Cronaca erosa

26 Luglio 2022

Ripercorrere, pur sommariamente, la rassegna stampa dell'ultimo mese conduce a porsi qualche inevitabile interrogativo. 

In questo periodo a disputarsi prime pagine e titoli allusivamente apocalittici è stata un'alternanza di temi, molti dei quali oggettivamente ed estremamente preoccupanti. Occorre fare l'elenco? Il doppio allarme nucleare, per il conflitto bellico e per l'occupazione russa delle rovine contaminate di Černobyl o della enorme centrale nucleare di Zaporižžja, oltretutto usata come deposito di armi pesanti a pochi metri dai reattori. Il doppio allarme sul clima, per i suoi cambiamenti e per i loro effetti sulle condizioni meteorologiche contingenti. Il conseguente doppio allarme per incendi e siccità.

Oltre a fuoco e acqua, preoccupa l'aria infetta. Ai moniti riguardanti la pandemia dal virus Sars-CoV-2 e dalle sue sempre nuove varianti al nostro arrembaggio si sommano gli annunci a proposito del cosiddetto "Vaiolo delle scimmie". La guerra sembra un po' meno preoccupante, ma ovviamente continua a esserlo parecchio, anche per i suoi effetti sugli approvvigionamenti energetici, con scenari di possibili futuri razionamenti di elettricità e combustibili. Anche per questo gli indicatori economici globali non sono rassicuranti e i nostri nazionali sono (ci stupirebbe il contrario) anche peggio.

La caduta del governo Draghi e l'indizione di un anomalo turno elettorale settembrino – quando incomberanno gli obblighi presi con l'Europa e la stesura della legge di bilancio – mettono ansia persino a chi si augura il varo di un governo guidato da Giorgia Meloni, magari proprio nel giorno del centesimo anniversario della storica Marcia su Roma. È quindi facile figurarsi i sentimenti di tutti coloro per i quali la prospettiva di una simile maggioranza provoca sofferenza pressoché fisica, specie al pensiero che tale maggioranza risulti assoluta (sarebbe possibile grazie alla sciagurata riduzione del numero dei parlamentari e all'orribile e immodificata legge elettorale) e dunque la destra di Meloni, Berlusconi e Salvini avrebbe l'opportunità di riformare la Costituzione repubblicana senza passare da un referendum confermativo. 

Pur in un quadro del genere, e forse proprio per controbilanciarlo, anche i giornali che amano dirsi più autorevoli sono riusciti a dare a due eventi di cronaca rosa lo spazio solitamente riservato a notizie meno frivole: il matrimonio tra Francesca Pascale e Paola Turci e la separazione tra Francesco Totti e Ilary Blasi. Il primo evento, soprattutto, è stato trattato come se fosse una notizia politica, a causa di due fattori: il carattere nuziale dell'unione tra due donne; il curriculum opposto delle due spose nei confronti di Silvio Berlusconi (pubblica oppositrice, l'una; ex fidanzata, l'altra).

Uno screenshot circolato sui social mostrava l'home-page del sito di un giornale nazionale, il cui titolo d'apertura era sormontato da ben quattro strilli di Breaking News, tutti riferiti al matrimonio Pascale-Turci. Non sarà stato certamente per quello ma è suggestivo che proprio pochi giorni dopo papa Francesco ha inviato a un congresso di comunicatori cattolici un messaggio in cui tra l'altro proclama che "i siti dei media sono diventati ambiti di tossicità, incitamento all’odio e notizie false".

Nella settimana in cui erano in corso a Erice i lavori di analisi del discorso giornalistico nella summer school del Circolo Semiologico Siciliano intitolata al semiologo e massmediologo Paolo Fabbri è infine morto Eugenio Scalfari. I giornali, e in particolare (come era da aspettarsi) quello da lui fondato, hanno riempito un numero considerevole di pagine con ricostruzioni e commemorazioni, molto compunte anche quando provenivano da testate e firme che si erano opposte con tenacia e a volte violenza al magistero scalfariano. 

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Il punto finale del nostro sconfortante elenco ha un doppio valore. È in sé un fatto che si inscrive nel quadro delle consuetudini (relativamente nuove) del giornalismo contemporaneo; ma ha anche un valore metalinguistico, poiché può darci una chiave per schiudere una possibile prospettiva su tali consuetudini. Il principale contributo di Eugenio Scalfari al giornalismo italiano del secondo Novecento, quindi al periodo del maggiore potere di influenza della stampa su politica e società, ha riguardato proprio le forme dell'espressione come del contenuto del discorso giornalistico: modalità espressive (formato, titoli, uso della fotografia, toni enfatici, all'epoca bollati come "scandalistici") e scelte tematiche.

