Annie Ernaux rompe il tabù dell’aborto

Da oggi è possibile acquistare il nuovo ebook della collana starter di doppiozero, dedicato a Annie Ernaux: Alice Figini, Una scrittura fotografica del Reale.

 

Un libro sull’aborto pubblicato nel 2019 non dovrebbe più creare scandalo, o perlomeno non dovrebbe sollevare critiche, perplessità, dichiarazioni reticenti. Eppure l’argomento oggi viene ancora taciuto, oppure diluito in titoli melensi che pongono l’essere madri al primo posto trasformando opportunamente «un libro sull’aborto» in «un libro contro l’aborto». Privarsi della maternità viene tuttora percepito come un «errore», un «dramma», nel migliore dei casi «un sacrificio».  L’aborto in Italia oggi risulta ancora ammantato da un alone di vergogna, come dimostrano i titoli fuorvianti posti dalle principali testate giornalistiche nazionali alle recensioni dell’ultimo libro di Annie Ernaux pubblicato dall’Orma editore, L’evento. «Dopo l’aborto ho desiderato essere madre» si legge scritto a caratteri cubitali sopra una foto di Ernaux in bella mostra. Parole in realtà mai pronunciate dalla scrittrice, per la quale l’unico vero senso di colpa consiste piuttosto nel «non aver mai raccontato» la drammatica esperienza vissuta quando era una giovane studentessa all’università di Rouen.

 

Attraverso la scrittura, ancora una volta, Annie Ermaux si immerge nel suo passato e lo traduce con magnificenza in un racconto collettivo.  Compito di questa narrazione è proprio narrare la «storia segreta», l’Evento per l’appunto, privandola una volta per tutte dello stigma sociale di vergogna che l’ha accompagnata per una vita intera. Ne risulta un’opera breve ma densissima, che si legge d’un fiato, e restituisce con precisione le sensazioni provate da una ragazza di ventitré anni che, nella Francia del 1963, cerca disperatamente una soluzione per liberarsi di una gravidanza indesiderata.

Ernaux rompe il silenzio sull’argomento e lo fa senza preoccuparsi di indorare la pillola: racconta la realtà dell’aborto in ogni sua implicazione, sociale e psicologica, e soprattutto senza alcuna censura: viene descritto con la consueta «écriture plate» di chirurgica efficacia il sangue, l’emorragia, il raschiamento, in una narrazione che corre a briglie sciolte verso il finale, a tratti cruda, ma senza dubbio necessaria. 

 

Migliaia di ragazze sono salite lungo una scala, hanno bussato a una porta dietro la quale c’era una donna di cui non sapevano nulla, a cui stavano per consegnare il proprio sesso e il proprio ventre. 

 

I passi incerti compiuti dalla giovane Annie si trasformano così nel cammino percorso da migliaia di altre donne, dando luogo a una sorta di marcia collettiva; la stessa descritta nel capolavoro Gli anni, in cui Ernaux descrive le proteste a favore della legalizzazione della legge sull’aborto negli anni ’70: «Ci dicevamo che stava a noi fermare la morte rossa delle donne per la prima volta dopo millenni». Tematizzando l’aborto in letteratura, Ernaux ha parlato a nome di tutte le donne trascendendo il proprio vissuto privato nell’universale.

 

Ernaux scrive L’Evénement nel 1999, esattamente trentasei anni dopo quella terribile notte trascorsa allo studentato in un bagno di sangue, in bilico tra la vita e la morte. Il libro viene pubblicato da Gallimard nel 2000, quando l’aborto è ormai stato legalizzato in Francia da diversi anni: la legge Veil venne approvata dal Parlamento francese nel 1975, l’intenzione di Ernaux non era quindi di scrivere un libro “militante” o di innescare una mobilitazione. Per anni ha portato dentro di sé il ricordo di quell’evento come «una cosa sacra» e giunta sulla soglia della sessantina capisce che il maggiore senso di colpa che prova al riguardo consiste nel non averne mai fatto parola, nel non averne mai scritto.

