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Memoria

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Trent'anni dopo: 1988-2018 / Il pendolo di Foucault. La superstizione porta sfortuna

Difficile dire in poche parole quanto abbiano significato Umberto Eco e la sua produzione per la cultura italiana. Più facile è sottolineare l'impressionante magnitudo dell'intellettuale, che è stato anche scrittore dallo stile formidabile per intelligenza e gusto, dall'influenza capace di permeare l'immaginario di almeno una generazione. Per chi si avvicinava alla cultura negli anni Ottanta e Novanta la lettura dei suoi romanzi, forse più che dei suoi saggi, è stata una folgorazione letteraria, estetica e metodologica (senza dimenticare l'irresistibile bustina di Minerva per “l'Espresso, tenuta dal 1985 al 2016, capace di generare ogni volta cortocircuiti tra passato e presente). Eco ha praticato un uso ironico del passato che ne racconta le vicende e ne espone le interpretazioni, facendone esplodere le contraddizioni. Laddove molti si portano addosso la cultura come vestiti rigidi e sbagliati, lui se ne è vestito con grande disinvoltura, naturalezza disarmante e semplicità dissacrante. Sono almeno due gli assi della sua operazione culturale di capitale importanza per la contemporaneità: il primo riguarda l'analisi dei contenuti, delle illusioni e degli effetti di verità che...

Le Alpi nel mondo antico. Da Ötzi al Medioevo

In un recente articolo intitolato How to change the course of human history (at least, the part that's already happened)*, l’antropologo David Graeber e l’archeologo David Wengraw prendono di mira, sforzandosi di decostruirla, l’interpretazione standard – identificata in alcuni lavori di Francis Fukuyama, Jared Diamond e altri – dei nostri ultimi 40.000 anni; la prospettiva minima, diceva il poeta Gary Snyder, per provare a capire qualcosa di ciò che siamo e di come si sia costruita la nostra esperienza del mondo. Il punto, sostengono, è che il modo con cui di solito si racconta lo svolgimento della storia umana – riassumibile in una sequenza limitata di fasi: un presunto stato di natura dei piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori, mobili e egalitari; una “rivoluzione” agricola che lo sostituirebbe; l’emergenza di un potere centralizzato nella formazione delle città... – è sbagliato non tanto e non solo per una mancanza di informazioni (in particolare per il periodo precedente al Paleolitico superiore), quanto per la difficoltà di assumere, nella formulazione di quelle che restano comunque ipotesi, le informazioni già esistenti per quanto ovviamente frammentarie, disperse e “...

Spike Lee, "BlacKkKlansman" / L’uomo nero del Ku Klux Klan

BlacKkKlansman è un’invettiva, un pamphlet per immagini, “scritto” da un uomo di cinema, Spike Lee, che sa come si racconta una storia. E che qui lo fa molto bene, padroneggiando registri diversi, mescolati e fatti interagire tra loro. La porzione narrativa, che occupa la gran parte del film, è basata sulla storia vera dell’unico poliziotto afroamericano di Colorado Springs, Ron Stallworth, che negli anni Settanta si infiltra nel Ku Klux Klan con la complicità di un collega bianco. Ma la vicenda, pur non essendo letteralmente attualizzata, è piena di echi e riferimenti a una Storia che è cominciata prima di allora e che continua.  Il film è aperto da due spezzoni di finzione presentati come documenti: alcune immagini da Via col vento, con una bandiera confederata che sventola su una distesa di feriti della Guerra civile, e lo sproloquio razzista di un fittizio dottor Kennebrew Beauregard (Alec Baldwin), ripreso mentre su di lui passano immagini da Nascita di una nazione, il film di David W. Griffith del 1915. Il racconto è come incorniciato: queste prime sequenze dicono quali ne saranno il filo e il senso; le ultime, propriamente documentaristiche, lo chiuderanno confermando...

