Lelio De Michelis: l’assoluto digitale
La combinazione di tecnica e di capitalismo, intrecciati in un dispositivo fine a se stesso, volto esclusivamente al proprio mantenimento e alla propria indefinita espansione, ha originato un ordine di dominio totalitario che ha annullato ogni spazio di libertà e che minaccia di cancellare la vita stessa sulla Terra. Una tecno-archía dalla quale è impossibile uscire senza prima riconoscere, insieme con l’essenza del capitalismo, anche quella della tecnica e i modi specifici del reciproco potenziamento di tecnica e capitalismo.
Sono le tesi sostenute in Tecno-archía o La Nave dei folli. La banalità digitale del male (Derive Approdi), libro in cui Lelio De Michelis sistematizza una linea di ricerca seguita in altri testi (La religione tecno-capitalista, Sociologia della tecnica e del capitalismo, La grande alienazione, La società-fabbrica), aggiungendo qui una particolare attenzione allo sviluppo delle tecnologie digitali, a partire dall’intelligenza artificiale. Punto di avvio è l’interrogazione sull’essenza della tecnica. A definire la quale De Michelis convoca i maggiori teorici riconosciuti dell’autonomia di quest’ambito della prassi umana rispetto alla sfera economico-sociale. Da Martin Heidegger si arriva, attraverso Günther Anders e i francofortesi, a Jacques Ellul, Raniero Panzieri, F.G. Jünger, Emanuele Severino e Massimo Cacciari.
Sin dai primordi della storia dell’umanità la tecnica ha aggiunto un possibile artificiale al possibile naturale consentito all’umano. E anche se per la maggior parte della storia dell’umanità tra possibile artificiale (tecnico) e possibile naturale si è mantenuto un non semplice equilibrio, è da sempre – avverte De Miclelis – che «il potere tecno-archico nega la natura, intesa come miniera fisica da sfruttare, e l’uomo, inteso come miniera anche psichica da sfruttare». La rottura a favore della tecnica e contro l’uomo e la natura è avvenuta, nell’Europa del XVII secolo, con la rivoluzione scientifica, quando la tecnica, grazie al nuovo sapere dominato dal calcolo, ha acquisito un’efficacia tale nell’andare oltre il naturale consentito all’umano da imporre progressivamente la propria logica di auto riproduzione e di espansione illimitata come unico orizzonte possibile e quindi legittimo. Da mezzo la tecnica è diventata fine, ragione a se stessa che riduce l’essere al fondamento assoluto del calcolo e sostituisce il pensiero e l’immaginazione, aperti a ogni possibile, con una razionalità strumentale orientata in maniera esclusiva al proprio mantenimento e alla propria indefinita espansione. Sostenuta dal pensiero calcolante affermatosi con la rivoluzione scientifica, la tecnica si è svelata ciò che sempre è stata: una potenza anti-umana, una forza alienante e distruttrice, moltiplicata nei suoi effetti negativi dal rapporto che negli ultimi tre secoli ha stretto con il capitalismo.

