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Memoria

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Claudio Magris e i colori / Le toppe di Arlecchino

I colori sono proprietà delle cose oppure appartengono irrimediabilmente al privato incomunicabile della sensazione? che colore ha, nel buio della notte, il calzino deposto nel cassetto? siamo sicuri che quando diciamo “questo è rosso” intendiamo lo stesso colore che vede il nostro interlocutore? non vede verde quello che io chiamo rosso? insomma: i colori sono soggettivi o oggettivi? Esistono i colori? è proprio il sottotitolo del libro Le toppe di Arlecchino di Claudio Magris. Pubblicato dalla Nave di Teseo in questi giorni, l’agile libretto ripropone, consegnandola così a una memoria più stabile, la Lectio magistralis tenuta alla Milanesiana, già apparsa in “La lettura” del 19 luglio 2020.     Magris prende avvio dal linguaggio, dall’impossibilità di dire tutte le sfumature dei colori e, nello stesso tempo, dalla capacità della lingua di indicarne migliaia attraverso l’uso di nomi e metafore, giri di parole e immagini inconsuete, come ha fatto l’artista sudtirolese Oswald Egger in Triumph der Farben e – possiamo aggiungere – Lino di Lallo nei tre volumi della sua Tavolozza d’autore (qui la recensione su doppiozero). Prima però di proseguire nelle suggestioni colorate...

A trent'anni dalla morte / Pier Vittorio Tondelli: lo scrittore e l’icona

A febbraio del 2015 mi trovavo a Correggio per effettuare le prime ricerche nell’archivio di Pier Vittorio Tondelli. Alloggiavo, come da tradizione, nelle camere dell’ostello ricavato da un ex carcere cinquecentesco, proprio accanto al Teatro Asioli e al Palazzo dei Principi. La mia vita da ricercatrice per molti inverni si è svolta nei pochi metri di una sola strada; da quell’alloggio tetro ma economico alla Biblioteca Einaudi, sede del Centro Studi Tondelli, le giornate si ripetevano uguali e lunghissime, con fugaci momenti di scambio con gli avventori del Bar del Teatro, dove mi fermavo per il pranzo. Non conoscevo nessuno eppure tutti sapevano chi fossi, in un modo che è proprio solo dei piccoli centri di provincia. Mi guardavano con sospetto, e quegli sguardi me li sentivo addosso: io ero l’elemento esterno che non sapevano ancora da che parte collocare.    Un giorno si è avvicinato un uomo sulla quarantina, presentandosi come uno degli studenti che Tondelli aveva avuto nella sua classe da catechista, a metà degli anni Settanta. Mi ha detto che gli avevano parlato delle mie ricerche e – sottovoce, come se si trattasse di una losca trattativa – ha aggiunto che aveva...

Il tribunale della Verità / Il politicamente corretto: arma, utopia e terrore

Il “politicamente corretto” (PC) e la cancel culture che pare derivarne suscita nei suoi critici reazioni scomposte, al limite dell’isteria. Ciò si deve al fatto che il PC è un discorso che nasce già “isterizzato”. Riflettendo sullo statuto e sulle trasformazioni del sapere, Jacques Lacan aveva battezzato come “discorso dell’isterica” quel particolare tipo di discorso che “smaschera la funzione del padrone cui resta per altro solidale, mettendo in risalto quanto nell’Uno con la U maiuscola vi sia del padrone, a cui si sottrae in quanto oggetto del desiderio”. “Isterica” non ha qui nessun valore negativo. Non rimanda ad una visione becera del femminile. Tutt’altro. Indica una modalità della parola che manda in cortocircuito i discorsi “padronali”, maschili e fallocentrici, del sapere e dell’”Uni-versità” (del discorso rivolto all’ Uno, il quale ha sempre una connotazione di genere: è maschio, eterosessuale, bianco...).   Il PC si presenta insomma nell’arena della comunicazione con un tratto sovversivo e produce, come ogni rivoluzione, una reazione la cui scompostezza è segno della sua potenza. Il PC è infatti in prima istanza un’arma. È un’arma immateriale in mano alle...

