Gli animali di Gianna Manzini

20 Aprile 2026

Sono pieni di occhi e di sguardi, gli animali (ma anche gli alberi, il cielo, le montagne) che incontriamo nei racconti finalmente ripubblicati di Gianna Manzini (nella raccolta Un mondo senza umani. Storie di animali, mari, cieli, montagna, Mondadori 2025; da leggere con attenzione anche l’Introduzione di Cristina Savettieri). Gianna Manzini (1896-1974) è stata una delle più note e lette scrittrici italiane del secondo dopoguerra – ricordiamo ad esempio i romanzi La sparviera (1954), Allegro con disperazione (1961), Ritratto in piedi (1971) – da tempo però come eclissata. Se non c’è niente di eccezionale nell’uscire di scena di una voce letteraria, i gusti cambiano, come i modi di scrivere e di sentire, c’è però forse qualcosa di peculiare nella uscita di scena di Gianna Manzini dal panorama culturale e letterario italiano. Prima di tutto Gianna Manzini è una scrittrice, e ancora fino a non molto tempo addietro la scrittura femminile ha vissuto comunque in un cono d’ombra, proprio perché femminile. Poi, e qui entriamo nel campo della scrittura, lo stile di Gianna Manzini è raffinato, scrive infatti in un italiano letterario sempre meno praticato dalla narrativa italiana contemporanea. È allora una scrittura orgogliosamente letteraria, quella di Gianna Manzini, una scrittura oggigiorno non solo inattuale perché per primo chi scrive non la usa più (ma sarebbe poi in grado di usarla?), ma anche il lettore è ormai disabituato a una lettura che richiede impegno e attenzione. Infine, e qui veniamo ai viventi inumani che popolano questi racconti ritrovati, ci presenta un mondo che il moralismo animalista dei nostri tempi ci impedisce ormai di vedere. Perché gli animali non sono come noi, non sono buoni, non sono (soltanto) vittime della cattiveria umana, non sono come vuole un’espressione orribile ‘i nostri amici a quattro zampe’ (a quale amico togliamo utero e testicoli e mettiamo un collare al collo?), sono piuttosto – come scriveva Pasolini parlando di questi stessi racconti (in “Un bestiario celeste nella gabbia d’oro della Manzini”, che si legge in appendice al volume) – “un mistero”, cioè ci risultano affatto incomprensibili (per questo li invidiamo, e li odiamo, perché è evidente che il loro modo di stare al mondo è completamente diverso dal nostro).

Partiamo proprio da qui, dal “mistero” animale, un mistero che Gianna Manzini non cerca in alcun modo di sciogliere, e tantomeno di addomesticare, al contrario, è un mistero che con le sue parole celebra e rende ancora, se possibile, più misterioso. E così veniamo finalmente agli sguardi inumani di questi racconti. Ma è necessario un ultimo passo indietro, perché sul tema dello sguardo animale si è molto parlato a sproposito in questi ultimi anni. Torniamo al celebre sguardo del gatto (talvolta parla però di una gatta) del filosofo francese Jacques Derrida, di cui ragiona nel libro L’animale che dunque sono (2006), il libro che ha segnato un punto di svolta nel dibattito politico e filosofico sull’animalità. Derrida racconta del momento in cui, una volta, uscendo nudo dalla doccia, si accorse del gatto che lo stava fissando e il filosofo prese coscienza di quello sguardo, e improvvisamente provò vergogna per la propria nudità. Chissà quante volte Derrida aveva incrociato lo sguardo di quel gatto, o quella gatta, o degli animali non umani che gli sarà capitato di incontrare: quella volta, però, se ne accorse, cioè si accorse che quello sguardo non era lo sguardo qualunque, e per questo innocuo, di un animale (di un “animot”, come scrive Derrida, cioè un animale visto solo attraverso il filtro distorcente del linguaggio); per la prima volta Derrida si accorge che quello è lo sguardo inafferrabile di un ‘chi’, di un ‘altro’ che può guardare il mondo proprio così come lui, il grande filosofo francese, ha sempre fatto. C’è un altro sguardo, nel mondo, uno sguardo inumano, terribile, incomprensibile, uno sguardo silenzioso, che non parla e non chiede.

