Ian Fleming: James Bond e le uova fritte

20 Gennaio 2023

Ad eccellere nel secondo mestiere più antico del mondo, lo spionaggio, è, a dar retta alla maggior parte degli storici del Rinascimento, il più stimato filosofo naturalista dell’Inghilterra elisabettiana, John Dee (1527-1608), scienziato, matematico, astronomo, esperto di navigazione, mago, alchimista, cabalista, occultista, rosacrociano, astrologo, febbrile collezionista di manoscritti, ascoltato consulente e confidente della regina Elisabetta I, membro fondatore del Trinity College di Cambridge, autore dell’opera esoterica Monas Hyeroglyphica (Umberto Eco la cita in Il Pendolo di Foucault), ma soprattutto crittografo e spia al servizio (segreto) di Sua Maestà. Dee si serviva, infatti, della sua personale rete di conoscenze in tutta Europa – scienziati, intellettuali, cortigiani, alchimisti, bibliotecari – per raccogliere le informazioni che passava a Elisabetta, firmando i documenti con due circoli, che volevano simboleggiare gli occhi della regina, a indicare che “solo i suoi occhi” (for her eyes only), appunto, erano autorizzati a leggere quei documenti. Accanto ai due circoli (praticamente degli zeri) aggiungeva il numero sette, simbolo magico e religioso della perfezione, numero della creazione, considerato dai Pitagorici simbolo di santità e anima mundi.

Entra Bond, James Bond

Quanto di questa “santità” sia trasmigrata nell’ancor più celebre spia al servizio dell’Elisabetta della serie Netflix The Crown – quel James Bond che vanta la stessa sigla, 007, con cui si firmava John Dee – non è dato sapere. Certamente, in Bond, è trasmigrata l’indole di snobistico perfezionismo in tutto ciò che fa e lo circonda, a partire, che so, dalla ricerca edonistica di un gentleman’s club alla sua altezza (come l’immaginario Blades, summa letteraria di più d’un ritrovo per soli uomini: il Boodles, il Portland, il Brooks); da monomaniache scelte alcoliche che risalgono al romanzo d’esordio (il cocktail Martini con tre parti di Gordon gin, una di vodka e mezzo di China Lillet); da golose scelte gastronomiche, con connotazioni geografiche alla ricerca di un proto-chilometro zero (in Inghilterra predilige sogliola ai ferri, salmone affumicato, cotolette d’agnello; in Florida granchi di scoglio freschi; in Italia tagliatelle verdi al pesto; in Francia pȃté de foie gras, aragosta alla maionese, caviale Beluga, scelte che fecero dire al gastronomo Luigi Carnacina: «È una persona che sa davvero mangiare, che conosce la buona cucina»); da discutibili scelte tabagistiche che oggi farebbero orrore ai più (sigarette Morland confezionate su ordinazione, con miscela di tabacchi turchi e balcanici a combustione lenta, senza filtro, che accende con un Ronson in acciaio satinato); da raffinate scelte automobilistiche (Aston Martin DBIII – che nei film diverrà DB5 – Lancia Flaminia Zagato, Thunderbird, Bentley 4,5 litri, del 1933, con compressore Amherts Villiers); da meditate scelte balistiche (che propendono, inizialmente, per una Beretta 418 e, in seguito, per una Walther PPK 7,65); da quelle di eleganza sartoriale (abiti blu a un petto preferibilmente di alpaca, camicia bianca, crema o sportiva blu, cravatta nera di cordonetto di seta lavorata a maglia, scarpe senza lacci). 

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A proposito di quest’ultima ricerca di perfezionismo, Domenico Caraceni, arbiter elegantiae, ebbe a dire (ai tempi in cui Bond aveva ancora la faccia di Sean Connery): «C’è molta differenza tra gli abiti nei film e quelli nei romanzi. Nei film l’agente segreto è vestito con un pizzico di volgarità: come un inglese di classe sociale inferiore. Nei romanzi, a parte l’inammissibile concessione dei sandali con un abito blu e l’impermeabile un po’ d’autista, Bond è invece vestito molto correttamente, senza esibizionismi: i mocassini anche per la sera vanno benissimo, le camicie con le maniche corte non sono affatto scorrette, e a letto ciascuno porta quel che vuole». 