La logica di riproduzione e di espansione illimitata del capitale, perseguita a qualsiasi costo, ha trovato nel pensiero calcolante e nella tecnica applicati all’organizzazione e al comando sul lavoro un alleato straordinario. Rivoluzione scientifica e rivoluzione industriale si sono manifestate sulla scena del mondo come due potenze intrecciate rivolte al fine esclusivo di garantire la propria sopravvivenza e la propria illimitata espansione. Da questo nesso è definita, nei suoi tratti essenziali, la tecno-archía, realizzazione di un principio assoluto di comando fondato sul sapere calcolante e sulla tecnica associati, come fattori essenziali, al processo di valorizzazione del capitale. Con abbondanza di riscontri storici e sociologici, De Michelis mostra, riprendendo la sua analisi sulla società-fabbrica, come il taylorismo sia diventato progressivamente da principio di organizzazione scientifica e di controllo del lavoro (e di razionalizzazione del processo di valorizzazione del capitale) criterio assoluto di organizzazione scientifica e di controllo dell’intera società. La parcellizzazione del lavoro è diventata scomposizione della società in ambiti individuali e ricomposizione della risultante galassia di monadi attraverso strategie mediatiche ed educative (una paideia del dominio) orientate a far credere che il deserto di senso che soffoca e spegne la vita degli esseri umani (impedendo ogni agire comunicativo e ogni apertura a un possibile altro) sia invece regno della libertà, del divertimento, del piacere, delle più straordinarie opportunità di autorealizzazione. «Il taylorismo come organizzazione scientifica del lavoro in fabbrica – scrive De Michelis – è diventato taylorismo sociale e politico e poi esistenziale. È il vecchio principio del divide et impera? Sì, ma solo in parte, perché nell’essenza dell’organizzazione tecnica e capitalistica, dopo l’atomizzazione della società e dell’individuo (primo movimento), vi è non soltanto l’impera dell’arché, ma soprattutto (il secondo movimento, il più importante per l’arché) la sussunzione/ totalizzazione, cioè l’integrazione di tutti e di ciascuno nella tecno-archía. Perché appunto: prima dividere/suddividere, per poi integrare/sussumere/ibridare ciascuno nell’organizzazione, sotto il comando e con la sorveglianza incessante del potere tecno-archico, nella fabbrica fisica come poi, quando la tecnologia lo ha permesso, nella società fabbrica e nel capitalismo della sorveglianza. Era la logica del doppio movimento sottesa all’organizzazione scientifica di Taylor (ma che nasce con la stessa rivoluzione industriale), è la logica del doppio movimento diventata una legge ferrea e sottesa/premessa all’organizzazione della società automatizzata e amministrata da macchine».
Al tema della società amministrata si legano Anders e, soprattutto, i francofortesi, che vanno recuperati per la loro analisi del ruolo della tecnica come potenza autonoma e, insieme, per l’attenzione al legame che nel corso della storia dell’Occidente la tecnica ha stabilito con il capitalismo, dando vita a un apparato di dominio che si esercita in senso largo non solo sul lavoro vivo ma, in maniera pervasiva, su tutto il corpo della società. Dominio totalitario perché non ammette nient’altro da sé. E capace di ottenere obbedienza non tanto con la violenza (anche con quella, nella eccezionalità) ma con la manipolazione, con la costruzione di una paideia che, nello stesso momento in cui scompone e divide (l’individualismo più estremo), integra attraverso la costruzione su base scientifica di un impenetrabile conformismo di massa. «I bisogni dell’individuo, anche i bisogni e le gratificazioni pulsionali, sono manipolati in modo tale – scrive Marcuse in “La società tecnologica avanzata” – che essi al tempo stesso rafforzano la coesione della società repressiva in cui sono appagati […] La società ha integrato gli individui al punto tale che nessuna fuga sembra possibile. Di più, ha realizzato una condizione in cui gli individui riproducono la propria servitù; sono gli stessi esseri umani che respingono la propria liberazione. È una servitù volontaria, una servitù che sembra perfettamente razionale perché, nella misura in cui accettano bisogni e gratificazioni socialmente pre-formati e pre-determinati, gli individui vivono realmente meglio come mai prima d’ora». Parole che richiamano l’Ur-Fascismo di Umberto Eco – che De Michelis cita – e, aggiungerei, la mutazione antropologica di cui Pier Paolo Pasolini scriveva come di un nuovo totalitarismo, un fascismo senza manganelli e con dosi massicce di televisione (e oggi di smartphone, di algoritmi e di intelligenza artificiale).
Ma se la tecno-archía è così pervasiva, sarà possibile uscirne? Difficile. Impossibile, in ogni caso, se non si riconosce la potenza autonoma e negativa della tecnica. De Michelis polemizza con i diversi orientamenti che, a sinistra, hanno sottovalutato e continuano a sottovalutare questo aspetto: il sostegno offerto per tutto il Novecento dalla sinistra storica industrialista e produttivista (nella variante socialdemocratica come in quella leninista) alla crescita delle forze produttive perché progressiva – in una visione sviluppista dagli esiti devastanti – rispetto alla regressività che sarebbe inscritta nella staticità dei rapporti di produzione; ma anche la sopravalutazione degli effetti distruttivi della tecno-archìa su assetti culturali e sociali regressivi e quindi di una sua presunta valenza emancipatoria, secondo una linea di pensiero che va dalle teorizzazioni sul general intellect e sul capitalismo cognitivo sino agli orizzonti estremi delineati dal «Manifesto accelerazionista» di Alex Williams e di Nick Srnicek. Per non parlare della caricatura della sinistra storica novecentesca pateticamente messa in scena oggi dai progressismi europei: sussunzione completa nell’ordine neoliberista.