11 dicembre 1991 - 11 dicembre 2021 / Tobino, l'ultimo romanzo

"Sono conosciuto per essere medico dei matti, stato a tu per tu con loro. Vissi in un manicomio quaranta anni, prima in una sola stanzetta; poi me ne concessero un'altra. Avevo scritto storie di mare: L'angelo del Liponard, Sulla spiaggia e di là dal molo; avevo steso vicende politiche: Bandiera nera, Il clandestino, ma la mia tinta fu quella: medico dei matti".   Difficile contestare che Le libere donne di Magliano (1953), appunto un capolavoro di letteratura manicomiale, non sia forse l'opera migliore di chi ha scritto con un po' di rammarico le righe precedenti. Si tratta di Mario Tobino, di cui riprenderemo alcuni suggerimenti del suo curriculum in chiave di narrativa resistenziale. Non tanto quindi Bandiera nera (1950), racconto ironico del suo triste apprendistato universitario negli anni del regime fascista, né Il deserto della Libia (1951) che ci riporta agli anni vissuti come medico militare durante la Seconda guerra mondiale; piuttosto Il clandestino (1962, premio Strega), con l'aggiunta di qualche poesia che rappresenta l'esordio dell'autore viareggino nelle lettere dal 1934 al '42, e soprattutto il tardo romanzo Tre amici da cui sono tratte le parole iniziali....

Luci sulla Togliatti / Al capolinea del realismo

C’è chi dice che in ogni autobus ci sia un microcosmo. In ogni persona, un mondo. Nelle biografie di ciascuno, anche “banali” e prosaiche, si riflettano traiettorie collettive, che la storia o finanche il mito, insomma, si trovino quasi più nelle pieghe del quotidiano che negli eventi esplosivi, nei fatti e negli “uomini eccezionali”. È, in fondo, la grande scommessa del realismo, non solo letterario. O meglio, di un certo “realismo osservazionale”, spesso condito da vaghezza flâneuristica, che cerca nella realtà più diretta il senso della propria narrazione, e talvolta anche un significato “morale” in ciò che si vede. Ma la realtà è qualcosa che sfugge a sé stessa, in diverse diramazioni. Come ricorda Walter Siti nel suo saggio sul realismo, “i dettagli conducono all’Assoluto, le trame conducono al Mito”.   Anche nei pressi del Teatro-Biblioteca Quarticciolo, che sorge nell’omonima borgata romana (una delle dodici borgate “storiche”, progettata da Roberto Nicolini e uno degli “epicentri” della resistenza contro il nazifascismo nonché luogo di ambientazione de Il gobbo di Carlo Lizzani in cui si narra appunto delle gesta del partigiano locale Giuseppe Albano), le strade...

Oggi la lettura al Circolo dei Lettori di Torino / La pesca del giorno

Isola di Lesbo, un misterioso viaggiatore incontra un pescatore scoprendo che sul suo bancone sono in vendita corpi umani. Il mercato è fiorente, ne nasce un dialogo scabroso e surreale. Il testo di Éric Fottorino, inedito in Italia, è parte di una pièce che verrà letta a Circolo dei lettori di Torino, venerdì 3 dicembre alle ore 21. Seguirà l’incontro dell’autore con Mario Calabresi e con Cesare Martinetti, autore della traduzione.   ***   È l’ultimo arrivo?   La pesca del mattino   Lontano?   Davanti a Lesbo. Proprio di fronte alle coste della Turchia. Bastava sporgersi per acchiapparli.   Cosa c’è?   Di tutto.   Di più?   Il migliore, di ogni provenienza. Venga con me, sotto la tenda. Vedrà ancora di meglio.   Cos’ha?   Maliani. Ben conservati. La pelle nera protegge la carne.    E là?   Guineani.   Non tanto in buon stato, no?   Troppo tempo a languire nei campi della Libia. Calci, frustate, bastonate, coltellate. Senza contare le false partenze e le false speranze. La tortura, talvolta. Le finte esecuzioni. E poi il viaggio, troppo lungo.   Come diventano?   Lo vede...