Qualità morali e sauce bérnaise

Nel nostro elenco abbiamo, volutamente, lasciato fuori le scelte femminili di Bond perché queste avrebbero necessitato lo spazio di un saggio a parte già prefigurato da Furio Colombo che, nell’antologia Il caso Bond (Bompiani, 1965), a fianco di Umberto Eco, Oreste del Buono, Andrea Barbato e altre Grandi Firme, si era occupato, appunto, delle donne di 007, la cui prima caratteristica, notava Colombo, era il fatto che dovessero funzionare soprattutto dal punto di vista estetico, ornamentale. In second’ordine dovevano essere gratuite, donne che «solo il valore nudo e crudo del sesso possono attrarre. Per averle l’uomo-eroe non deve fare nulla, non deve trasformarsi o prodigarsi, deve soltanto essere e mostrare se stesso». 

Ma, allo stesso tempo, la donna non deve mancare di qualità morali che, quando ne trova una, Bond, novello Lancillotto, sente, orgogliosamente, di aver salvato dalle grinfie del cattivo di turno. Una donna, come dice verso la fine di Diamond are forever (“Una cascata di diamanti”), che «potrebbe benissimo starmi accanto tutta la vita», perché, spiega: «Io voglio una ragazza che sappia fare altrettanto bene l’amore e la sauce bérnaise». Ma 007 ha il suo lavoro, il dovere lo chiama spesso a salvare il mondo e non c’è tempo per relazioni stabili. Quindi, meglio andare avanti a lavorare, sognare e combattere la Spectre. Che l’avventura continui.

Fanciulle cerbiatto e oggetti di lusso

Dicevamo della differenza di qualità tra i romanzi di Ian Fleming e del “pizzico di volgarità” della loro trasposizione cinematografica che, però, dobbiamo ammettere, è quella che ha innalzato all’empireo internazionale la saga dell’agente segreto con licenza di uccidere più famoso al mondo, colui che è stipendiato – con tanto di trattenute pensionistiche, assicurazione malattia e benefit da civil servant – per salvare, come dicevamo, il mondo, ma soprattutto la monarchia britannica, grazie anche ai gadget immaginifici che l’addetto agli armamenti, il maggiore Geofrey Boothroyd, meglio noto con il nome in codice “Q” (iniziale che sta per Quartermaster) gli fornisce con l’inutile ripetitiva raccomandazione: «La prego di riconsegnare intatto l’equipaggiamento al termine della missione». 

Un corredo spionistico che non lascerà indifferente i colleghi della CIA, quelli veri, e lo storico direttore Allen Dulles. Uno studio – condotto dal professor Christopher Moran dell’Università inglese di Warwick, che ha analizzato i documenti e le numerose lettere inviate da Allen Dulles, a Ian Fleming – ha rivelato il forte interesse con cui il servizio di spionaggio americano studiava la possibilità di replicare i gadget con cui Bond combatteva la sua personale guerra fredda, a partire dalla lama avvelenata che usciva da una scarpa, usata dai cattivi in Dalla Russia con amore. 

Differenza di qualità che, ancora una volta, è riscontrabile nel decimo volume della saga bondiana, Solo per i tuoi occhi (nella nuova, ottima traduzione di Massimo Bocchiola), che Adelphi manda in libreria nella collana “Fabula”, lodevole iniziativa fortemente voluta, a suo tempo, dall’editore Roberto Calasso (1941-2021) che, dice chi gli era vicino, aveva riscontrato nelle opere di Fleming quelle doti di assoluta precisione di scrittura che avvicinano un testo alla classicità.

Si tratta di un volume di racconti brevi che, oltre all’episodio che dà il titolo alla raccolta, contiene Bersaglio Mobile, Quantum of Solace (un omaggio di Fleming al suo idolo letterario Somerset Maugham), La rarità Hildebrand, e Risico: tutte storie che sono state, in un modo o in un altro, saccheggiate, reinventate, riscritte e rimontate per il grande schermo, a partire da quel lontano primo capitolo della serie, Dr No (in Italia, Agente 007- Licenza di uccidere), prodotto a basso costo dal duo visionario Harry Saltzman e Albert R. Broccoli, diretto da Terence Young, ben sessant’anni fa: nel 1962.

