Come rifarsi una verginità

22 Ottobre 2015

Tempo fa mi è successo un caso singolare. Mi trovavo nella mia città natale, Palermo, e ho ricevuto una telefonata inaspettata. Era il figlio di un noto barone dell’antropologia isolana che voleva vedermi. Non lo sentivo da anni, da quando era un semplice ricercatore “costretto” a espletare il suo servizio lontano dal padre e dalla città che gli aveva dato, come a me i natali. Adesso occupava la cattedra che il padre gli aveva liberato, nella giusta prospettiva di una eredità intellettuale che se non si passa tra generazioni va rovinosamente perduta. Dunque mi chiamava per vedermi. Confesso che ero curioso di sapere cosa volesse. Ci siamo dati appuntamento in uno squallido bar all’angolo della ex facoltà di giurisprudenza su via Maqueda. Dopo i saluti, le informazioni sul reciproco stato civile, e su altre inezie esistenziali siamo entrati nel vivo. Ha detto che sapeva perché io gli volevo bene. L’ho guardato stupito. Non mi era mai successo di ricevere una captatio benevolentiae al contrario. Gli ho chiesto cosa intendesse. E lui, solare, mi ha risposto: gli volevo bene perché non era suo padre. C’è da dire che suo padre ha molto a che fare con la mia “non” storia accademica, avendomi bocciato a quattro concorsi per associatura. Ai tempi, quando la cosa mi importava ho denunciato l’accanimento sui giornali e anche in televisione con nomi e cognomi. Ma poi il tempo passa e uno va in pensione e comincia a fregarsene di queste inezie italiane. Ma la frase del figlio mi sembrava particolarmente intrigante. A seguito di essa egli mi ha spiegato quanto fosse difficile la sua situazione, con un solo stipendio, la moglie che non lavora, i figli, la fondazione che porta i nome della famiglia che non era stata finanziata quell’anno, i problemi della vita. L’ho guardato con molta comprensione e poi ci siamo salutati. Tornato a casa ho cercato di ricomporre i frammenti di questa storia gogoliana.

 

Insomma: qualcuno mi aveva avvicinato per dirmi che capiva perché gli volevo bene. Senza che per altro io avessi mai manifestato un sentimento di questo tipo o analogo. Allora mi sono comparse altre vicende a cui non avevo dato peso. Il mio mestiere è l’antropologia e cerco di praticarla facendo ricerca, scrivendo libri e insegnando. Venendo da una formazione estranea all’accademia italiana (mi sono formato a Berkeley con Ivan Illich) gli antropologi italiani non mi hanno mai riconosciuto come collega. Nessuno di loro a tutt’oggi cita i miei lavori, anche se li adotta per i propri corsi e i propri studenti. Ma c’è stata una pausa in questa coerenza. Quando sono stato arrestato su un aereo francese per avere preso le difese di un sans papier che la polizia cercava di soffocare con un cuscino, ecco che improvvisamente l’insieme degli antropologi italiani ha sottoscritto un appello in mio favore. Ero, sono loro grato, ma soltanto adesso mi rendo conto che questa mossa aveva la stessa natura dell’avvicinamento del barone figlio. In seguito mi è accaduto di essere invitato a concorrere a prestigiosi incarichi per dirigere come “direttore artistico” il padiglione italiano alla Biennale oppure “Matera candidata a città europea della cultura”. In entrambi i casi è stato scelto un altro, giustamente, immagino. Ma mi sono chiesto il perché di tanta solerzia nell’invitarmi quando effettivamente avevo poche chances di fronte a personaggi appoggiati dalle cordate politiche italiane. Adesso capisco: è la stessa storia. Un ultimo esempio. Un palermitano di talento che aveva un incarico importante nelle stanze dei festival e delle commissioni locali per il cinema viene estromesso politicamente. Lui che mai mi aveva approcciato, diventa qualcuno che ci tiene alla mia amicizia. Adesso che non ha più potere io divento, chissà come, uno da frequentare. È una fortuna avere un amico in più, certo, ma che strane circostanze.

 

C’è un modo con cui l’accademia o la cultura italiana si rifà una verginità. Nei periodi difficili, o semplicemente nei periodi normali è d’uopo trovare qualcuno che abbia poco potere, che magari abbia un minimo di prestigio non accademico e non politico e cercare di strusciarsi contro di lui. Più lo sfregamento è intenso e più  la verginità di ricrea magicamente. Così baroni, politici, direttori artistici in disgrazia o in ascesa hanno bisogno di poveri diavoli non troppo compromessi, che comunque non contano nulla negli ambiti dove si prendono le decisioni. Questo strusciamento “fa” curriculum, serve a dimostrare che anche loro sono degli emarginati, anche loro fanno parte di quella cultura che è vittima della “mala-politica”. In questa forma nuova di solidarietà attivata da una sola parte c’è una poesia che rasenta orizzonti a cui Jonesco e Kantor non avevano pensato. La classe morta così ringiovanisce e soprattutto è pronta per un nuovo giro tra le stanze dei bottoni. Per chi come me non capisce se non molto tardi, rimane la soddisfazione di un’operetta di cui si è parte almeno per un po’, almeno per poterne ridere. E ridere, vi assicuro, fa molto bene all’anima.

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