire da una suggestiva immagine che l’autore propone proprio riguardo al ruolo e al senso del discorso nella clinica. Discorrere, fin dall’etimologia, richiama e comporta il movimento. Il discorso è perciò un movimento relazionale e simbolico che collega l’uno all’altro o agli altri. L’origine corporea del linguaggio e il ruolo del cervello motorio risultano essenziali per comprendere cosa sia il discorso. La possibilità del discorso emanata dal corpo allo stesso tempo scaturisce dalla relazione con l’altro. È la meraviglia dell’altro, con le sue caratteristiche, con le sue distinzioni, con la sua unicità, il riferimento del discorso in generale e del discorso terapeutico ed educativo in particolare. È importante non perdere l’occasione di ascoltare per intero l’immagine felice con cui Terminio descrive la scena terapeutica: “Le espressioni linguistiche e i comportamenti del paziente si configurano come della limatura di ferro disposta su un tavolo e il discorso è il campo magnetico che si trova sotto il tavolo e determina la forma che la limatura di ferro assume di volta in volta. Vediamo solo ciò che è disposto sulla superficie del tavolo, non osserviamo mai direttamente il campo magnetico: per comprendere il discorso dobbiamo compiere un’inferenza (ragionamento clinico) partendo dagli indizi lasciati dalla limatura di ferro. Ovviamente il ragionamento clinico non è basato solo sugli aspetti cognitivi, ma presuppone una partecipazione affettiva alla condizione vissuta dal paziente. Inoltre l’oggetto delle inferenze e anche il terapeuta: il terapeuta deve infatti pensarsi (e sentirsi) per trovare la sintonizzazione con l’alterità del paziente” [p. 7]. Quando il simbolico si dilegua e scompare nel registro dell’immaginario, siamo di fronte a una delle più diffuse problematiche psichiche e relazionali del nostro tempo; talmente diffusa da apparire coincidente, con modalità più o meno acute, nelle forme di vita e di relazione contemporanee. “Il soggetto borderline è il risultato, il prodotto finito della nostra epoca”, scrive Aldo Raul Becce nella Prefazione del libro. Nicolò Terminio sta dedicando impegno e ricerca per comprendere i fenomeni che sono riconducibili a quello che egli definisce sciame borderline, come documenta in questo libro e in un libro precedente di cui ci siamo occupati su doppiozero [Lo sciame borderline, Raffaello Cortina Editore, Milano 2024].
Muovendosi tra le incerte dinamiche tra reale, simbolico e immaginario, e valorizzando in modo almeno in parte originale la teoria del discorso di Lacan, Terminio evidenzia le possibilità dell’approccio clinico nel sostare nelle zone di incertezza per contenere la propensione al disciplinamento delle differenze e dare spazio all’inaudito e all’emergente come strategia terapeutica. Del resto non c’è forse una serie di altre forme potenzialmente patologiche nei comportamenti che si consegnano a identificazioni definitive e tendenzialmente totalitarie? Se l’azione senza parola inquieta e sollecita la ricerca di possibili vie di sostegno terapeutico all’elaborazione, è opportuno considerare i vincoli all’espressione di sé derivanti dalla “perfetta” coincidenza tra azione e parola. “Perfectum” in latino richiama la morte. Ne emerge una domanda che porta la ricerca di Terminio nel cuore del nostro tempo e impone una riflessione sulla posizione di chi sta al bordo, di chi da quel margine che è fatto anche di sofferenza, segnala anche la rilevanza di non appartenere del tutto. La posizione borderline si propone quindi anche come un fattore analizzatore della nostra contemporaneità, sfidando ancora una volta ogni rigida separazione tra normale e patologico, all’insegna del profondo insegnamento di Georges Canguilhem. È Becce, nella prefazione, a gettare un ponte fra la ricerca e la prassi del lavoro di Terminio, e questo nostro tempo difficile: “Questa patologia, con il suo correlato di azione continua e senza senso, rappresenta con chiarezza l’agire del capitalismo folle dei nostri giorni. Il soggetto viene spinto a una corsa frenetica del consumo per tentare inutilmente di guarire la ferita originaria dalla mancanza dell’essere. Quella lesione che sfregia l’essere umano nella sua entrata al mondo fa sentire i suoi effetti nell’angoscia che pervade ogni momento. Siamo dunque risultato soggettivo della società che ci genera. Il soggetto borderline nel suo intervenire convulso è una maschera che copre il vuoto che abita la vita senza domande senza dubbio”. Rispetto a questa deriva critica e destabilizzante dell’esperienza e alla proliferazione delle problematiche borderline, in cui il trauma