Il Bond-pensiero e i flussi di coscienza

È stato sempre Furio Colombo a far notare come fosse falso che 007 non avesse un mondo interiore e come fosse stato il cinema a impoverirne la figura, stereotipizzandola e, allo stesso tempo, compensandola con la presenza di fanciulle cerbiatto e oggettistica di lusso. Nei romanzi, Fleming, al contrario, dice Colombo, ha descritto spesso il mondo interiore di Bond – spesso stralciato da traduzioni approssimative e tagli ingiustificati, in cerca solo delle parti più sensazionalistiche – fornendo, soprattutto nei racconti brevi, in particolare in quelli raccolti in Solo per i tuoi occhi, dei “flussi di coscienza”, veri e propri monologhi interiori.

Parere che era condiviso, almeno in parte, anche da Raymond Chandler, amico e ammiratore: «James Bond pensa, è vero. Ma a me non piace il Bond-pensiero», ebbe a scrivere su The Sunday Times l’autore delle avventure di Philip Marlowe. «I suoi giudizi sono superflui. A me piace quando gioca pericolosamente a carte; quando fronteggia, disarmato, mezza dozzina di assassini professionisti e li riduce a un mucchio di ossa rotte; quando, alla fine, prende fra le braccia una ragazza bellissima e pretende di insegnarle cose che lei conosce meglio di lui».

Certo niente di paragonabile al mondo dell’agente segreto Harry Palmer – eroe riluttante, anti-Bond per eccellenza, non bello, non atletico, non beve Martini, porta occhiali da miope, di modi non proprio aristocratici – creato da Len Deighton e portato sullo schermo da un magnifico Michael Caine in pellicole finanziate, guarda caso, da Harry Saltzman, lo stesso co-produttore dei film di 007. Ma tant’è: c’è spazio per tutti.

Alberto Arbasino vs. Ian Fleming

E se in Inghilterra, sin dalla prima comparsa di Casino Royale (1953), fu, per Fleming, successo e ricchezza a prima vista, in Italia, come in molti altri paesi, si dovrà attendere la versione cinematografica per vedere esplodere un’inarrestabile (a tutt’oggi) Bond-mania estesa anche sul fronte editoriale. E dire che, già nel giugno 1958, appena cinque anni dopo l’uscita del primo titolo in Gran Bretagna, Vittorio G. Orlandi, vice caporedattore del Corriere della Sera – un giornalista che, nelle parole di Dino Buzzati, era sempre al corrente di tutte le novità possibili della letteratura anglosassone – traduce, in grande anticipo sui tempi, tre romanzi di Fleming – Doctor No, Casino Royale, e For Your Eyes Only – e li pubblica nei “Romanzi del Corriere”, collana mensile di volumi tascabili che lui stesso cura. I tre titoli uscirono, rispettivamente come L’impronta del drago (n° 42, giugno 1958), La benda nera (n° 46, ottobre 1958) e Per i tuoi occhi (n° 75, marzo 1961). I lettori nostrani non ne furono minimamente impressionati, e 007 cadde in un temporaneo dimenticatoio.

Oltre ad Orlandi, a “scoprire” Ian Fleming furono anche Irene Brin, influente giornalista di costume, e l’immancabile Alberto Arbasino, alle cui antenne letterarie non poteva sfuggire il fenomeno Bond ancora in fase embrionale. A Londra, negli anni Cinquanta, le mode giovanili, le minigonne o le icone pop erano ancora di là da venire. A Londra però si potevano fare diverse scoperte e incontrare facilmente parecchi mostri sacri (da T.S. Eliot a E.M. Forster, da Ivy Compton-Burnett a Harold Nicolson, da W.H. Auden a Christopher Isherwood) che, indulgenti, aprivano ad Arbasino le loro tane di città o di campagna. Fra questi un autore ancora sconosciuto agli italiani, Ian Fleming, appunto, di cui, in quel 1958 in cui Arbasino scorazzava nella capitale inglese, usciva il sesto volume delle avventure dell’agente segreto James Bond, dal titolo Doctor No. Arbasino è spietato nella critica a Fleming. In una delle sue Lettere da Londra (raccolte in volume da Adelphi nella Piccola Biblioteca, 1997) registra «le urla di orrore e sdegno che hanno accolto la pubblicazione del sesto, e più sfrenato, e ridicolo romanzo di Ian Fleming» pieno di «un astuto mix di sesso, sadismo e snobberia».