Ritratti d'artista ad alta voce / Matthias Grünewald (1470 ca.-1528)

Le case sbilenche, le strade anguste e gli stipiti inclinati delle porte di Colmar non hanno un aspetto pittoresco. Sono soltanto vecchi, immutati e obsoleti. A parte la piazza e la cattedrale, c’è un solo altro punto di riferimento: un alto camino che erutta fumo nero proprio dal cuore della città. È la caldaia del bagno pubblico. I bagni privati sono un lusso moderno. Sicché, a modo suo, Colmar prepara il visitatore alla pala d’altare di Grünewald. La città allude a un’epoca diversa, con diverse aspettative di vita. A meno che non colga questa allusione, il visitatore non andrà più in là del cliché che il genio mistico di Grünewald era senza tempo.   La pala d’altare, oggi ospitata nel museo cittadino, consiste di dieci distinti pannelli, i più memorabili dei quali sono la Crocifissione, la Resurrezione e la Tentazione di sant’Antonio. Alla Crocifissione, oggi una delle più famose che siano mai stati dipinte, viene sempre fatto riferimento quando si discute di espressionismo, crudeltà germanica ed estasi religiosa. A me pare che il suo vero significato sia molto più preciso. È uno dei pochi grandi dipinti sulla malattia, sull’infermità fisica.    Maria Paiato....

Fior da fiore di Angela Borghesi / La rivincita delle piante, o il loro ultimo grido

Mi sono sempre chiesto, leggendo e rileggendo i romanzi di Francesco Biamonti, quale fosse la sua relazione con le mimose. Ricordo ancora la mia sorpresa quando per la prima volta ebbi in mano un suo libro – credo fosse Vento largo e fu un regalo, ai tempi dell'università, di un amico di Ventimiglia – nel trovarci dei fiori nel profilo biografico in quarta di copertina. Francesco Biamonti vive e coltiva mimose a San Biagio della Cima, c'era scritto all'incirca, ma vado a memoria. Dopo lessi L'angelo di Avrigue e Attesa sul mare, tutti in ritardo sull'uscita, e presi in tempo reale, per così dire, soltanto Le parole e la notte, nel 1994. Avevo 19 anni, e da allora Biamonti si è sempre messo di traverso prima di ogni mia pagina scritta: per passare, per scrivere oltre, dovevo e devo confrontarmi con lui. Ogni volta che ho preso un suo libro, ad ogni modo, sono andato a verificare che le mimose ci fossero ancora, e c'erano sempre. Mi dispiace un po' che proprio adesso che è morto da un pezzo – sono quasi vent'anni – i fiori siano scomparsi dal suo ritratto ufficiale, chissà che l'Einaudi non possa farci un pensiero per il ventennale e rimetterli dentro.   Giovanna Dur', Bombù...

Mercanti di verità

Leggere Jill Abramson è come attraversare gli ultimi vent’anni della nostra vita, almeno nel rapporto con i giornali, o meglio, con l’informazione. E c’è una data precisa che come l’anno zero segna non simbolicamente il cambiamento di fase: l’11 settembre 2001. “I giornali distribuiti quel martedì mattina – scrive Abramson – diventarono obsoleti non appena si schiantò il primo aereo e l’intera popolazione degli Stati Uniti si trovò a dipendere dalle trasmissioni televisive e dalle notizie online”. Ognuno ha il suo ricordo, di quei momenti. Io ero alla Fnac di place d’Italie a Parigi, stavo comprando un televisore per l’ufficio di corrispondenza di La Stampa. Ero di fronte a un’intera parete di schermi accesi, ognuno collegato con una diversa emittente dal mondo. E su quella parete, nel giro di pochi minuti, attraversata da un unico impulso, proveniente da un unico punto del pianeta, come in un domino elettronico, gli schermi si sono messi a lampeggiare a catena riproducendo infinite volte lo schianto sulle Twin Towers.   L’istinto mi diceva di correre al giornale e far la mia parte nel racconto di quella giornata. Ma di fronte a quelle immagini, alla storia, alla vita,...