Frammenti di vite / Biografie politiche al Fit di Lugano

Nutrirsi di esistenze altrui. Andare alla ricerca di vite in cui rispecchiarsi e riconoscersi. Dalla letteratura contemporanea alla serie tv, dal cinema al teatro: proliferano biografie, storie vere, testimonianze in prima persona. È ‘reale’ quello che mi stanno raccontando? Quanto viene concesso all’invenzione? Leggiamo interviste, cerchiamo tracce, proviamo ad approfondire. Vogliamo le prove, non importa quanto siamo colti e consapevoli che l’arte è sempre e comunque rielaborazione.  Il genere letterario della non-fiction – che da Emmanuel Carrère a Annie Ernaux sancisce clamorosi successi editoriali – prolifera anche sulla scena contemporanea. Di questa tendenza dà conto il Fit Festival di Lugano (giunto ormai alla ventisettesima edizione) che tenta una ricognizione sul tema, e indaga le sue risonanze politiche. Tra gli italiani, non può mancare la compagnia Deflorian/Tagliarini che in questi anni si è distinta per la capacità di elaborare “partiture di realtà”: drammaturgie per frammenti che danno voce alla vita interiore degli attori sulla scena (su Doppiozero Massimo Marino racconta l’ultimo spettacolo).   Ma il festival svizzero rappresenta sempre una preziosa...

Un’odissea. Un padre, un figlio e un’epopea / Itaca è un linguaggio

«Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome». Così Luigi Pirandello in Uno nessuno e centomila tenta di descrivere la portata del linguaggio e il portato dei nomi. È un concetto inveterato: in ebraico “dabar” rimanda sia a “parola” che a “evento”. E se «Dio crea il mondo parlando», attraverso il “Fiat genesiaco” che rivela «la centralità della parola rispetto alla cosa», «i Greci partono dal mondo, che è lì, preesistente agli stessi dei!», come scrive il medico scrittore Paolo Fiore in Solo sabbia tranne il nome (Manni, 2017), romanzo-saggio dal sottotitolo “Apax legomena”, ricollegandosi dunque a quei termini che compaiono una sola e unica volta in un testo. Come accade proprio in Omero.  Tra parola e agnizione linguistica si muove la personale Odissea di Daniel Mendelsohn, docente di Letteratura al Bard College e autore di un libro in cui il celebre poema omerico assurge a viaggio per antonomasia e “apax” nel senso di unico e solo peregrinaggio di un padre ed un figlio attorno ai luoghi simbolo della saga. Lo scrittore americano ricorda che la parola greca usata per “tomba” è “sēma”, e nell’Odissea la pronuncia Elpenore nel chiedere a Odisseo di costruirne una. Ma...

Fame chef e umiltà / Ricette immateriali. Polenta di castagne

“Rossa” come la farina di cui è fatta, era polenta comune lungo e attraverso l’Appennino Tosco-Emiliano. Per un tempo lunghissimo, una presenza quasi obbligatoria su terre dove il grano è sempre stato carente. Ma più che una ricetta è stato innanzi tutto cibo essenziale, condiviso per generazioni e intere popolazioni, succedaneo del pane vero. Solo acqua, farina di castagne e sale, nient’altro. È stato del resto proprio il castagno “l’albero del pane”, l’antidoto della fame e della carestia, almeno dove il Mediterraneo mostrava un clima più rigido, il suolo avaro e già impervio. Polenta rossa anche per differenziarla da quella “gialla”, a base di farina di mais, altro succedano del pane, consumata al posto di quest’ultimo, e come tale accompagnata in piatti semplici con l’accostamento di pancetta, latte, ricotta, formaggi.   Una ricetta che non è importante certo per la gastronomia o la storia della cucina; siamo infatti nell’orizzonte alimentare fatto di sussistenza e sopravvivenza per un piatto che pur ha nella dolcezza una delle sue caratteristiche essenziali. Ma quello che questo piatto può raccontarci va oltre la tradizione di un luogo o di una comunità, va oltre la...