Libri impubblicabili che sono almeno leggibili

Ma chi è questo Fleming? Risponde Arbasino: «Fleming ha fatto molte cose giuste al momento opportuno: collegio a Eton, accademia militare a Sandhurst, pratica di agente di cambio nella City, Commander nella marina, assistente personale del direttore della Naval Intelligence durante la guerra, corrispondente della Reuter e del Times a Berlino e a Mosca, matrimonio con Ann Charteris, una social hostess di fondamentale importanza mondana, ex moglie di Lord Rothermere (divisa dal marito dopo un processo per adulterio ove Fleming era la terza parte); collezonista di prime edizioni; ascoltato collaboratore del Sunday Times per gli affari esteri; proprietario, in Giamaica, della villa Goldeneye» (NdA, oggi diventata un resort che viene affittata a caro prezzo ai turisti).

E i suoi romanzi? Per quelli Arbasino adotta la definizione che Ezra Pound dette delle opere di Henry Miller: «libri impubblicabili che sono almeno leggibili». Poi scende nei dettagli e spara a alzo zero: «Sono libri volgari però pieni di cose che luccicano e costano: Antille e Bermude rigurgitanti di misteriosi nemici, velenosi centogambe lunghi sei pollici che succhiano i sudori caldi e freddi, subalterni negri che torcono le labbra alle ambigue cinesi, mentre queste li sfregiano con lampadine rotte; avversari disumani che sono incroci fra negri e gialli cattivissimi agli ordini, con lanciafiamme e torture, del diabolico Dr No. Giardini dei Supplizi con ragazze percosse e legate nude e pinzate da scampi giganti. Scosse elettriche, tubi d’acciaio e zinco al calor rosso con tarantole e piovre ai testicoli e al ralenti».

Però, annota incuriosito Arbasino, «si vende mezzo milione di copie di ciascun romanzo: tutti pieni di elicotteri e automobili fuori serie o pezzi unici, ricette di cocktail molto leggendari, alberi e pesci tropicali estremamente lussureggianti, neri scatenati con rantoli e libidini per strip-tease a Harlem, club londinesi esclusivissimi con giornali stirati per ogni lettura pur di non comprarne più copie. Petti femminili colossali, corpi arroganti e gelidi, assortimenti di lingerie con nastri ovviamente neri tra mutandine e giarrettiere e reggipetti di pizzo finissimo. Zingare balcaniche lottatrici a morte per uno stesso coglione, mignoli spezzati con secco rumore per pura malvagità di rappresentanza, funzionari sbranati da pescecani d’interni, porcate di spie filmate dagli armadi a Istanbul in alberghi tipo Feydeau. E in ogni pagina, le più costose marche di sigarette, liquori, profumi, sali da bagno, marmellate, formaggi, mieli, cravatte con l’etichetta e il prezzo in vista fra alberghi di lusso con vasta servitù schiavizzata e abietta, senza sindacalizzazione». Amen.