Un libro di fotografie di Ramak Fazel / Silicon Valley – No _ Code Life

Cos’è la Silicon Valley? Dove si trova, come vivono, chi sono davvero gli abitanti di una zona fantasma, difficilmente circoscrivibile sulle mappe? Ramak Fazel ha cercato di mostrarlo, in un lavoro crudamente documentativo sviluppato tra il 2019 e il 2020 (proprio poco prima che esplodesse l’allarme pandemia) nell’arco di sei settimane, nel libro Silicon Valley – No_Code Life.  “Loro sanno tutto di noi, ma noi cosa sappiamo sulla vita nella Silicon Valley?”, è stata la domanda scatenante durante una cena avvenuta nel 2016 in un ristorante in Piazza Duomo a Milano tra quelli che sarebbero diventati i fondatori del progetto “Tod’s No_Code”, inaugurato nel 2019, che vuole appunto sistematizzare varie discipline, integrando le nuove tecnologie con l’artigianato italiano, per portare a galla i temi salienti della nostra contemporaneità. Per questo motivo hanno subito coinvolto Ramak Fazel, nato nel 1965, ingegnere meccanico e fotografo cresciuto tra Teheran, Utah e Indiana.    Fazel, come si legge nella breve nota biografica dedicatagli all’inizio dell’elegante e voluminoso libro edito da Rizzoli New York e in Italia da Mondadori Electa, “lavora dentro, intorno e...

L’ambiguità del campione / Roger Federer è esistito davvero?

Nei miei anni del liceo c’era qualcosa di fondamentalmente immutabile, al di là della mia strabiliante mediocrità come studente: il giorno precedente all’inizio dell’anno scolastico coincideva invariabilmente con la finale del singolare maschile dell’Open degli Stati Uniti. Si trattava di una situazione piuttosto frustrante, perché la combinazione tra l’orario d’inizio della partita – non prima delle 22 italiane – e la sveglia del giorno successivo – le 6.50 del mattino – impediva di godersi pienamente lo spettacolo promesso. In realtà, il problema finì per non porsi mai. Più che scontri, quelle partite si rivelarono brutali, impietose dimostrazioni di onnipotenza tennistica. Roger Federer poteva permettersi di perdere un set di tanto in tanto (tra 2004 e 2008 ne concesse uno ad Agassi nel 2005 e uno a Roddick nel 2006), ma non traspariva mai la benché minima sensazione che quegli incontri potessero prendere una direzione differente. In quegli anni, la presenza di Federer nelle nostre vite era totale, perfino ingombrante. Mi sorprendevo ogni giorno della sua capacità di essere amato senza riserve, ovunque e comunque; in un mondo dove le grandi figure centrali dello sport...

Una nuova lettura dell'opera di Collodi / Pinocchio: cross di Manganelli e gol di Agamben

“Pinocchio per me ha tanti significati, non soltanto quello contestuale della storia del famoso burattino, ma anche quello un pochino più magico del primo oggetto che ha a che fare con la possibilità letteraria, con la suggestione di una voce scritta che ti racconta una storia”. (Federico Fellini)   Che «sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali» è ciò che Geppetto desidera fin dall’inizio dal suo burattino, prima ancora di avere il pezzo di legno con cui fabbricarlo: perché possa dargli da vivere – da vero e proprio sfruttatore. A farlo, però, Pinocchio imparerà solo molto più tardi, nel paese dei balocchi, dove incontra, appunto, «chi ballava, chi cantava, chi faceva i salti mortali»; e a metterlo in pratica soltanto dopo la trasformazione in ciuchino, costretto a «saltare e ballare insieme con le altre bestie della compagnia». Che Pinocchio realizzi il sogno di Geppetto solo quando sconfina nella colpa e nella punizione non sarà sorprendente se si accettano i suggerimenti di Giorgio Agamben: che Geppetto sia un Padre castrante e che la punizione sia connaturata alla Legge anziché alla deviazione (maiuscole ineliminabili). Sì, perché...