 

Ho cancellato l’unico senso di colpa che abbia mai provato a proposito di questo evento, che mi sia successo e non ne abbia mai fatto nulla. Come un dono ricevuto e sprecato. 

  

Un accenno all’esperienza vissuta venne fatto, in realtà, già nel primo romanzo della scrittrice francese, Gli armadi vuoti, che si apre significativamente proprio sulla scena innominabile di un aborto. Nella sua opera prima Annie Ernaux parlava in terza persona, affidando la narrazione a un personaggio di finzione, l’alter ego Denise Lesur. L’aborto rappresenta l’evento spartiacque nella vita di Denise, che segna il discrimine tra l’infanzia e l’età adulta e avviene in modo brusco, repentino, come una lacerazione. 

 

Un calore strano, veloce come l’aprirsi di un fiore, si espande dal basso ventre. Una violacciocca infetta. Non è proprio un dolore, ma uno stadio appena precedente, un dilagare ovunque che sbatte contro le anche e muore all’altezza delle cosce.

 

Opera di Inès Longevial.


Si apre così il primo romanzo di Annie Ernaux, narrando l’indicibile con un linguaggio diretto, a tratti osceno, dal quale sembra fuoriuscire una sorta di brutalità. Gli armadi vuoti è un libro pervaso da una rabbia fredda – a tratti sembra un urlo sommesso – una forma di ribellione; uno stile che appare molto diverso dalla narrazione contenuta in L’evento, un lucido diario-testimonianza in cui emerge la voce di una Annie matura, che riflette con distacco sui fatti, giudica senza pietà persino se stessa, quella ragazzina sperduta e disperata che vaga senza meta per le strade determinata a riappropriarsi autonomamente del proprio corpo.

 

Nelle intenzioni dell’autrice, L’evento rappresenta una preziosa testimonianza storica: non sono presenti riflessioni etiche in questo libro, non vi è senso di colpa, nessun riferimento al significato della maternità in quanto tale. Riga dopo riga Ernaux trascina il lettore in una girandola di disperazione, portandolo a sentire sulla propria pelle l’angoscia vissuta da quella ragazza che cammina ansiosa in un inverno incombente, accompagnata dalle note falsamente allegre del ritornello “Dominique nique nique”, canzone che poi si rivelerà tragica nonostante l’apparente giovialità da filastrocca. La giovane Annie sembra a un passo dalla perdizione, ossessionata dalla necessità di abortire e riprendere il controllo su se stessa. 

La centralità del corpo è fondamentale in questo romanzo, è un libro soprattutto fisico, dal quale ogni astrattismo sembra essere bandito. La protagonista racconta di non essere più in grado di «appropriarsi delle parole», di non riuscire a scrivere la tesi, come se l’esperienza della gravidanza l’avesse strappata all’Olimpo intellettuale degli studi trascinandola nella bassezza di un mondo corporale, animale, nel quale l’istinto viene al primo posto. Proprio di questa corporalità si nutre l’angoscia che pervade ogni pagina, la ritroviamo riflessa in ogni frase, in ogni pausa, persino nelle elissi temporali: è il corpo a prendere il sopravvento e, in particolare, la necessità della donna di affermare un diritto sul proprio corpo.

 

Ernaux asciuga la scrittura fino a ridurla all’osso e in questo apparato essenziale – magistralmente tradotto da Lorenzo Flabbi, che restituisce il ritmo perfetto della narrazione – scopriamo una stretta aderenza al reale: sembra di vedere con chiarezza la giovane Annie che vaga per Parigi in una sera fredda di novembre, di percepire la sua angoscia esistenziale, il suo dolore senza scampo. 