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Uova fritte e tabacco ordinario

Anche in Inghilterra le reazioni della stampa di allora furono alterne: un giorno è tutto un plebiscito di «Brillantissimo», «Squisito», «Stupendo», «Irresistibile», quell’altro è pieno di cori severi. E lui, Ian Fleming, dalla sua elegante dimora in Victoria Square, un filo seccato, scrive una lettera al Manchester Guardian – che riassumiamo – in cui spiega che avendo scelto come eroe un teoricamente anonimo funzionario governativo (dell’MI6, la cui copertura è la società Universal Exports), bisognava caratterizzarlo con un po’ di oggettistica teatrale per dargli risalto, l’ho quindi dotato di una pistola particolare, di sigarette, di cocktail e altri gadget altrettanto particolari. Il tutto ha avuto un tale successo soprattutto tra i lettori inglesi ancora afflitti dalle restrizioni economiche post belliche che li ha fatti sognare. Però ci sono personaggi di altri autori che usano automobili e sigarette anche più costose di quelle di Bond: prendetevela anche con loro. «E ricordatevi, magari, che nonostante gli stereotipi che voi disprezzate, io personalmente sono uno che mangia soprattutto uova fritte e preferisce il tabacco più ordinario».

Ma lui, Fleming, ordinario non lo era affatto. A parte le origini aristocratiche – e il matrimonio con l’ancora più aristocratica viscontessa di Rothemere – all’inizio della Seconda guerra mondiale, come già ricordava Arbasino, viene nominato assistente personale del direttore della Naval intelligence, l’ammiraglio John Edumund Godfrey (colui che lo scrittore prenderà ad esempio per il personaggio di M), con il grado di Lieutenant Commander (Capitano di corvetta, corrispondente a maggiore nell’esercito). Per la cronaca, James Bond, vanterà un grado superiore a quello del suo autore, fregiandosi del titolo di Commander (Capitano di fregata, ovveroTenente colonnello).

Fleming inonda, da subito, l’ammiraglio di idee, tra queste il progetto di creare un’unità di intelligence che prenderà il nome di 30 Assault Unit – comprendeva elementi dei Royal Marines, dell’esercito (con uomini del 5° Battaglione del King’s Regiment) e della Royal Navy – il cui compito era quello di infiltrarsi e precedere le forze alleate in avanzata per impadronirsi di qualsiasi tipo di documento, codice o equipaggiamento abbandonato dal nemico. Gli uomini della 30 Assault Unit furono anche raccontati da John Steinbeck, in una corrispondenza di guerra per l’Herald Tribune. A tutt’oggi, molte delle spericolate missioni, in nord Africa, Normandia, Sicilia e Francia, dell’unità disciolta nel 1946, sono coperte dal segreto militare. 

Fleming non prese mai direttamente parte a operazioni sul campo, a parte quando, nel 1945, i commando della sua unità misero le mani sugli archivi navali tedeschi, stipati nel castello di Tambach, sulle alpi bavaresi, nonché sui documenti dei motori delle V-2, dei Messerschmitt e degli U-Boot ad alta velocità per un totale di circa 300 tonnellate di documenti. Fleming si recò sul posto per sovrintendere all’operazione di “trasloco” in Inghilterra. Molti di questi documenti furono usati come prove durante il processo di Norimberga contro i gerarchi nazisti.

Non solo Bond

Ian Fleming fu anche un raffinato bibliofilo interessato soprattutto a collezionare prime edizioni di libri i cui temi avessero a che fare con la modernità (fra cui la televisione, l’energia atomica, i raggi X, il controllo delle nascite, le automobili, la penicillina), diresse e risollevò le sorti della Queen Anne Press di proprietà dell’amico editore Lord Kemsley, portando a collaborare i più raffinati grafici, disegnatori, tipografi, stampatori, rilegatori del regno e, sempre da Lord Kemsley, acquistò la rivista The Book Collector, tutt’oggi viva e vegeta, che gli permetterà di vantarsi, nel Who’s Who, di essere “scrittore e editore”. 

Ironia della sorte, la Queen Anne Press che Fleming dirigerà fino alla morte, sarà successivamente acquistata dall’estremamente controverso editore, politico e imprenditore britannico Robert Maxwell. Secondo Andrew Lycett, biografo di Fleming, Maxwell sembrava essere esattamente il prototipo del cattivo uscito da un romanzo di Bond (di lui si diceva che fosse, addirittura, un agente del Mossad: morì annegato nell’Oceano, caduto “accidentalmente” dal suo yacht). Insomma, «un villain in carne ed ossa, se mai ce ne sia stato uno». 

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