Da dove veniamo? / I’m Neanderthal man

Nei pressi di Düsseldorf c’è una valle, thal in tedesco, che deve il suo nome a un certo Johachim Neumann – uomo nuovo, cognome fatidico! – un musicista seicentesco che, seguendo la moda dell’epoca, aveva scelto di grecizzare il proprio nome in Neander. In quella valle nel 1856 ebbe luogo il primo ritrovamento di un fossile umano sconosciuto al quale fu dato il nome di Homo neanderthalensis, uomo di Neanderthal. Le ipotesi su chi potesse essere furono le più varie e fantasiose: un uomo deforme, un cosacco congelato o un nostro predecessore nella scala (che non è una scala ma un complesso e vigoroso cespuglio, la fronda di un gigantesco albero) dell’evoluzione, forse addirittura l’anello mancante (che oggi sappiamo non esistere) tra l’uomo e la scimmia. Certo è che quell’uomo ha abitato il nostro immaginario, prima come una sorta di bruto primitivo e scimmiesco, poi come una specie di buon selvaggio rimasto vittima del feroce e astuto Homo sapiens. Alla fine degli anni Sessanta è diventato quasi un’icona hippy, grazie al successo mondiale di una canzone degli Hotlegs che ripeteva, al suono ritmico di percussioni tribali: I’m Neanderthal man, you’re a Neanderthal girl; let’s make...

Dijon, 22/27 novembre / Imparare ad aprire le ombre

lunedì   Mi trovo a Dijon da due giorni per l’allestimento di un’opera di Haydn, L’isola disabitata, che debutterà sabato prossimo. Luigi è qui da poco meno di un mese a provare coi cantanti. Al mio arrivo trovo Madame Devret ad accogliermi nell’appartamento di rue Berbisey che l’Opéra mi ha destinato. Da quando siamo stati chiusi, ogni volta che mi trovo ad alloggiare in una casa non mia, molto spesso in realtà, non riesco a non pensare come sarebbe trascorrerci un intero lockdown. Questa casa è calda e confortevole, ha il soffitto e i pavimenti in legno e una bella vetrata che divide la zona giorno dalla zona notte. Solo che ha punti luce decentrati e soffusi, di quelli che mandano morbidi aloni ocra tutto intorno e sembra fatta solo per trascorrerci serate infinite a chiacchierare con gli amici, magari con un bicchiere tra le mani (questa casa, infatti, è piena di bicchieri, tutti bellissimi).   Io però dovrò scriverci e studiare, almeno per il tempo che non trascorrerò in teatro. La prima cosa che faccio rimasta sola, dunque, è svitare e riavvitare freneticamente le lampadine e spostare ogni lampada possibile per concentrare la luce in un punto che coincida quanto...

Parole per il futuro / Vulnerabilità

Sono vulnerabili i fili che ci legano alla vita, e in questo sta la loro forza. Sono fluttuanti, sono ambigui quei fili. Come tutto quello che è vitale e che nella vita conta.   Che l’ombelico sia una ferita cicatrizzata è un fatto evidente e originario. Senza quella ferita non saremmo qui e da quella ferita si genera la nostra esistenza autonoma, ancorché per sempre dipendente, dagli altri e dal sistema vivente di cui siamo parte. In quanto dipendenti e vulnerabili, e perché tali, continueremo a divenire noi stessi finché saremo vivi, cercando la nostra autonomia. La vitalità di quell’autonomia sarà tale in quanto porosa: sarà sempre e comunque la sua porosità a caratterizzarne l’unicità. Che se la perdesse, quella porosità, la nostra autonomia imploderebbe in un’autistica chiusura fino alla morte.   Identificata con la ferita e con una certa accezione della ferita intesa solo come violazione del corpo e della mente, la vulnerabilità ha pagato un costo al narcisismo e a un certo modo di intendere il significato di essere umani e viventi. In tal senso è forse l’indicatore più efficace per cogliere le derive che hanno portato homo sapiens a porsi sopra le parti, fino a...