diffuso tende addirittura a divenire tacita forma di vita colonizzando lo spazio del sogno e dell’immaginazione, Terminio fornisce, tra gli altri, due contributi essenziali, uno di definizione dell’oggetto dell’intervento terapeutico e l’altro di metodo per intervenire. L’autore evidenzia come nel soggetto borderline l’evento traumatico si riveli innanzitutto come una rottura della trama narrativa con cui si crea l’individuazione; quella trama che consente all’esperienza di essere tradotta in un significato. La prevalenza, nei soggetti borderline, ad agire impulsivamente e la difficoltà ad accedere alla riflessione, disarticola ogni possibilità di creare un ordine simbolico. Si verifica, inoltre, una sostituzione del circuito del desiderio con l’imperativo del godimento immediato che si pretende sempre più compulsivo e dissociato. Dal punto di vista del metodo, Terminio mostra con evidenza e chiarezza la necessaria evoluzione della psicoanalisi e della psicoterapia per affrontare le inedite forme delle patologie contemporanee. Qui entra in campo la relazione tra terapeuta e paziente e la valorizzazione delle dinamiche empatiche in psicoterapia sulle quali è necessario oggi fare sul serio, innovando gli approcci della clinica sul suo terreno. Terminio valorizza, molto opportunamente, la distinzione di Thomas Ogden che evidenzia l’insufficienza della “prospettiva epistemologica” della psicoanalisi nel comprendere e affrontare le forme più gravi della sofferenza contemporanea. È forse un orientamento “ontologico” della psicoanalisi e della psicoterapia a risultare più adeguato e necessario. Conoscere, infatti, è certamente importante, ma oggi siamo di fronte al problema dell’essere. L’interpretazione e l’elaborazione si mostrano insufficienti e la ricerca deve probabilmente riguardare la possibilità di mettere in gioco nella terapia la relazione, una relazione di affiancamento, che contenga, o almeno provi a farlo, la continua “turbolenza dello sciame significante”, secondo l’efficace definizione di Terminio.

Nelle derive borderline della personalità, le persone soffrono perché non riescono a vivere l’esperienza della continuità nell’essere, che è sistematicamente perturbata dall’Altro, nel senso di Lacan. Da un Altro da cui non si riesce a ricevere un sentimento vitale e dal quale non deriva una possibilità generativa del desiderio, ma un disordine affettivo inarginabile. La precarietà diventa radicale e si allea con un sentimento della propria inconsistenza psichica. Più questa dinamica si conferma, maggiore diventa quella che si potrebbe individuare come una funzione inversa e singolare della domanda di sicurezza: se l’Altro è destabilizzante aumenta e si rafforza fino al livello patologico il dispositivo difensivo, portando alla crisi profonda di legame sociale. Siamo nell’indifferenza, che si può intendere come una sospensione eccessiva della risonanza incarnata con gli altri e il mondo, con effetti di dispersione e frammentazione dell’esperienza. Al circuito del desiderio subentra l’imperativo del godimento, il vuoto dell’alienazione del riconoscimento.
Offrire un’opportunità di legame in sede terapeutica diventa pertanto una distinzione operativa necessaria nella clinica con i borderline. Proporre un Altro che sia differente dall’Altro traumatico che popola l’esperienza di vita del paziente può condurre a un’elaborazione del trauma capace di sostenere il paziente nella costruzione di un discorso creativo di sé, di una trama. Dal trauma alla trama, appunto. Emerge così uno dei pregi dell’approccio di Terminio, già presente nei suoi altri lavori: “uno degli obiettivi di questo libro è quello di creare ponti concettuali con altri orientamenti psicodinamici: solo muovendosi tra le psicoanalisi è possibile affrontare le sfide attuali della clinica” [p. 3]. È necessario mantenere uno spirito di apertura che renda insaturo ciò che si sa o che si crede di sapere. In tal modo la pluralità delle teorie si propone come una matrice creativa e per molti aspetti inconsci che ci permette di entrare in risonanza con noi stessi, con l’altro e con il mondo. Ne deriva certo un’inquietudine di fondo, ma è proprio quell’inquietudine che spinge a muoversi cercando di incontrare l’estraneità che è sempre un po’ dentro e un po’ fuori dal proprio campo di ricerca. Secondo Terminio, questa non è solo una questione epistemologica, ma mette in gioco innanzitutto l’atteggiamento terapeutico da mantenere in ogni cura, in particolare in quella dei pazienti borderline, dove la necessità di aprire una possibilità inedita è ancora più evidente, sin dal primo colloquio.