Racconti / Jeffrey Eugenides. Una cosa sull'amore

Vale la pena dirlo subito: Una cosa sull’amore, la prima raccolta di racconti di Jeffrey Eugenides (uscita in America nel 2017 e in Italia lo scorso agosto), non è un libro sull’amore. La formula proviene da una delle dieci storie che lo compongono (già pubblicata cinque anni fa nel “New Yorker”), Trova il cattivo, ‘Find the Bad Guy’: «Hanno scoperto una cosa sull’amore. Una cosa scientifica. Hanno fatto degli studi per capire che cosa tiene unite le coppie. Sapete che cos’è? Non è l’andare d’accordo. Non sono i soldi, i figli, o una visione condivisa della vita. È avere cura uno dell’altro.» (p. 160). È un passo importante, ma forse non così tanto da giustificare il titolo dell’edizione italiana; quello originale, ‘Fresh Complaint’ (Denuncia tempestiva, che è anche il titolo dell’ultimo racconto del libro) è più preciso e insieme più ambiguo, richiede e anzi provoca l’interpretazione, come vedremo. È possibile che Una cosa sull’amore, espressione più minimalista e ‘carveriana’ (penso a What We Talk About When We Talk About Love), sia parsa più adatta per una raccolta di short stories.      Ma se non d’amore, di cosa parla davvero il libro? Parla di generazioni;...

9 ottobre 1978 - 9 ottobre 2018 / Jacques Brel: il talento del sognatore

Jacques Brel amava ripetere che l’essere umano necessita di un solo talento: avere dei sogni. Il resto, diceva, non è che sudore e disciplina. Con il candore dei visionari, esortava tutti a “sognare un sogno impossibile”, rêver un impossibile rêve, dando voce e corpo alla dismisura dell’animo umano (succedeva nella commedia musicale L’homme de la Mancha, portata in scena nel 1968, dove Brel interpretava Don Chisciotte). Quanto più impossibile quel sogno, sosteneva, tanto più la nostra vita sarà stata degna d’essere vissuta.   Il destino di Jacques Brel, senza quel suo sogno smisurato (in principio, conquistare Parigi con le sue canzoni; più avanti, dedicarsi al cinema, al teatro, diventare pilota d’aereo, solcare i mari del sud), sarebbe stato con ogni probabilità quello di fare di conto nel cartonificio del padre. La grisaille. La grigia e rispettabile vita del borghese (“Les bourgeois”, non dimentichiamo, “c’est comme les cochons: plus ça devient vieux, plus ça devient bête”; i borghesi sono come i maiali: più invecchiano e più istupidiscono). Proprio come Georges Brassens e Leo Ferré, anche Brel arrivava dalla provincia. Brassens sbarcò a Parigi da Sète, nel sud del paese...

Un verso, la poesia su doppiozero / Torquato Tasso. O belle a gli occhi miei tende latine!

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   Torquato Tasso. O belle a gli occhi miei tende latine! Il verso appartiene al VI canto della Gerusalemme liberata, ed è l’esclamazione di Erminia giunta in vista dell’accampamento cristiano, dove sorge la tenda di Tancredi ferito. Il verso sopravviene a una descrizione della notte, le...