Vette conquistate, maestri mancati e colpi di grazia / Sergio Luzzatto. Vita e morte di Guido Rossa

Niente di niente – nessuna opera, nessuna persona, nessun progetto nella storia o nella vita – va preso semplicemente per quel che è. Per quel che dice, o si propone, di essere.  Vale anche per i libri, quando effettivamente si tratta di lavori accurati e fecondi. Preziosi, dunque, per i punti fermi e l'esatta conoscenza che fissano. Per le luci inattese che irradiano. Per la complessità di sguardi a cui conducono. Per le ulteriori strade che indicano. Alle quali, talvolta, alludono. Più o meno consapevolmente.  Perché tutto questo dovrebbe star dentro un libro irrinunciabile. Capace anche di andare oltre. Nel saggio di Sergio Luzzatto, Giù in mezzo agli uomini. Vita e morte di Guido Rossa (Einaudi, pp. 237, euro 16), tutto questo lo trova puntualmente chi non si accontenta di accompagnare, sulla linea del tempo, gli eventi che compongono la biografia di Guido Rossa. Luzzatto procede puntigliosamente, e con esplicito coinvolgimento, ripercorrendo il segmento che corre tra il nascere del protagonista della sua ricostruzione (a Cesio Maggiore, Belluno, 1° dicembre1934) e la sua morte, a 45 anni, (il 24 gennaio 1979, Genova, alle ore 6.30 del mattino, assassinato sulla sua...

Il ritorno dello scrittore polacco / Grandezza di Stanislaw Lem

Esistono autori sfortunati, messi nell’angolo perché affetti da disattenzione oppure perché girovaghi tra gli editori oppure ancora perché tradotti a singhiozzo. Stanislaw Lem, polacco nato nel 1921 e morto nel 2006, è uno di questi ma la sua sfortuna è immeritata. Conosciuto soprattutto, e forse quasi esclusivamente, per Solaris del 1961 (da ultimo in Sellerio) e per il conseguente film del 1972 di Tarkovsjij, al pubblico italiano giunge la sua produzione in termini incompleti e ondeggianti tra svariati editori, Sellerio, Marcos, Voland, Bollati Boringhieri, Mondadori con Urania, o addirittura in attesa di traduzione (su di lui doppiozero, Maculotti, “La fantascienza apocrifa di Stanislaw Lem” e Orlando Meloni, “Il ritorno di Stanislaw Lem”). Ma perché questa sorte nonostante la fama mondiale, la candidatura al Nobel nel 1977, la vendita nel mondo di migliaia di copie, il Premio di Stato della Polonia nel 1973, il Grand Prix al terzo Congresso Europeo di Fantascienza nel 1976?    La risposta più semplice, e come spesso avviene forse la più banale, è che il nostro paga l’atipicità rispetto alla letteratura di fantascienza dominante, in cui peraltro si immerse dal 1951...

Un saggio di Paolo Bertinetto / Arti dell’improvvisazione

Improvvisa la vita Ottiero Ottieri     Quando ripariamo un ventilatore con un pezzo proveniente da un altro elettrodomestico; quando cerchiamo di cavarcela in una situazione sociale inaspettata; quando immaginiamo un percorso alternativo, forse non sappiamo di stare facendo qualcosa di simile al sax di Coltrane che inanella uno sull’altro, con incredibili grazia e violenza, i propri taglienti sheets of sound. Non stiamo ovviamente facendo la stessa cosa, ma di certo qualcosa di imparentato con l’azione artistica improvvisata. Questo e altro il lettore può apprendere dal saggio di Paolo Bertinetto, Estetica dell’improvvisazione (Bologna, il Mulino 2021), che si prefigge di elevare a dignità estetica una modalità dell’arte per cui l’Estetica moderna ha sempre mostrato una certa diffidenza: laddove, invece, gli ultimi due secoli hanno visto in generale, in molteplici contesti culturali, un rilancio dell’improvvisazione nelle diverse prassi artistiche. Se il secondo capitolo è dedicato a delineare il concetto-base dell’intero saggio: la «grammatica della contingenza; il primo e l’ultimo, rispettivamente La nascita dell’arte dallo spirito dell’improvvisazione e Un’estetica...