Pare che sia il paradigma, un paradigma corporeo-relazionale, il riferimento propositivo e critico con cui l’autore svolge la propria ipotesi e le verifiche che documenta nella sua pratica clinica. Il discorso, infatti, secondo l’autore, offre l’occasione per tenere insieme l’esperienza corporea e la relazione con l’altro, connettendo l’intimità incondivisibile del vissuto corporeo con l’alterità dell’altro. Il discorso si propone come un movimento simbolico-relazionale che collega il soggetto e l’altro. In tal modo la dimensione relazionale insita nel linguaggio coglie in profondità ciò che ci rende delle soggettività incarnate. Per questo nella clinica non è in gioco solo una partecipazione cognitiva col paziente, ma la clinica presuppone una consonanza affettiva con la sua condizione vissuta. In particolare nello sciame borderline la clinica non può limitarsi alla grammatica delle espressioni linguistiche, ma deve collocarsi sul piano dell’azione comunicativa, a livello della pragmatica della comunicazione, sul piano intenzionale e relazionale. Muoversi tra i discorsi può condurre ad affrontare ed elaborare quel che impedisce al soggetto di costruire una propria trama storica, affiancandosi al paziente alla ricerca di un Altro affidabile e meno minaccioso. È dalla trama del discorso che la parola nuova può venire alla luce.
L’articolazione del lavoro di Terminio raggiunge un dettaglio rigoroso e approfondito, pur muovendosi in un continuo confronto tra le problematiche nevrotiche e quelle borderline. Anzi, si può sostenere che proprio mediante questo dispositivo il contenuto del libro raggiunge un elevato livello di chiarezza che è ben documentato da una suddivisione in capitoli (XXIV) e in paragrafi che costituisce un importante e raro servizio al lettore e allo studioso.
Il contenuto del libro è diviso in due parti, successive all’introduzione: “Muoversi tra i discorsi”, e “Strategie terapeutiche”, che corrispondono seppur non senza ibridazioni alla definizione del fenomeno borderline oggi e ai metodi e tecniche di intervento possibili. Per giungere all’individuazione dei due destini discorsivi dello sciame borderline, – che poi diverranno nella seconda parte la matrice delle vie per intervenire clinicamente – l’autore costruisce un percorso dettagliato di approssimazione centrato sull’analisi del discorso. L’immagine che ne emerge della clinica dei fenomeni borderline è quella di un movimento tra i discorsi, distinguendo con cura e precisione sia il discorso nevrotico dallo sciame borderline, che la dialettica nevrotica dalla dissociazione borderline. Il capitolo XIV si concentra sulla clinica del vuoto e il discorso del capitalista, con chiaro riferimento a Lacan, proponendo uno dei vertici del contributo di Terminio. “Nella formula del discorso del capitalista vediamo illustrata la logica di una piena circolazione del godimento e il soggetto è padrone del sapere con cui produce l’oggetto a (oltre a comandare la verità che lo determina in quanto soggetto)” [p. 143]. “Nel rapporto con l’oggetto a il perverso si serve dell’Altro come un mero strumento per realizzare il progetto di un godimento senza perdite o resti”. Nella perversione l’altro è semplicemente un supporto, uno strumento per far comprendere all’oggetto pulsionale il compito di superare la mancanza anziché causarla. “Ecco il passaggio dalla mancanza al vuoto illustrato dal discorso del capitalista: l’oggetto a, invece di essere la causa di una mancanza che apre l’esperienza del desiderio, diventa un vuoto da riempire per chiudere ogni eventuale apertura sull’alterità dell’Altro” [p. 144]. Diventare lettore del trauma implica la possibilità di rettifica dell’Altro per conquistare un sentimento della vita, uscendo da una posizione solo immaginaria. Per queste vie Terminio individua, nella seconda parte del suo libro, le strategie e le possibilità terapeutiche.
Lo stile narrativo è caratterizzato, oltre che dalla precisione, da un notevole pathos che coinvolge e riesce a connettere le problematiche psicopatologiche analizzate al tempo in cui viviamo, riconoscendo così nello sciame borderline, non solo l’acuzie dei diagnosticati o diagnosticabili, ma un indicatore della crisi del legame sociale, dell’indifferenza e dell’alienazione del nostro tempo.
Se la precarizzazione delle identità e le derive fondamentaliste e populiste producono esposizioni all’indifferenza, alla dispersione, alla frammentazione, le importanti indicazioni analitiche e metodologiche di Terminio assumono una rilevanza connessa anche politicamente all’epoca che viviamo.
Questo contributo di Nicolò Terminio è stato in grado, studiandolo, di suscitarmi entusiasmo, per molte ragioni, e mi piace non astenermi dal dichiararlo, pur non conoscendo personalmente l’autore. In particolare voglio sottolinearne due, di ragioni: lo sviluppo della ricerca nel pensiero e nella pratica clinica, che mostrano la vitalità della psicoanalisi e della psicoterapia; la necessità e l’utilità della clinica psicoanalitica e psicoterapeutica oggi; una necessità politica e civile, nel momento in cui l’indifferenza e la crisi di legame sociale investono drammaticamente le nostre vite.