Fratello e sorella / André e Simone Weil: l’arte della matematica

«Il genio era bicefalo – scrive Sylvie Weil, figlia di André e nipote di Simone, in un suo intenso libro di memorie, sospeso tra rievocazione famigliare e percorso di ricerca interiore (Chez les Weil. André et Simone, Buchet/Chastel, Paris 2009; trad. it. Casa Weil. André e Simone, Lantana, Roma 2013)  –. Mio padre aveva un doppio, un doppio femminile, un doppio fantasma. Sì, perché mia zia, oltre a essere una santa, era un doppio di mio padre, cui assomigliava come una gemella. Doppio onnipresente, come può esserlo solo un fantasma che non ha più altro da fare. Che non è più militante, non insegna più, non parte più per fare la guerra in Spagna, non ha più stupefacenti incontri con Cristo, e ciò nonostante continua, senza tregua, a fare tutto questo, ancora meglio dei vivi. Un doppio per me terrificante, perché le assomigliavo tanto. Assomigliavo al doppio di mio padre».    Una fotografia li ritrae insieme, André e Simone, nel 1922, durante le vacanze estive a Knokke-Le Zoute. Entrambi sono seduti dietro un tavolo – quasi un banco di scuola – e strizzano gli occhi, forse a causa del sole, forse perché entrambi sono fortemente miopi. André, che all’epoca ha sedici...

7 novembre 1922-17 settembre 2018 / Annette Michelson, o dell’Esigenza

“Mi dispiace, ma non posso aprire quegli scatoloni. Sa, quelli del Getty sono già passati...”. Nella primavera del 2014 rendo visita ad Annette Michelson nel suo appartamento a Midtown. Troppo tardi: i documenti che cerco (le bozze di una conferenza pronunciata a Parigi nel 1976), sempre che esistano, non mi sono accessibili. Il Getty Research Institute vi sta mettando mano per portarli dalla parte opposta degli Stati Uniti, a Los Angeles.   “Il Getty vuole anche comprare tutta la mia biblioteca di studi sul cinema, ma a me serve ancora per lavorare!”. Annette Michelson (scomparsa a New York lo scorso 17 settembre) aveva già superato i novant'anni e, sconcertata, mi parlava del trasloco che l'avrebbe impegnata a breve e che le avrebbe permesso di portare con sé, nel nuovo appartamento, solo 4000 libri (a un primo calcolo – se ricordo bene – doveva quindi sbarazzarsi di circa 8000 volumi). Questa frenesia dell’accumulo non dovrebbe stupire: del resto, una delle immagini più curiose della sua personalissima iconografia era la foto di una biblioteca.    Ph. Babette Mangolte. Nel 1976 la fotografa e cineasta Babette Mangolte scatta questo incisivo ritratto indiretto...

Un libro postumo / Alessandro Leogrande: dalle macerie

Chiuse le pagine del libro, Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale, la scomparsa del suo autore Alessandro Leogrande, morto a soli 40 anni, ci appare ancora più dolorosa e il vuoto intellettuale che ha lasciato ancora più incolmabile. Si tratta di un’opera postuma, con la prefazione di Goffredo Fofi e la cura di Salvatore Romeo, che ha raccolto parti di un libro di qualche anno fa, articoli scritti per vari quotidiani, principalmente il “Corriere del Mezzogiorno”, e per vari periodici, saggi usciti sulla rivista “Lo straniero” di cui Leogrande è stato vicedirettore, interventi a convegni e altri pezzi sparsi. Tutti sono unificati dall’oggetto, Taranto, nei suoi molti aspetti e contraddizioni, caso nazionale, metafora di uno sviluppo malato del Paese, di vari fallimenti della questione meridionale e della politica in generale. Leogrande amava la sua città tanto da scrutarla con gli strumenti dell’inchiesta e della riflessione sociale e politica in ogni suo aspetto, appariscente e nascosto.   Lo snodo della sua indagine sono gli anni novanta, che decretano il fallimento dell’industria di stato e la privatizzazione dell’Ilva, rivelano una grave crisi occupazionale,...