Il passo successivo per uscire dalle logiche tecniche ed economiche del dominio è riconoscere che la tecno-archía non è riformabile. Qualsiasi tentativo di ridurre la sua negatività rispetto alla vita degli esseri umani e rispetto agli equilibri ecologici del pianeta operato rimanendo all’interno dell’ordine dato è destinato a fallire. Perché la tecno-archía basta a se stessa (è causa sui, ricorda De Michelis) e ogni elemento estraneo rispetto alla ragione totalitaria su cui è fondata viene sistematicamente e violentemente respinto (se non è sussumibile). Per superare l’ordine dato bisogna mettersene fuori. Bisogna opporgli un pensiero radicale che neghi ab origine il dominio della tecnica intrecciata con il capitalismo. Bisogna contrapporre al dominio una logica an-archica. Solo una negazione rivoluzionaria volta a cancellare i fondamenti (le radici) del potere della tecno-archía può aprire un orizzonte di demo-kratia. Un orizzonte (qui De Michelis richiama l’analisi di Donatella Di Cesare nel suo recente “Democrazia e anarchia. Il potere della polis”, Einaudi, 2024) in cui gli esseri umani recuperino, re-istituendo lo spazio della polis (della politica) cancellato dalla tecno-archía, la loro autonomia rispetto all’ordine totalitario delle macchine e del pensiero calcolante. Uno spazio in cui il dialogo tra esseri umani riconsegnati alla libertà di un pensiero non calcolante (alla libertà dell’immaginazione) sia il fondamento (aperto, comunicativo, non totalitario) di un potere senza dominio.
Si torna, insomma, alle domande poste da Heidegger in “Il principio di ragione”: «La determinazione secondo la quale l’uomo è animale razionale esaurisce l’essenza dell’uomo?». Ovvero: essere significa fondamento indiscutibile stabilito dall’assoluto del pensiero calcolante? «O forse – incalza Heiddeger – l’essenza dell’uomo, la sua appartenenza all’essere, rimangono sempre ciò che è degno di essere pensato? E se le cose stanno così, potremmo mai abbandonare ciò che è degno di essere pensato in favore della furia del pensiero esclusivamente calcolante e dei suoi giganteschi successi? O non siamo piuttosto tenuti a cercare cammini lungo i quali il pensiero sia in grado di corrispondere a ciò che è degno di essere pensato anziché pensare senza accorgerci di esso, stregati dal pensiero calcolante. Questo è il problema. È la questione mondiale del pensiero. A seconda della risposta che a essa si dà si decide che ne sarà della Terra e dell’esistenza dell’uomo».
Su quali agenti politici e sociali si possa contare – nell’attuale contesto di quasi completo annullamento di ogni possibile altro rispetto all’ordine del dominio – per «cercare cammini lungo i quali il pensiero sia in grado di corrispondere a ciò che è degno di essere pensato», è questione (De Michelis lo vede bene e lo dice) tutta aperta e non facilmente risolvibile. La gabbia di ferro nella quale siamo chiusi è solidissima. Stringe e annulla pensiero e azione alternativi. Oltre alla contraddizione che resta tra capitale e lavoro, fuochi di resistenza sono aperti su diversi fronti: razziale, post e decoloniale, ecologico, di genere e di orientamento sessuale. Ma i movimenti ad essi collegati restano chiusi in ambiti identitari che solo raramente e sporadicamente comunicano, privi di un pensiero unificante; in ultima istanza, articolazioni della parcellizzazione che la società-fabbrica promuove come fondamento della propria autoriproduzione. La tecno-archía rimane ben salda e produce più che mai guerra, violenza estrema, genocidio ed ecocidio. Ma porre i problemi al giusto livello di radicalità, continuare a sollevare «la questione mondiale del pensiero», come fa De Michelis, è importante. Decisivo. Perché fuori da ciò rimane solo La Nave dei folli. La fine.