Latouche, Lavorare meno o non lavorare affatto

28 Novembre 2023

Quanti volti ha oggi il lavoro? Tanti e spesso tra loro apparentemente contradditori. C’è il lavoro garantito, che ancora regge. Con uno sciopero di quarantadue settimane lo United Auto Workers – il sindacato statunitense dei lavoratori dell’auto – ha imposto al gruppo Stellantis, alla Ford e alla General Motors un contratto che, insieme con un aumento dei salari del trenta per cento prevede anche maggiori diritti per gli operai assunti a tempo determinato, benefit per chi andrà in pensione e l’apertura ai sindacati dei nuovi impianti dedicati alla fabbricazione delle batterie. C’è il lavoro precario, che dilaga. Stando ai dati contenuti in un report pubblicato lo scorso anno da Eurosat, i lavoratori europei con un contratto a tempo determinato sono circa 24 milioni, il 12,1% degli occupati, il 14% di tutti i lavoratori dipendenti. E buona parte di questo lavoro è “usa e getta”, normato cioè da contratti che hanno tempi di scadenza molto brevi: le rilevazioni Istat per l’Italia dicono che nel 2022 il 37% delle posizioni lavorative a tempo determinato è durato al massimo fino a trenta giorni (di queste il 13,3% un solo giorno); un altro 36% lavora da due a sei mesi e solo l’1% supera un anno di attività. L’incidenza sul totale delle attivazioni dei contratti di brevissima durata (al massimo sino a una settimana) nel 2022 era pari al 23,7%, quasi quattro punti in più rispetto al 2021). C’è il lavoro obsoleto, che cresce. L’avvento dell’intelligenza artificiale sembra destinato ad accentuare la tendenza, già forte, verso una massiccia sostituzione del lavoro umano con quello svolto dalle macchine e dai software. I livelli di disoccupazione tecnologica aumentano costantemente: secondo uno studio dell’Università di Trento, già nel 2021 in Italia il 33,2% dei lavoratori svolgeva un’occupazione che nei prossimi anni sarà rimpiazzata dalle macchine e dai software). C’è il lavoro tossico, dal quale chi può cerca di salvarsi. In tutte le economie più forti, dagli Usa alla Cina passando per l’Unione europea, è corsa alle dimissioni. Secondo stime governative, in Italia sono oltre 1,6 milioni gli abbandoni del posto di lavoro registrati nei primi nove mesi del 2022, il 22% in più rispetto allo stesso periodo del 2021, quando le fughe censite erano state 1,3 milioni. Le cause sono legate alle condizioni insopportabili in cui spesso si è costretti a prestare la propria opera: flessibilità esasperata, precarietà, aumento dei ritmi, bassi salari, diritti inesistenti. C’è persino chi preferisce la disoccupazione al lavoro che crea infelicità e non di rado uccide. C’è il lavoro povero, che non basta a vivere. Dati Eurostat indicano che lo scorso anno la inwork-poverty (condizione per cui si è poveri anche se si lavora) valeva in Italia l’11,6%, contro la media europea dell’8,9, corrispondente, secondo l’Istat, a 2,6 milioni di persone. Un numero che, secondo altre stime, sarebbe ancora maggiore, arrivando sino ai tre milioni. 

I tratti economici e sociali del lavoro oggi sono molteplici e intorno alla definizione della loro natura si apre una varietà di posizioni, teoriche e politiche, che richiamano a differenti modi di intendere la realtà sociale e le sue prospettive di stabilizzazione e/o di mutamento. Due sono in sostanza i campi in cui le interpretazioni del lavoro possono essere inscritte. Entro i confini del primo, il lavoro è una variabile subordinata rispetto ai meccanismi correnti che regolano la produzione di ricchezza. Nel secondo, si muovono attori che nella ridefinizione del ruolo sociale del lavoro vedono una delle leve per un superamento dell’ordine esistente.

All’interno di questo secondo campo si colloca l’orientamento di analisi che viene comunemente definito come decrescita. Siamo nei territori dell’ecologia politica, di cui la decrescita è uno dei filoni di ricerca (altri indirizzi si rifanno a orientamenti differenti, dall’ecomarxismo all’ecofemminismo, dalla teoria critica francofortese alla governamentalità foucaultiana, dai nuovi materialismi antiumanisti al pensiero post coloniale). Partendo dalla constatazione che lo stato dell’ecosistema è ormai a un passo da un catastrofico collasso, la decrescita teorizza una riduzione drastica dell’uso delle risorse naturali (lavoro compreso) senza che questo significhi rinunciare a benessere ed equità. Nata dalle riflessioni dei precursori Andrè Gorz e Ivan Illich, la decrescita ha uno dei suoi maggiori esponenti in Serge Latouche, del quale Bollati Boringhieri ha appena tradotto e pubblicato l’ultimo saggio: Lavorare meno, lavorare diversamente o non lavorare affatto (92 pagine, 12 euro). Al centro il tema del lavoro. Nella prospettiva di un superamento dell’ordine economico dato, che sembra portarci tutti al disastro, il saggio di Latouche solleva tre diverse domande: quanto lavorare, come lavorare e, soprattutto, perché lavorare.

