Andrea Pomella, I colpevoli

«Nelle pagine che sto per scrivere troverai cose che non hai mai saputo. Riguardano ciò che stiamo vivendo ora e ciò che abbiamo vissuto in un tempo remoto. Perché non sempre si sa ciò che si è vissuto. Quel che una volta era vita concreta, oggi è una sostanza fragile e vaga, impalpabile come la neve in un globo di vetro».

Lo scrittore argentino Rodrigo Fresán a un certo punto del meraviglioso romanzo La parte inventata (Liberaria 2019, trad. Giulia Zavagna) scrive «La parte inventata che non è, mai, la parte disonesta, anzi è la parte che trasforma davvero qualcosa che è semplicemente accaduto in qualcosa così come doveva accadere.» È una frase alla quale ripenso spesso, non solo rispetto alla narrativa, ma a tutta la letteratura e, di recente, trovo che quel concetto si applichi perfettamente ai memoir. La scrittura autobiografica – lo scrivere di sé – negli ultimi anni ci ha regalato libri belli e convincenti, basti pensare a tutta l’opera di Annie Ernaux, a Olivia Laing, al recentissimo libro di Ocean Vuong, a Ben Lerner e agli italiani Cristiano de Majo, Claudia Durastanti, Michele Mari (almeno per Leggenda privata) e Andrea Pomella. 

 

Qui ci occupiamo di I colpevoli di Andrea Pomella, uscito da pochi giorni per Einaudi. È proprio il modo in cui lo scrittore romano trasferisce la memoria, il vissuto, sulla pagina scritta che mi ha fatto pensare a quella frase di Fresán. Anche il memoir, come la narrativa tradizionale, ha bisogno di una parte inventata, perché il fatto così come è accaduto non ha ancora alcun valore letterario, ma con quella aggiunta – che non è altro che un composto di linguaggio, scelte sintattiche, descrizioni, dialoghi e coraggio – la vicenda si trasforma da come è accaduta a come doveva accadere, da vera a verosimile, finalmente scritta. Qui, in questo salto, stanno il lavoro letterario e la bravura di uno scrittore. Sia nel libro precedente L’uomo che trema (Einaudi 2018) che in I colpevoli, Pomella riesce nell’operazione: ciò che arriva al lettore è un’opera rilevante, contemporanea, a prescindere dal fatto che alla sua origine ci sia la biografia dello scrittore. Ci troviamo dinanzi a quella cosa che chiamiamo letteratura.

 

«Ricominciamo da zero, come due esploratori delle terre vergini. Tu hai sessantotto anni, io quarantaquattro. Sono solo numeri, ma il nostro è stato un cataclisma di portata massima, e in questi casi i numeri, meglio di ogni altra cosa, rendono l’idea del lavoro di ricostruzione che c’è da fare».

 

Padre e figlio si ritrovano dopo 37 anni di silenzio, non si sono visti, non si sono scritti. Con una lettera il figlio scelse di abbandonare il padre. Padre che aveva lasciato sua madre, la sorella e lui per un’altra donna. Il figlio per 37 lunghi anni non vuole più saperne, non vuole notizie, non vuole contatti. Una frattura profonda, un dolore primario – chi ha letto L’uomo che trema conosce le ferite, le lacerazioni, che quell’assenza ha provocato. Con quella lettera il bambino scende in guerra col padre, lo si legge nelle prime folgoranti battute di questo libro. I colpevoli è il racconto della ricostruzione del padre, di un rapporto, di una confidenza. C’è una persona da ricostruire e poi un legame che si baserà su quello che c’è stato prima della battaglia e da lì in avanti, ma anche su quel vuoto, quel tempo in cui due vite sono andate per la loro strada, cresciuto il figlio, invecchiato il padre, diventato padre il figlio, nonno il padre. Questo libro è una lettera al padre, mentre ricomincia una frequentazione, quel poco che l’uno sa dell’altro deve bastare. Sono i primi tentativi di riconoscere le somiglianze.

 

«Ogni cosa accade per la prima volta. Ma il divario mi opprime, senza darmi modo di vivere né l’una né l’altra».