Romanzi, teatro e canzonette / Umberto Simonetta: un paroliere di lusso

Parlando con un amico, faccio il nome di Umberto Simonetta. Dallo sguardo, capisco che non gli dice molto. “Sai chi è, no? Lo scrittore, quello di Tirar mattina, Lo sbarbato, Il giovane normale…”. Niente. “Ma la ballata del Cerutti Gino la conoscerai…” “Eh! Certo! Giorgio Gaber!” “La musica è di Gaber, ma le parole sono di Simonetta. Come anche quelle di Una fetta di limone, Trani a gogò, Porta romana, Le nostre serate, Il Riccardo…”. Le accenno una dopo l’altra. “Belle! Pensavo fossero di Gaber…” “Te l’ho detto: musica di Gaber, testo di Simonetta” “Ah però, bravissimo! Mica male!”.  Oltre che scrittore e autore teatrale di successo, Umberto Simonetta (Milano, 1926-1998) è stato un paroliere tra i più originali e innovativi dell’epoca in cui nasceva in Italia quella che si sarebbe poi chiamata canzone “d’autore”.    Tra gli anni ’50 e i ’60 del secolo scorso diversi poeti e scrittori, da Calvino a Fortini a Pasolini e altri, si misuravano con la canzone (allora canzonetta). L’intento era quello di dar vita a un prodotto popolare “di qualità”, da contrapporre ai prodotti di consumo (o “di evasione”, come si diceva in quegli anni). Nel caso di Calvino e Fortini, la...

La giovane Africa e il vecchio continente / Fuga in Europa

“A sud del Sahara quattro abitanti su dieci non erano ancora nati il giorno del crollo dei grattacieli del World Trade Center”. Basterebbe questa frase del libro di Stephen Smith per comprendere la grandezza delle cifre e dei dati demografici che stanno alla base dei fenomeni migratori attuali. La demografia non è una variabile facilmente controllabile e spesso produce effetti superiori a quelli di molte scelte politiche. La demografia ha spesso dettato i ritmi della storia e, ci spiega Smith, lo farà anche nei prossimi vicini anni. Un dato questo che rende ancora più vaghi e vani i proclami di certi leader che promettono muri e blocchi.   In un’epoca in cui le migrazioni sembrano divenute l’unico problema che assilla il genere umano, e ne assilla la parte più sedentaria, in cui le parole si sprecano in una cacofonia di opinioni spacciate per verità, leggere un libro come Fuga in Europa, è una sorta di terapia, magari non indolore, ma che serve davvero a comprendere cosa accade sotto i nostri cieli. Giornalista di Libération, Smith compie una dettagliata analisi dei movimenti tra quella che lui chiama l’isola-continente di Peter Pan e l’Europa, basandosi essenzialmente sui...

Ritorno al futuro / Thomas Bernhard: il suicidio del pensiero

Oggi il secondo testo del nostro speciale Ritorno al futuro. L'idea è quella di rileggere libri del passato che offrano una prospettiva capace di illuminare il momento che viviamo oggi. Libri di storia, di antropologia, arte, filosofia, così come romanzi e testi poetici per leggere le nuove forme di autoritarismo del nostro tempo. Per leggere gli altri contributi cliccare sul nome dello speciale a sinistra sopra il titolo in questa stessa pagina.   Un clamore insopportabile di folle plaudenti. Il professor Josef Schuster, matematico e filosofo, si è ucciso. Buttandosi dalla finestra della sua casa che affaccia sulla Heldenplatz, Piazza deli Eroi, a Vienna. Il professor Schuster si è ucciso perché ebreo.  Siamo nel 1988, ma ogni volta che le cameriere aprono le finestre che danno sulla piazza, di fronte al Burgtheater, la moglie, Frau Schuster, sente le grida scomposte e acclamanti dell’adunata oceanica di austriaci che proprio in quel luogo aveva salutato nel 1938 il discorso del Füher proclamante l’Anschluss, l’annessione del paese alla Germania nazista, e soffre dentro di sé la marea montante dell’antisemitismo rinascente, dell’odio. Tant’è vero che per questa sindrome...

