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Ade Zeno, L’incanto del pesce luna

Detto un po’ all’ingrosso, il problema delle opere letterarie riconducibili alla categoria del fantastico sta in una domanda: quanto fantastico c’è qui dentro? Ce n’è quanto occorre, o ce n’è troppo? O magari troppo poco? Ovviamente non esiste un valore buono per ogni caso. A seconda del progetto d’insieme, la componente fantastica deve trovare la misura appropriata, il grado di incidenza che meglio valorizzi quella particolare invenzione. Gli eccessi producono facilmente effetti di stravaganza e gratuità, tanto più che la concorrenza dei media visuali complica alquanto la possibilità di competere sul terreno della pura inventiva. Insomma, il fantastico, comunque lo si voglia definire, è più che mai questione di equilibrio fra le componenti. Sbagliare le dosi può far sì che una bella idea venga sprecata. 

 

Questo non accade, diciamolo subito, con l’ultimo libro di Ade Zeno, che mi pare invece un ottimo esempio di fantastico ben temperato. La trovata immaginosa su cui la trama si regge è circoscritta; quasi tutto il resto è non dirò preso dalla realtà – e per certi aspetti dovremmo rallegrarcene – ma compatibile con l’assetto effettivo del mondo quale ci pare di conoscerlo. Il risultato è una storia avvincente e suggestiva, capace di catturare l’attenzione del lettore anche – giusta la tradizione del genere – tramite effetti raccapriccianti. L’incanto del pesce luna (Bollati Boringhieri, 2020, pp. 186, € 16,50) è uno dei libri più macabri che mi sia mai capitato di leggere: non solo perché comprende un numero cospicuo di decessi, parecchi dei quali causati da esplosioni di iperbolica ferocia, ma perché un’atmosfera mortuaria grava sull’intera vicenda, avvolge il tutto come una coltre di nebbia.

 

Il pensiero della fine è presente nel libro come una sorta di liquido, che dilaga colmando gli interstizi. E tuttavia la vicenda s’impernia su un’ostinata, disperata fiducia nella possibilità di sopravvivere; e c’è anche spazio per la dolcezza, per la tenerezza, per sentimenti positivi, che in questa luce – o meglio, in questa penombra – acquistano per contrasto un sovrappiù di pregio. Il titolo, che si richiama a un sogno del protagonista, è legato a una possibilità di salvazione; la nota conclusiva, che arriva al culmine di una deriva visionaria, sancisce il recupero di un legame che pareva estinto, e suona come una inattesa promessa per il futuro. Tant’è che si potrebbe perfino parlare, con cautela, di lieto fine; con l’avvertenza che a finire bene è solo una singola avventura, sul resto del mondo meglio non esprimersi. L’interesse dell’autore, peraltro, sembra puntare su una condizione esistenziale individuale molto più che sulla dimensione pubblica. 

 

Il protagonista si chiama Gonzalo, uno dei nomi più compromessi della storia letteraria italiana. L’implicito riferimento alla Cognizione del dolore si giustifica sia per l’importanza della dimensione luttuosa, sia per l’ambiguità dell’eroe, vittima di un evento traumatico e insieme scrupoloso, meticoloso carnefice. In breve, la situazione è questa. Gonzalo, che ha lavorato per molti anni presso un Tempio Crematorio ricoprendo con sensibilità e competenza il delicato ruolo di cerimoniere, ha accettato un nuovo impiego per poter garantire la miglior assistenza possibile all’adorata figlia Inés, che all’età di otto anni, causa una misteriosa malattia, è caduta in coma. Anche la nuova attività ha a che vedere con la morte, e (se vogliamo) con la domesticazione della morte; ma ora non si tratta di rendere il più sereno possibile il distacco dei familiari da un defunto, bensì di accompagnare ignari viventi al macello; nonché, a strage ultimata, di rimettere tutto in ordine.

 

 

 Il nuovo datore di lavoro di Gonzalo, infatti, è una potentissima e oscura società (a un certo punto chiamata «la Famiglia»), a capo della quale c’è la Signorina Marisol, già maliarda di straordinario fascino, ora anziana, fragile solo a intervalli, da sempre feroce cannibale. Gonzalo cerca finché può di tenere nascosta la propria attività alla moglie Gloria; quando lei ne è resa edotta, tronca ogni rapporto. A tenerli uniti è solo la frequentazione, a turni rigorosamente alterni e senza mai incontrarsi, della stanza ove giace inerte Inés. 