Nel 1976, cioè alla sua fondazione, Repubblica si segnalava per la nuova rilevanza assegnata all'informazione economica, che per la stampa dell'epoca non era uscita dalla nicchia dello specialismo neppure dopo il successo seminale del libro Razza padrona, Storia della borghesia di stato (Feltrinelli), pubblicato due anni prima dallo stesso Scalfari con Giuseppe Turani. D'altra parte il suo quotidiano non aveva una sezione sportiva, scelta su cui Scalfari tornerà due anni dopo. Qualche anno fa, rievocando la progressione del successo di Repubblica, proprio Scalfari attribuiva un primo allargamento della platea dei lettori alla scelta di far seguire le vicende del Movimento romano del '77 a un cronista ventisettenne.

Le cronache di Carlo Rivolta, scritte con partecipazione e dall'interno di Movimento, portarono sul quotidiano l'attenzione di una fascia giovanile di lettori che non faceva parte dell'audience diciamo "naturale" del progetto scalfariano. Progetto che ha però finito per configurarsi come "comunità", specialmente durante la direzione di Ezio Mauro (1996-2016).

Non certo esauriente ma forse già troppo ampia (spero perdonabilmente), questa fenomenologia ci indica quel che è cambiato. Oggi l'enfasi è divenuta una modalità espressiva caratteristica di tutti i giornali; lo sfoglio destruttura la gabbia delle sezioni e tende a essere tematico, con la frequente promozione di una notizia a "evento"; le stesse scelte tematiche e persino linguistiche seguono gli interessi già manifestati dal pubblico. All'epoca della seconda Guerra del Golfo proprio Paolo Fabbri considerava che alla "notizia", cellula informativa che porta qualcosa di non noto alla conoscenza dei lettori, si erano sostituite le "news", che si oppongono non al non-noto ma al vecchio. È l'infotainment, certo, e se ne parla da quando come prima fonte dell'informazione alla carta stampata si è affiancato e poi sostituito il telegiornalismo. 

L'avvento e la diffusione dei social network ha determinato un nuovo cambiamento. Come le analisi svolte a Erice hanno ampiamente dimostrato, l'erosione della capacità informativa del giornalismo non è più direttamente dovuta all'infotainment ma a qualcosa che si può chiamare "infobusiness". La dizione è paradossale perché la realtà vuole che l'informazione non sia più un business. Le news corrono gratuite, ci raggiungono anche quando non vorremmo, nessuno di noi è più disponibile a pagare per ottenere notizie. Se l'idea di giornale-comunità è stata utile a Scalfari e Mauro per confutare la definizione maligna ed erronea di Repubblica come giornale-partito, si è poi rapidamente tradotta in una più opaca intuizione di marketing, ben oltre le intenzioni dei formulatori. 

Il giornalismo è diventato una delle componenti di un sistema più ampio, la cui logica non è più giornalistica ma è dettata dal modello della piattaforma. Esempio di piattaforma: Airbnb non è una catena di residence; è una piattaforma che mette in contatto chi ha un posto letto con chi vuole trovare dove dormire. In generale la piattaforma è un dispositivo che crea valore (così dicono quelli là) con il mettere a contatto gli interessati e fornire loro servizi.

Le piattaforme editoriali di cui oggi i giornali fanno parte prosperano su traffico e contatti, non sull'informazione. L'informazione è un "contenuto", come si dice con sintomatica genericità. Al centro del sistema dell'infobusiness c'è la prossimità tra inserzionisti pubblicitari e pubblico, non più il testo. Peraltro le sciatterie grammaticali e logiche in testi e titoli si spiegano meglio così che con qualsiasi generico stracciamento di vesti sulle insufficienze della scuola e sul decadimento della civiltà. È, soltanto e semplicemente, che il testo non è più al centro del sistema.

In The Rock il conservatore T.S. Eliot si chiedeva: "Dov'è la saggezza che abbiamo perso con la conoscenza? / Dov'è la conoscenza che abbiamo perso con l'informazione?". Oggi forse occorrerebbe aggiungere una postilla: dov'è l'informazione che abbiamo perso con il contatto?

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