Il giardino di Giverny / A casa di Monet

Domenica mattina a Parigi le strade sono deserte nei dintorni della stazione Saint-Lazare. Ad attenderci dentro c’è Monet, che la stazione l’ha dipinta nel 1877 in quattro celebri quadri. Impossibile non pensare subito agli effetti di colore che la sua pittura ha colto quando entriamo. Dalla copertura sopra i binari la luce trapassa con dolcezza andando a toccare la solidità un po’ brutale delle travi in ferro e dei bulloni che la tengono su. Monet è già qui con noi, lui che, facendo della tecnica – non dei passanti o dei viaggiatori – il vero e unico soggetto del quadro, ne ha colto le sembianze più profonde e più dense unicamente in forza della sua visione.      Ed eccola qua la domanda che questa volta non smetterà di imporsi durante tutto il viaggio e durante la visita: la pittura è la riproduzione della realtà, come abitualmente si crede, o non è forse vero che è quella che noi chiamiamo realtà a dipendere dalla pittura e, più ampiamente, dall’arte e dalle forme della sua riproducibilità? Esiste oggi per noi la stazione di Parigi Saint-Lazare senza passare da Monet? Queste domande pongono in dubbio uno dei capisaldi del nostro modo di guardare il mondo: la...

Rosetta Loy, Paolo Gervasi / Cesare Garboli: conoscere e agire

I due libri usciti quest’anno su Garboli, Cesare di Rosetta Loy (Einaudi) e Vita contro letteratura di Paolo Gervasi (Sossella), formano in certo senso due figure molto garboliane, cioè “speculari”. Il primo è firmato da una scrittrice che gli è stata compagna; il secondo da uno studioso troppo giovane per averlo conosciuto di persona. Eppure nella Loy i ricordi autobiografici fanno appena da esile cornice alle lunghe citazioni del protagonista, mentre Gervasi – per ragioni teoriche – ne riconduce di continuo la vicenda intellettuale alla presenza fisica. Ma tra le affermazioni che la scrittrice lascia cadere sullo sfumato del suo rapporto con “Cesare”, ce n’è una che mi sembra importante per capire l’uomo umorale, disinvolto fino all’apparente noncuranza e ossessivo fino all’idealizzazione persecutoria di sé stesso, di cui prova a offrirci un ritratto. Parla, la Loy, di “una sorta di schizofrenia” garboliana: termine già usato in un’intervista a Repubblica, dalla quale emergeva un Garboli capace di mandare all’aria una vacanza se scopriva un errore in un suo articolo, e soggetto a scatti di furore manesco degni di una commedia con Sordi e la Vitti. “Penso che fosse un po’...

A vent'anni dalla sua morte / Le “lezioni americane” di Bruno Munari

Essendo uno degli atenei più importanti al mondo, l’Università di Harvard è stato uno dei crocevia privilegiati per intellettuali e artisti italiani in visita negli Stati Uniti. Particolare risonanza pubblica hanno avuto nel nostro paese le Charles Eliot Norton Lectures, un programma di Visiting Professorship istituito nel 1925 attraverso cui quale scrittori, artisti, intellettuali di fama mondiale vengono invitati a trascorrere un anno accademico nell’università del Massachusetts. Famose e celebrate saranno le Lezioni Americane che Italo Calvino avrebbe dovuto tenere a Harvard nell’autunno del 1985, ma mai portate a termine a causa della sua morte improvvisa avvenuta nell’estate dello stesso anno. Il libro pubblicato postumo diventerà una sorta di testamento letterario e critico che ha accompagnato l’esegesi calviniana nei decenni a venire. Quelle sei lezioni, quelle Six Memos for the Next Millenium nell’originale inglese, saranno poi ricordate da Umberto Eco nel 1992, quando sarà invitato a sua volta (secondo italiano dopo Calvino, e prima di Luciano Berio), a tenere un ciclo di lezioni che saranno raccolte nel libro Sei passeggiate nei boschi narrativi (1994).    Non...