 

 

Il narratore racconta il tempo presente fatto della sua vita con la moglie e il figlio, di un nuovo lavoro, dei conti ancora da fare con la depressione, con il malumore, la cupezza di certe giornate. Il nuovo presente tra incontri e messaggi col padre. Un presente non sempre sereno con desideri di fuga, anche se non si sa mai bene da cosa si voglia fuggire. Si torna indietro sui banchi di scuola, nella borgata di Roma dove tutto è cominciato. Ci sono le corse in bicicletta, il ruolo di portiere che l’autore si scelse sul campo da calcio. Tutta la storia di una famiglia con un pezzo che se ne è andato altrove, come quando si tira via un volto da una fotografia. C’è la musica terreno comune tra padre e figlio. C’è il giardinaggio, il mestiere del padre e la voglia di imparare ad aver cura delle piante da parte del figlio. C’è Jeff Buckley e la sua morte, c’è suo padre Tim, quelle due voci incantevoli, il peso di Tim sulla vita di Jeff. C’è la lettera al padre di Kafka, quella scritta cent’anni prima da Leopardi al padre Monaldo. Lettere meravigliose e durissime, lettere con le quali Pomella si misura, da cui trae spunto e delle quali ci parla. Questo libro è perciò molte cose. Soprattutto è un libro sul tradimento, sulla colpa e sul perdono. L’autore è stato tradito, nel libro è scritto con chiarezza che è nel destino del padre tradire il figlio. C’è un momento importante in cui il protagonista sente questa cosa, la avverte e dice «Non posso farlo». È una storia che non si vergogna di nominare la felicità, di cercarla; è una storia che porta in dono ai protagonisti prima e ai lettori dopo una sorta di benedizione.

 

«In ogni circostanza al cospetto di chiunque; io sono alla ricerca continua del tradimento di un padre, di un qualsiasi padre».

 

L’autore costruisce un ponte, lo attraversa mentre suo padre arriva dall’altra parte. Il vuoto sotto è tutto quello che non è stato, che non potrà mai essere recuperato. Non c’è alcuna certezza, solo la voglia di andare, ognuno con quello che è diventato, nella stessa direzione. Insieme.

 

Ho letto le prime bozze di I colpevoli a ottobre, mi era stato chiesto di presentare Andrea Pomella e la sua nuova storia, in anteprima, a Pistoia a L’anno che verrà. È bello mettere le mani nel lavoro degli altri prima che questo sia concluso, è una questione di fiducia, l’autore e l’editore si affidano a qualcun altro, lasciano che questi entri là dove tutto ancora può essere modificato, in un memoir questo rischio (e la fiducia che ne consegue) è ancora maggiore. Il giorno dell’uscita ho letto il libro finito e ho provato una sensazione di sorpresa e sgomento, quasi come se di questa storia non sapessi nulla. 

 

Alla seconda lettura sono stato più accorto e ho capito meglio qual è stato il peso della scelta del bambino di 37 anni fa, qual è la forza che dev’esserci per ricominciare, per riaprire una porta, riconoscere tutte le somiglianze, fare ammenda delle mancanze, non dirsi ancora niente, mentre quel niente è già diventato qualcosa.

 

«Ecco la felicità: una cosa dolorosamente imperfetta di cui riusciamo a intuire appena la perfezione.»

 

Andrea Pomella ha il dono di saper scrivere bene. È chiaro che questo dono da solo non basta, ci vogliono studi e determinazione per ottenere risultati notevoli come ne I colpevoli.

 

Nell’incipit di In questa luce (Einaudi 2013), Daniele Del Giudice scrive: «Eccomi qui, davanti al foglio bianco. Quante volte, dalla prima? Quante volte ancora, fino all’ultima? Non son balle, scrivere è difficile. Per tutti.» Sì, è difficile ancora di più quando devi prendere te stesso, la tua vita, quella dei tuoi cari e trasformarla in racconto, in storia che altri leggeranno. Si deve credere molto al potere della letteratura per puntarci così tanto, per puntarci tutto.

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