Clorofilla / Venere e altre piante carnivore

In passato, qualcuno mi diede della Drosera, una piantina carnivora, o per meglio dire insettivora, ché mosche e zanzare, di carne, son ben scarse. Lì per lì, per consolarmi, mi dissi che, forse, era perché ho belle ciglia. Il nome di derivazione greca significa infatti “rugiadosa” in riferimento alle foglie cigliate con una gocciolina in cima ad ogni villo e scintillante al sole. Però non mi trucco, non metto rimmel per accentuare, incurvare, allungare e render più vezzosi i peli delle mie palpebre.  Ad ogni modo, non era il caso di offendersi. Anzi, andava proprio pigliato come un complimento. Le Drosere (Drosera rotundifolia) sono piante di notevole intelligenza ingegneristica, adattabili e con un loro fascino attrattivo, benché mortifero. Gli insetti – si sa – sono necessari per la riproduzione di molte specie vegetali che mettono in atto portentose strategie di richiamo. Ma, ce ne sono alcune che, dopo averli abbracciati, se li mangiano. E addio verginità vegetale cruelty free.      Siamo propensi a pensare alle insettivore come piante esotiche, nei vivai troviamo con facilità Nepenthes alata e Dionaea muscipula (altrimenti nota come “Venere...

Un libro di Ermanna Montanari e Enrico Pitozzi / “Cellula”, sopravvivenze della scena

La cellula, l’anatomia, la scena e il cosmo. Un istantaneo, fulmineo salto di piani dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande che svela, già a un primo sguardo, tra titolo, sottotitolo e immagine di copertina, l’incommensurabilità dell’intreccio che il volume di Enrico Pitozzi ed Ermanna Montanari – uscito lo scorso giugno per i tipi di Quodlibet – intende evocare e proporre. Cellula è elemento primo, nucleo di possibilità, promessa di forma, corpo in potenza. L’anatomia, invece, è già indagine sul corpo formato, aggregato di cellule, perlustrazione del realizzarsi e dell’imporsi di una possibilità su tutte le altre. Ma la specificazione ci dice che quel corpo di cui si tenta l’anatomia è spazio scenico, l’intera scena come corpo, insomma, il luogo in cui ogni possibilità è rimessa in gioco, richiamata in causa per mettere in discussione e in crisi il già costituito, il mondo per come lo conosciamo. Per smentirne le apparenze e manifestarne origini ed essenze. Ed ecco che, ancora in copertina, dalle parole del titolo e del sottotitolo che abbiamo osservato fin qui, si genera l’immagine: non quella che ci si aspetterebbe – nessun diretto riferimento allo specifico...

Diario 1990 / Ricordo di Pier Vittorio Tondelli

Ho conosciuto Pier Vittorio Tondelli nel 1983, un anno dopo la pubblicazione del suo secondo romanzo, Pao Pao. Allora gestivo la programmazione del Teatro Affratellamento di Firenze e, come attività collaterali, organizzavamo presentazioni di libri. Chiamai Franco Cordelli, che fece una lettura affettuosa del libro, davanti a un pubblico giovane: in quegli anni il teatro aveva spettatori under 30, Pier Vittorio nell’83 aveva appena 28 anni. Diventammo amici e Firenze la sua città elettiva. Gli presentai, nel corso del tempo, protagonisti e comparse della scena culturale fiorentina: Federico Tiezzi, Sandro Lombardi e Marion D’Amburgo che allora si chiamavano Magazzini Criminali, Giovanni Agosti, Aldo Rostagno, Paolo Isidori, Giancarlo Cauteruccio che aveva fondato Il Marchingegno, che poi cambiò nome in Krypton, gli artisti Luciano Bartolini e Monica Sarsini, Tommaso del Signore, Frances Lansing e Cristiano Toraldo di Francia, Michelangelo Caponetto e Lorenza Pampaloni, Ennio Bertolucci, Carlo Ducci, Patrizia Adami Rook, Derno Ricci, Gianluca Gori, Sandro Pestelli, Lorenzo Mazzini. Anche Dani Karavan, che tornava di tanto in tanto a Firenze dopo la grande mostra che la città gli...