Jane Eyre / L’albero delle castagne, amare

Sacramentano i milanesi, perché gli gibollano le carrozzerie: in questi giorni di primo autunno i frutti dell’ippocastano (Aesculus hippocastanum) vengon giù con botti fragorosi. Ma io sto dalla sua parte: girino alla larga e non lo molestino posteggiandogli sui piedi. È un tipo solido, forte di tronco, alto di palco, infonde sicurezza da ogni ramo, vigore da ogni gemma, grossa e protetta da perule vischiose. A maggio, pure le pannocchie florali, erette, impettite all’apice delle fronde, danno un’idea della personalità e del carattere di questo individuo arboreo arrivato a Vienna dall’Europa Orientale nel XVI secolo.     È poi a Parigi nel 1615, per merito di Bachelier, e nel 1633 in Inghilterra, dov’è tenuto in gran conto per le sue qualità paesaggistiche. In Italia lo introduce il medico e botanico Mattioli nel 1557, ma da noi mostra difficoltà a naturalizzarsi (non ci sono boschi di ippocastani) e si deve accontentare dei viali e dei parchi cittadini del centro-nord. Non proprio la situazione ideale per uno che ha bisogno di spazio per mostrare al meglio il suo portamento fiero e distendere la densa chioma piramidale. Così in città, quando non è attaccato dalla...

Marco Cavallo / Quando la follia e il teatro divennero una cosa seria

Il teatro sembra essere il luogo in assoluto più attraversato dalla follia, e le istituzioni della psichiatria le più abitate dal teatro. La follia con il teatro diventa estensione e metafora dell’indecifrabile, dell’indicibile, dell’ambiguità della vita, dei sentimenti, delle emozioni, delle passioni; quasi che solo le parole della follia (e del folle) possano dire ogni cosa. Il manicomio dalla sua origine ospita il teatro della follia, della follia che diventa malattia. Il teatro dove si mette in scena sempre la stessa rappresentazione. Tutti costretti a recitare la stessa parte. Dalle origini il teatro si è appropriato della follia per tessere il suo infinito discorso sull’esistenza. La psichiatria all’inizio del XIX secolo tra le rassicuranti mura del nascente manicomio “costruisce” la malattia mentale, spoglia e svuota la follia di vitalità, di corporeità, di storicità. Di senso, in una parola. Tutto nel manicomio diventa finzione. Entrare nel gioco del teatro e della follia (e poi della psichiatria, della malattia mentale, delle istituzioni) e percorrerlo e raccontarlo non è affatto semplice.  Per cominciare non posso che collocarmi nell’ospedale psichiatrico di San...

Umbria Green Festival / Esercizi di lettura terrestre

«Esercizi di lettura terrestre»: così chiama questi suoi Matteo Meschiari, détournando uno dei titoli più celebri – forse in assoluto il più decisivo, anzi – della critica letteraria del Novecento italiano. Sto parlando ovviamente degli Esercizî di lettura di Gianfranco Contini (ossia quello che era stato, per il maestro di Meschiari Ezio Raimondi, forse il maestro-chiave). Proprio in questo libro del 1939 – proveniente dunque da quella che ci appare, è il caso di dire, un’altra era geologica – si trova un passo citatissimo, a proposito delle poesie di Michelangelo, che malgrado petulanti mode avverse continua ancora oggi ad apparirmi la bussola più attendibile: «lo stile mi sembra essere, senz’altro, il modo che un autore ha di conoscere le cose. Ogni problema poetico è un problema di conoscenza. Ogni posizione stilistica, o addirittura direi grammaticale, è una posizione gnoseologica». Parafrasando Contini, dunque, la lettura terrestre di Meschiari altro non sarà che un modo di conoscere il mondo attraverso quei «documenti spontanei» che sono, per lui, i testi letterari: i quali «registrano, nella storia individuale e collettiva» i «fare spazio» dell’uomo, «cioè modi, strategie...