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Derrida, tuttavia, ci parla dell’animale per non smettere, in realtà, di parlare dell’umano, dal momento che quello che descrive non è propriamente lo sguardo del gatto, piuttosto la sua reazione sconcertata e vergognosa di fronte allo sguardo imperscrutabile del felino. Gianna Manzini, al contrario, riesce – e proprio attraverso la sua scrittura raffinata e ricercatissima – a metterci in contatto con il “mistero”, appunto, dello sguardo animale: “un mistero a volte difeso, parrebbe, deliberatamente. Infatti, viene spesso il sospetto che, quasi sull’orlo della parola, essi si sottraggano alla nostra confidenza, dopo avercela accordata in attimi di sbalorditivo abbandono. M’è capitato con gli animali più domestici, come con quelli di cui meno si suppone che possano accedere alla tentazione d’un’intesa; con un gufo, una volta; e, un’altra volta, con una lucertola” (p. 7). Gufi e lucertole, già da questi esempi inconsueti si coglie tutta la distanza che separa Manzini da Derrida, che ci parla invece del solito gatto, un animale da tempo addomesticato, umanizzato, un animale (per di più un mammifero) con cui è facile identificarsi. La scrittrice evoca invece una comune lucertola (Podarcis muralis), un vivente lontanissimo da noialtri umani, per cui è molto difficile, se non impossibile, provare empatia. È questo l’animale (come la blatta del capolavoro mistico del ‘900, La passione secondo G.H., di Clarice Lispector). Che succede, quando il corpo umano incrocia uno sguardo affatto inumano? “A proposito della lucertola, una temeraria sfida d’intelligenza ebbe inizio su un raggio di sguardo, il suo. Tenace, acutissimo, pescava in me qualcosa come un timbro rifiutato con paura, o volontariamente ignorato, perché appartiene all’ultimo istante; pescava lo spasimo estremo: che può essere tanto d’un sentimento, come della vita intera. Io non sapevo d’avere già in me l’ultimo istante. Ne conobbi a un tratto il cristallino, fulmineo delirio. Avvertendomene, il cuore della lucertola palpitava sempre più forte e sempre più visibile. Eccentrico, addirittura periferico, eccedeva il suo corpo da nulla […], insieme al suo imprudente messaggio” (p. 7). Nello sguardo della lucertola risuona “l’ultimo istante”, ché la lucertola è viva, e anche Gianna Manzini si scopre viva, e quindi mortale, in quello sguardo; è questo il “suo imprudente messaggio”, perché agli umani non piace essere messi di fronte all’inumanità del mondo: “c’è un muretto coperto d’edera; lei, la lucertola, s’incanta fra le foglie, al sole; e io la fisso, affacciata a quel parapetto. Dietro le mie spalle, il giardino, e una casa, e lettere, e parole, e gesti, e figure: vita che da un momento all’altro, solo che io sia più coraggiosa, o più capace, o più vera, può traboccare e diventare il grido dell’ultimo istante; dietro di lei, il silenzio e uno spazio che si muta in labirinto” (p. 7). La lucertola da un lato, cioè il mondo inumano e terribile della vita, e dall’altro, protetto dal parapetto dove si trovano “il giardino, una casa, lettere, parole, gesti, figure”, il confortevole mondo umano. In questa esitazione, in questa tentazione di abbandonare tutto (“il grido dell’ultimo istante”) consiste propriamente il mistero animale. Un mistero, prosegue la scrittrice, che “qualsiasi giro di sillabe, per quanto vittorioso, e quasi strappato al mistero possa essere”, tuttavia non “riesce a raggiungere”, perché “la grave espressiva purezza del loro silenzio” (p. 8) resiste alla presa della parola.

Il caso della lucertola forse ci permette di ripensare alla vergogna che prova Derrida di fronte allo sguardo del gatto: in realtà si tratta forse del senso di umiliazione di chi scopre, e lo scopre proprio il filosofo Jacques Derrida che ha fatto della parola e del linguaggio il suo ininterrotto tema di riflessione, che quello stesso linguaggio è impotente di fronte allo sguardo di un animale, agli occhi neri – l'iride varia dal giallo al dorato – di una lucertola. Succede lo stesso con lo sguardo di una vipera (se la filosofia animale di Derrida è una familiare, e scontata, filosofia per mammiferi, quella di Manzini è una molto più perturbante filosofia rettile). Nel racconto “Serpenti e gufo reale” ci troviamo così esposti allo sguardo di una vipera soffiante (Bitis arietans): l’animale alza la testa, “ai lati della quale, distanti, gli occhi opachi concentravano uno sguardo spento, lentissimo, eppure infinitamente sicuro e diretto. Un occhio che fissa senza sprigionare un ago di luce, come dal fondo d’una sepoltura” (p. 36). Neanche l’animalista più infervorato potrà negare che lo sguardo di un rettile è terribile, perché non riusciamo a riconoscere nulla in quello sguardo alieno, perché ci mostra un mondo che non solo non sa che farsene delle nostre parole, ma anche della nostra compassione e della nostra etica (per non parlare della nostra religione): “a un tratto piglia il sospetto, quasi la speranza, che essa non veda; che la sua ipnotizzante fermezza sia un modo dell’assenza. Senza dubbio quella quiete copre la forma più segreta e più acuta dell’attività; ma vogliamo persuaderci che si tratti d’una attività remotissima, forse intrecciata a quella degli astri, e per questo sacra; insomma che in nessuna maniera possa implicarci. Così, il filo di sguardo che nostro malgrado scorreva teso fra quelle pupille e le nostre, si allenta di colpo. «Non ci ha visti», grida in noi una forza liberatrice” (p. 36). Perché lo sguardo animale impaurisce, e non tanto né principalmente perché possa essere pericoloso, come quello di un Pit Bull Terrier (Canis lupus familiaris) che ci fissa minaccioso: è uno sguardo pericoloso perché mette in dubbio la nostra umanità, come succede a Gianna Manzini mentre osserva al riparo del suo terrazzo la lucertola che la fissa immobile sotto il sole. “Ma a dissuaderci” prosegue la scrittrice, “in quell’istante preciso, inequivocabile come un rintocco, ecco che essa apre la bocca e saetta due spilli di un atroce color rosa” (p. 36). Gli animali evitano di guardarci, diversamente da noialtri umani che non facciamo altro che guardare gli animali senza mai smettere di parlarne, ma se succede che ci guardano allora il nostro mondo cade in pezzi. Come succede ancora di fronte agli occhi di una civetta (Athene noctua): “ed ecco [che] i suoi occhi, due mezze sfere enormi, gialle, con la pupilla forse fosforescente, gli occhi d’un grosso gatto in un uccello, mi dettero un senso pauroso di sortilegio: come se con quegli occhi d’accatto, avesse cominciato a contraffare la sua stessa natura e, soltanto guardando e girandoli, spalancati, potesse alterare e stregare tutto intorno, a cominciare da me, che non potevo a meno di fissarla” (p. 97). Sono questi gli occhi degli animali, quelli incomprensibili e innaturali di “un grosso gatto in un uccello”. Ci voleva una scrittrice per riuscire finalmente a vederli, questi occhi, e soprattutto per riuscire a esporsi indifesi al loro sguardo inumano.

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