Coerentemente con le linee teoriche di fondo della decrescita, Latouche richiama l’origine storica del lavoro. Il lavoro come merce è il prodotto della rivoluzione borghese. In uno dei suoi testi più noti e influenti, L’invenzione dell’economia, Latouche sostiene che il modo di produrre e di consumare che segna la contemporaneità è un’invenzione, apparsa nella Storia con le prime forme di mercantilismo e consolidatasi nei suoi tratti specificamente capitalistici a partire dalla prima rivoluzione industriale. Quest’economia “inventata” si rivela oggi – secondo Latouche – un progetto fallimentare. Non genera più benessere diffuso (le povertà crescono dappertutto), produce ineguaglianze crescenti e soprattutto conduce, a ritmi sempre più incalzanti, verso il collasso ambientale. Il capitalismo se non è arrivato al capolinea è comunque in crisi profonda e per uscire da quello che sembra un vicolo cieco bisogna inventare un’altra di economia, con nuove regole e nuove priorità: una società della post crescita, in cui il lavoro sia completamente sottratto a ogni forma di mercificazione e trovi soltanto in se stesso, nelle motivazioni personali di chi lo compie, la propria giustificazione. È questa la risposta alla terza delle domande cui abbiamo accennato prima: perché lavorare? Per tutto si può lavorare – risponde Latouche – tranne che per generare profitti all’interno di un meccanismo che spossessa il lavoro da se stesso. Il lavoro va sottratto al dominio delle logiche dello sviluppo economico lineare e puramente quantitativo imposte dall’ordine economico dominante.

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Latouche però è un gradualista. Non crede in un’imminente implosione del sistema per effetto delle sue contraddizioni e non vede all’orizzonte (date le attuali condizioni storiche) alcuna possibilità di rottura rivoluzionaria. Verso un’economia della post crescita si deve procedere per tappe, in un processo di «transizione dolce, più o meno lunga, in cui il lavoro sarà abolito come significante immaginario fondamentale». Un realistico obiettivo intermedio è per Latouche la diminuzione della quantità complessiva di lavoro: lavorare meno. La strada è quella già indicata da Gorz in Capitalismo, socialismo, ecologia: «Il sistema economico produce ricchezza con una quantità tendenzialmente decrescente di lavoro. Ma rifiuta di redistribuire il lavoro in maniera che tutti possano lavorare meno senza perdita di reddito. Preferisce che una parte della popolazione lavori a tempo pieno, che un’altra sia disoccupata e una terza, sempre più numerosa, lavori a tempo e salari ridotti». «Se un marziano atterrasse sulla Terra – scrive Latouche – e vedesse come viviamo, rimarrebbe stupefatto della stupidità con cui gli umani sono organizzati. Infatti da una parte ci sono milioni di disoccupati, mentre dall’altra milioni di uomini e di donne lavorano come folli, fino a quindici ore al giorno. Il buon senso suggerirebbe di lavorare meno per lavorare tutti». In quest’ottica di transizione dolce verso la post crescita, le 35 ore settimanali di lavoro sperimentate in Francia sembrano a Latouche una buona indicazione, ma corredata da un’altra scelta: la riduzione quantitativa del tempo di lavoro deve andare di pari passo con una trasformazione qualitativa dell’attività lavorativa. Lavorare diversamente, quindi. 

Modalità alternative sono già ampiamente diffuse nel Sud del mondo. In particolare in Africa e in America latina. Sono realtà in cui la riproduzione in chiave neocoloniale del paradigma produttivistico ha sostanzialmente fallito, generando nuove dipendenze, diseguaglianze crescenti e una diffusa povertà. Al fallimento fa fronte l’enorme e multiforme galassia dell’economia informale, che si propone come una sfera economica alternativa in cui milioni di esseri umani ai margini dell’economia della crescita (i «naufraghi dello sviluppo» li definisce Latouche) producono e riproducono la loro vita al di fuori dei canali ufficiali attraverso complesse strategie relazionali (espedienti, bricolage, modi di arrangiarsi) che per alcuni aspetti sono alternative e per altri soltanto sostitutive rispetto al paradigma produttivistico. Ma anche nel Nord del mondo sempre più diffusamente vengono sperimentate pratiche economiche non immediatamente riducibili ai meccanismi di valorizzazione del capitale: tutta una nebulosa che viene classificata come economia sociale e solidale, oppure come terzo settore o economia no profit. Latouche vede benissimo i limiti sia dell’economia informale sia di quella solidale. Avverte che si tratta di pratiche soltanto apparentemente autonome rispetto alle logiche dell’economia della crescita, parallele, più che alternative, sempre esposte da un lato a processi di sussunzione da parte dei paradigmi sviluppisti e dall’altro a un utilizzo in chiave di attenuazione delle contraddizioni del sistema dominante e di una sua stabilizzazione. Nonostante ciò, anche per queste pratiche come per la riduzione dei tempi di lavoro vale il discorso gradualistico della “transizione dolce”: verso la società della decrescita si procede qui e ora allargando quanto più possibile tutti gli spazi alternativi. Lo stesso vale, se si segue Latouche, per il reddito universale di cittadinanza: una misura che non è certo la chiave di volta per una fuoriuscita dallo sviluppismo, e però serve a costruire, insieme con le altre dimensioni parziali (lavorare meno e lavorare diversamente) un nuovo immaginario in cui al lavoro venga tolto il significato di architrave pratica e simbolica dell’ordine economico nato con la rivoluzione borghese. «Uscire dalla società lavorista – scrive Latouche – vuol dire demercificare il lavoro». E demercificare il lavoro significa necessariamente «uscire dall’economia e dall’immaginario della modernità». Significa uscire dal capitalismo. L’asse del discorso si sposta dalla critica della razionalità economica come fondamento delle società “sviluppate” alla critica dei dislivelli di potere sui quali si fonda l’economia sviluppista. Lavoro demercificato è per Latouche lavoro sottratto ai vincoli di subordinazione imposti dalle logiche del capitale e restituito a una dimensione di autonomia assoluta. Un terreno sul quale le riflessioni estreme dello studioso francese si incontrano con l’ecomarxismo, con l’ecofemminismo, con il pensiero postcoloniale e con le teorie antiumanistiche, nel tentativo comune di definire, dentro i confini di una civiltà nuova, spazi concretamente praticabili di libertà dal dominio.

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