Attraverso L’evento la scrittrice smaschera tutte le ipocrisie della società di allora, che a ben vedere sono le stesse della società di oggi. Le inopportune frasi dei medici, che pur consapevoli della situazione della ragazza, le negano ogni aiuto nascondendosi dietro cliché che colpiscono come uno schiaffo: «I figli dell’amore sono sempre i più belli»; salvo poi guardarla con tacita ammirazione a fatto compiuto e affermare sottovoce: «perché sei andata fino a Parigi? Potevi farlo benissimo qui». Nessuno vuole macchiarsi le mani, eppure tutti sono a conoscenza dei metodi clandestini utilizzati dalle mammane, le cosiddette «fabbricanti d’angeli» che aiutano le ragazze ad abortire dietro il pagamento di un lauto compenso.

 

Esiste la legge ed esistono al contempo milioni di modi per aggirarla, nota Ernaux. «E come al solito, era impossibile determinare se l’aborto era proibito perché era un male, o se era un male perché era proibito. Si giudicava in base alla legge, non si giudicava la Legge,» il libro ci consegna questa domanda posta sotto forma di dubbio.

Una questione che ancora interroga le coscienze e sgomenta nella sua attualità, specialmente nel nostro Paese dove – forse a causa della forte influenza cattolica – il numero dei medici obiettori di coscienza raggiunge cifre inaudite. Nell’Italia “evoluta” del 2019, in cui l’aborto grazie alla Legge 194 dovrebbe essere un diritto acquisito da più di quarant’anni, ci sono ancora donne che per abortire sono costrette a cambiare regione, oppure ad agire clandestinamente tramite sotterfugi. Le storie delle mammane «fabbricanti d’angeli» e dei decotti casalinghi per favorire l’aborto non sono poi così lontane nel tempo; solo nel 2017 sono stati stimati oltre 50 milioni di aborti clandestini nel mondo, un dato soaventoso. Ecco perché la pubblicazione di un libro come L’evento appare quanto mai necessaria oggi. 

In un passaggio particolarmente incisivo della storia, Ernaux effettua un parallelismo audace paragonando l’attività clandestina delle mammane a quella degli scafisti:

 

Si perseguitano gli scafisti, si deplora la loro esistenza come trent’anni fa quella delle mammane. Non si mettono in discussione né le leggi né l’ordine mondiale che ne determinano l’esistenza. E ci dovranno pur essere, tra i traghettatori clandestini di oggi, come fra le ostetriche clandestine di ieri, alcuni che sono più affidabili di altri. 

 

In questo senso, il libro scritto da Ernaux è anche un romanzo politico. Nulla ferma i migranti nella loro traversata alla ricerca della salvezza, proprio come nessuna legge o obiezione di coscienza può impedire alle donne di liberarsi di una gravidanza indesiderata. Il paragone tra queste due realtà – quella dell’aborto e quella della migrazione – sembra appaiare due diversi livelli di disperazione e impotenza. 

Non si esce indenni da questa lettura. La scrittura è più affilata di un bisturi e incide a fondo i pensieri suscitando diversi interrogativi. Annie Ernaux fa della letteratura il proprio testamento pubblico e lo affida ai lettori provocando una immediata scarica di empatia: tutti noi siamo chiamati a giudizio, insieme alla nostra coscienza, e allo stesso tempo nessuno può arrogarsi il privilegio di giudicare.

Nella voce di Annie si leva un coro di voci, quelle di tutte le donne che hanno attraversato l’inferno nel tentativo di abortire, e tuttora si portano appresso le conseguenze psicologiche di quel cammino infernale. La società pone uno stigma su quello che oggi dovrebbe essere considerato un diritto inviolabile: la facoltà delle donne di poter disporre liberamente del proprio corpo. Solo il potere testimoniale della letteratura può finalmente diffondere questa consapevolezza: che l’aborto non è un «dramma» né «uno sbaglio» né tantomeno «un sacrificio», ma una scelta da compiere in assoluta libertà. Scrivendo questo libro Annie Ernaux ha dissolto l’ultimo tabù della vergogna femminile.   

 

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Opera di Inès Longevial.

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