 

A completare il quadro dei personaggi, due figure femminili (l’infermiera Maylis e Camelia, la nipote prediletta della Signorina Marisol), e due coppie di figure maschili. La prima è formata dagli energumeni addetti al trasporto delle inconsapevoli prede, Zoran e Bardem (non interscambiabili, come risulterà alla fine); la seconda – virtuale – dal responsabile dell’intera organizzazione, tale Malaguti, e da quello che si rivelerà il suo avversario, il giornalista Adolfo Lentini. La narrazione si attiene al punto di vista di Gonzalo, alternando il piano degli eventi che accadono e il piano dei ricordi, dell’immaginazione, dei sogni. Chiuso nella sua dolente solitudine, il protagonista si abbandona spesso a ricordare il Gene Kelly di Singin’ in the Rain, quasi un’eco di paradisiaca spensieratezza utile a sopravvivere in un presente infernale. Più enigmatico è un altro fantasma che talvolta si presenta alla mente di Gonzalo: un animale preistorico, per la precisione uno pterodattilo, nel quale apparentemente convergono gli opposti connotati della mostruosità e della gentilezza.

 

Un dato rilevante, e in verità annunciato fin dal titolo, è la frequenza delle evocazioni zoomorfe. Gli umani scelti per soddisfare la pulsione antropofaga della Signorina Marisol – presentata a sua volta non come una perversione ma come la conseguenza di un’altra misteriosa malattia – sono tenuti, prima di entrare nella casa donde non usciranno vivi, a indossare maschere animali. Ogni volta che si reca a trovare la figlia, Gonzalo la saluta con il vezzeggiativo Pesciolina («Ciao Pesciolina. Papà è tornato»). Lo pterodattilo – forse la presenza più ambigua del romanzo – è quasi uno specchio del protagonista. Ma anche il mondo vegetale ha una sua presenza. L’acme della percezione luttuosa della realtà consiste forse nelle righe che prefigurano l’inevitabile fine delle piante del salotto, dopo il progettato abbandono clandestino della casa dove Gonzalo abita. Tutto è destinato a finire; e dopo non c’è nulla. «Miseri, sbalorditi mortali» recita un passo della prima pagina trascritto sulla copertina del volume: «Meritate di finire così. In fondo, lo meritiamo tutti».    

 

Per ovvi motivi mi asterrò dall’aggiungere dettagli sulla trama; basterà dire che nell’ultima parte del romanzo la dimensione avventurosa prende quota. La tenuta dell’opera dipende tuttavia da altro: in particolare, dalla plasticità metaforica dell’invenzione fantastica. Collaborare a sequestri ed eccidi per assecondare una coazione cannibalesca non è l’unica maniera di venir meno ai propri principi morali, a fronte di qualcosa che venga avvertito come una superiore necessità; per cogliere l’emergenza del mostruoso nella realtà che ci circonda non occorre immaginare stragi efferate o redivivi dinosauri; e la dedizione a una causa fin troppo giusta, fin troppo umana, può anche essere (o diventare) un alibi. Tutto questo per dire che L’incanto del pesce luna non è un romanzo «di genere»; è un romanzo e basta. Ed è un romanzo scritto con pregevole padronanza della scrittura: se non stupiscono le sicure cadenze dei dialoghi, data la vocazione drammaturgica dell’autore, il dato principale è la capacità di alimentare in ogni situazione il senso di un’atmosfera ossessiva, dove le voci si confondono e la narrazione tende a trascolorare nel monologo. O, se vogliamo, in uno pseudo-diario che si potrebbe intitolare «la coscienza di Gonzalo».

 

Ade Zeno è uno pseudonimo: evidentemente scelto – oltre alla possibile assonanza sveviana – perché ricorda insieme il mitologico regno dei morti, la fine dell’alfabeto, l’alfa e l’omega delle lapidi. Ma a dispetto della cupezza della storia, L’incanto del pesce luna è un romanzo più inquieto che triste: l’amarezza che lo pervade è animata da fremiti e sussulti che contrastano con le proteste di desolazione. Da questo punto di vista, il finale non tragico è molto più che un espediente compositivo: corrisponde a una visione delle cose che, per quanto dolente e quasi ostentatamente lugubre, rassegnata non è. Almeno, non ancora. 

 

Ade Zeno, L’incanto del pesce luna, Bollati Boringhieri, 2020, pp. 186, € 16,50.

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