“Il flauto magico” a Bruxelles / Romeo Castellucci: toccare la luce

Non ci volle molto, dopo la sua prima rappresentazione a Vienna nel 1791, perché Il flauto magico divenisse una delle opere più celebri e rappresentate in tutta la tradizione operistica europea, fama che giustamente è continuata ininterrotta fino ai giorni nostri. Tra i suoi estimatori ci fu niente meno che il giovane Hegel, e una traccia di questo suo apprezzamento la si trova ancora nelle più tarde lezioni di Estetica dove viene lodata non solo la straordinaria parte orchestrale mozartiana ma anche il libretto di Schikaneder, che sarebbe da annoverare fra i più notevoli libretti d’opera fino ad allora mai realizzati: “il regno della notte, la regina, il regno del sole, i misteri, le iniziazioni, la saggezza, l’amore, le prove e, insieme a ciò, una moralità media che è eccellente nella sua generalità, tutto questo, insieme alla profondità, alla grazia incantevole e all’anima della musica, allarga e riempie la fantasia, riscalda il cuore”. Mozart e Schikaneder riuscirono in effetti a costruire con Il flauto magico un vero e proprio mito fondativo del progetto illuministico, inedito per l’epoca: la lotta della luce della ragione contro le tenebre della superstizione; la sconfitta...

Il fascino delle cospirazioni / Fake Events

«Come il “mondo vero” finì per diventare favola»  F. Nietzsche, Crepuscolo degli idoli   Nell’aprile del 1953 il cadavere di una romana di 21 anni, Wilma Montesi, fu trovato sulla spiaggia di Torvaianica, vicino a Ostia. Wilma era di modeste condizioni economiche, in procinto di sposarsi con un agente di polizia, e all’autopsia risultò vergine. La polizia concluse a una morte accidentale per annegamento. Ben presto però giornalisti di varie testate cominciarono a tessere una serie di insinuazioni e ipotesi, per cui l’inchiesta fu riaperta. Si accusò la polizia di aver voluto coprire la responsabilità di alcune persone altolocate con una villa a Capocotta (parte di Torvaianica), in particolare del musicista Piero Piccioni. Si mormorava, non solo attraverso i media, di festini e orge nelle quali Wilma sarebbe stata coinvolta (ma non era vergine?).    Si dà il caso che Piccioni fosse figlio dell’allora vicepresidente del Consiglio Attilio Piccioni, molto vicino ad Alcide De Gasperi, primo ministro. Ribaltando la dannazione biblica – in questo caso, i peccati dei figli ricadono sui padri – Piccioni padre dovette dimettersi e vide finita la propria carriera politica...

Domani a “Le vie del cinema”, Milano / Che fare quando il mondo è in fiamme

“What You Gonna Do When the World’s on Fire?”, verso iniziale di un negro spiritual ripreso più tardi dal cantante e chitarrista nero Lead Belly (1906-1949), è il titolo del nuovo film di Roberto Minervini. Virato in urgente e imperativa domanda politica attuale, “Che fare quando il mondo è in fiamme?”, quel verso introduce limpidamente il film che il regista e la sua troupe hanno costruito mescolandosi alla gente di Tremé, uno dei quartieri più antichi di New Orleans, il primo nella storia della città ad accogliere le gens de couleur libres, le persone di colore non più schiave.  Tremé, che in base al censimento del 2000 contava 8.853 persone, 3.429 case e 2.064 famiglie (4.918 persone per km²), dopo il passaggio dell’uragano Katrina nell’agosto del 2005 annovera oggi, secondo il censimento del 2010, 4.155 persone, 1.913 case e 827 famiglie. Dimezzato da una catastrofe ‘naturale’, attualmente è in via di gentrificazione, un disastro che di naturale non ha nulla.   Minervini, che nel corso degli anni ha scelto con coerenza di raccontare l’America profonda, mette questa volta al centro della sua narrazione questa specifica ‘zona di esenzione’, una delle tante dove i...