“L’ordine complicato” di Yona Friedman

8 Giugno 2011

Pubblichiamo in anteprima un estratto del libro L’ordine complicato di Yona Friedman, in uscita presso l'editore Quodlibet/Abitare il 9 giugno, commentato per doppiozero da Manuel Orazi. 

Il saggio è accompagnato da una serie di disegni realizzati da Friedman per illustrare e precisare, spesso con caratteristico humour, i concetti espressi nella scrittura.

 

L'introduzione e il primo capitolo (scarica il PDF)

 

 

L’ordine complicato. Come costruire un’immagine

 

Mentre l’Europa in guerra conosceva la massima espansione della Germania nazista, a Budapest il diciot­tenne Janos Antal Friedman poteva recarsi tranquillamen­te ad ascoltare la conferenza di un noto fisico tedesco:

 

Heisenberg era venuto a Budapest nel 1941 per tenere una conferenza a un seminario. Ero ancora alle superiori ma quel seminario era aperto al pubblico. Rimasi molto colpito, natural­mente […]. La mia carriera nell’ambito dell’architettura è stata influenzata dal mio approccio nei confronti della scienza e si basa sull’importanza fondamentale dei comportamenti e delle azioni dell’individuo, che sono assolutamente imprevedibili, persino per l’individuo stesso. (Hans­ Ulrich Obrist, Intervista a Yona Friedman, inInterviste. Volu­me I, Charta, Milano 2003, p. 241).

 

L’Ungheria filotedesca (e antisemita) dell’ammiraglio Horty aveva allora garantita una sostanziale neutralità grazie anche alla sua distanza dai fronti principali, alme­no fino al 1944, quando il giovane Friedman assumerà il nome biblico di battaglia Yona come membro di un gruppo di resistenza antinazista. Questo rendeva pos­sibile uno svolgimento ordinario della vita pubblica, e per questo un premio Nobel come Werner Heisenberg poteva essere invitato come se niente fosse. L’ordine complicato, per molti aspetti risente ancora dell’impron­ta che le lezioni del fisico tedesco hanno impresso su Friedman, a cominciare dal sottotitolo: Costruire un’immagine.

 

Molti grandi fisici del Novecento hanno varcato i confini della propria attività scientifica, indagando le basi metafisiche delle proprie teorie, e fra questi Heisenberg è stato senza dubbio il più inquieto e il più instan­cabile, alternando per tutta la vita scritti scientifici, legati all’attività pratica sperimentale, a scrit­ti filosofici di carattere generale. La fisica determina infatti, almeno secondo Bache­lard, una mentalità “astratto­concreta”. Anche questo aspetto era oggetto di una delle due conferenze heisenberghiane di Budapest: l’esperienza è un adattamento del pensiero ed è imprescindibile per l’elaborazione del pensiero stesso, due facce della stessa medaglia per ogni fisico. I primi progetti di Friedman nasceranno infatti da esperienze vissute in prima persona: coabitazione forzata di più nuclei familiari sfollati dalla guerra in un medesimo ambiente, residenza in alloggi temporanei per nuovi immigrati a basso costo etc.

 

Forse io non sono molto disciplinato, ma essenzialmente cre­do che la disciplina non provochi altro che un monopolio ingiu­stificato […] le varie materie accademiche cercano di ostacolare il linguaggio. Lo fanno per diverse ragioni, in alcuni casi per mantenere un monopolio o un sistema classista. (Intervista a Yona Friedman cit.)

 

Già in un libro di qualche anno fa (L’Univers erratique. Et si les lois de la nature ne suivaient aucune loi?, Presses universitaires de France, Paris 1994), Friedman affermava con decisione la necessità di una visione antropomorfica della fisica,dove la scienza e l’arte sono viste come attività creatrici prive di barriere fra loro, perché essendo fondate sull’osservazione e sull’intui­zione creatrice, comunicano entrambe una immagine del mondo. Eresia pura per i fisici tradizionalisti.

 

Più tardi, il filosofo della scienza Paul Feyerabend avrebbe abbracciato questo punto di vista mirando a una “scienza come arte” che, sulla base della libera costruzione della matematica pura (analoga in ciò alla produzione artistica), convenga a prendere congedo dall’idea di una «realtà» come stabile referen­te esterno, che questo o quel modello scientifico sareb­be in grado di descrivere più o meno fedelmente, a tut­to vantaggio di un pluralismo epistemologico.

 

Non abbiamo solo forme d’arte, ma anche forme di pen­siero, forme di verità, forme di razionalità e, appunto, forme di realtà. Dovunque ci volgiamo non riusciamo a trovare un pun­to d’appoggio archimedeo, bensì solo altri stili, altre tradizio­ni, altri principi d’ordine (Paul K. Feyerabend, Scienza come arte. Discussione della teoria dell’arte di Riegl e tentativo di applicarla alle scienze, 1981).

 

D’altro canto Heisenberg, sia nelle due conferenze del 1941 sia nel saggio che ne ricava subito dopo – Ordinamento della realtà –, partiva dal presup­posto del principio d’indeterminazione. In particolare nella relazione tra soggetto e oggetto della realtà: Hei­senberg aveva già dimostrato nel ’27, nonostante le per­plessità di Einstein – che peraltro si era posto il proble­ma della «immagine del mondo» del fisico teorico –, come ogni soggetto influenzi il proprio oggetto secondo “connessioni regolari”.

 

Seguendo nelle linee generali un’indicazione di Goe­the, Heisenberg nel ’41 ordinava gerarchicamente la realtà, suddividendola negli ambiti che si susseguivano senza soluzione di continuità e che si distinguevano non per gli oggetti ai quali si riferivano, ma per il tipo di connessioni che istituivano nei vari gradi della fisica, della chimica, della vita organica, della coscienza, in quello indicato come «simbolo e forma» e infine nell’ultimo grado, “le forze creative”.

 

Heisenberg intendeva così rimarcare la sua convin­zione secondo la quale il polo più importante nella nostra attività teorica non è costituito da ciò che ci sta di fronte (“oggetto”), ma dal modo in cui ne facciamo kantianamente esperienza.

 

Nel 1942 Heisenberg scri­ve: “Conoscenza è in ultima analisi nient’altro che ordine – non di ciò che è già disponibile in quanto oggetto della nostra coscienza o della nostra percezione, ma di qualco­sa che solo attraverso questo ordinamento diventa vero e proprio contenuto di coscienza o processo percepito”. In altre parole, secondo questa nuova Weltanschauung,in ogni problema non contano tanto gli oggetti quanto il processo secondo il quale il soggetto li determina.

 

Se si applica questo ragionamento all’architettura, la conseguenza è evidente: l’ordinamento della città anzi­ché organizzarsi per oggetti giustapposti – gli edifici –, deve piuttosto concentrarsi sui soggetti che li determi­nano, vale a dire gli abitanti. Il rapporto tra abitanti (soggetto) ed edifici (oggetto) quindi non è altro che un sistema di connessioni regolato da un processo che deve divenire il centro dell’attività architettonica. Lo stesso ragionamento potrebbe essere applicato all’arte.

 

Ed è proprio questo, a ben vedere, il filo rosso che attraversa l’intera opera teorica e progettuale di Yona Friedman fino a questo suo ultimo saggio. Gli oggetti architettonici in sé, la loro forma o anche l’aspetto pura­mente professionale dell’architettura sono sempre stati secondari, banalità per storici dell’architettura.

 

Manuel Orazi

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