La scultura dalla preistoria ad oggi / Plasmare il Mondo

La storia dell’arte è finita? In un saggio pubblicato nel 1989, Hans Belting rileva la necessità di emancipare lo studio dell’arte dai modelli di stampo storiografico e stilistico, divenuti obsoleti. Gli sviluppi dell’arte moderna e contemporanea, la globalizzazione e l’emergere di esperienze artistiche precedentemente marginalizzate, impongono una revisione di questi modelli. Secondo Belting, la storia dell’arte dovrebbe aprirsi a una molteplicità di narrazioni in grado di aderire alla particolarità di ogni opera d’arte, indagando “sul mezzo artistico, sull’uomo storico e le sue immagini del mondo” (La fine della storia dell'arte o la libertà dell'arte, Einaudi, 1989, p. 51). Attraverso gli studi dello storico dell’arte tedesco si fa strada una storia antropologica delle immagini, che possono vivere in un’opera d’arte ma non necessariamente coincidere con essa (Antropologia delle immagini, Carocci, 2018, p. 10).     Plasmare il mondo. La scultura dalla preistoria ad oggi (Einaudi, 2021) è una di queste narrazioni alternative a quella storiografica, nella quale si avverte l’eco dell’approccio antropologico di Belting. È una lunga conversazione tra l’artista Antony...

Mai dire Maid / Sarà mai felice una colf?

“Voglio un mondo in cui chiunque possa arrivare fin dove i suoi sforzi e il suo talento lo possono portare” ha detto il presidente Obama un centinaio di volte nei suoi discorsi al popolo americano. Non è il mondo in cui si muove Alex, la protagonista di Maid, una miniserie televisiva di Netflix tratta dal bestseller autobiografico di Stephanie Land (Maid: Hard Work, Low Pay, and a Mother's Will to Survive).  O forse sì. Forse il mondo che Obama si immagina non è così diverso dal mondo di Maid, perché tanto in questa storia, come nella visione di Obama (la sua vision), si combinano gli elementi fondamentali della narrazione del sogno americano e cioè il talento, il duro lavoro, un movimento verso l’alto (“fin dove”), più un quarto elemento che in genere è solo implicato o relegato nello sfondo, ma altrettanto fondativo: la condizione degli umili senza arte né parte da cui i meritevoli si affrancano e che resta, lì in basso, negletta e deprecata. Attorno a questo dubbio girano le riflessioni del presente articolo.   Alex è una giovane madre statunitense che per uscire dalla relazione malata e violenta con il marito è costretta a entrare nella povertà estrema. Fugge di casa...

Larsen C di Christos Papadopoulos / Danza come esperienza estetica

Lo spettacolo – ipnotico, caustico, avvolgente – inizia con una luce che fende lo spazio della scena. Così facendo, il nero perfetto della scatola teatrale che giace nelle retine del pubblico appare ferito da quel fascio luminoso. Non siamo più di fronte a uno spazio-tempo a scorrimento immobile, ma a un ambiente esperienziale vero e proprio in cui si innesta un ticchettio cronografico. C’è uno stato di sommessa, sottile agitazione che permea l’inizio e che trova liberazione solo nel superamento di quell’immagine iniziale e scura, un’immagine tanto conchiusa e definitiva quanto semplice ed enigmatica. Da quella apertura disegnata dalla luce, che sì apre un varco ma in realtà non preannuncia nulla di ciò che segue, a una a una iniziano ad apparire immagini plastiche e misteriose. Questo primo segmento di luce è, dunque, uno spazio laterale. È una zona che si estende quasi discretamente verso il fondo della scena. Una sagoma emerge da una penombra in cui si staglia in maniera via via più chiara un preludio di corporeità: così la danza si annuncia. Si intuisce la natura umana di questa prima forma, da essa emana un calore. L’immagine è quella di una superficie liscia, mobile, duttile...