Breve storia dell'elefante

Nessuno dei mammiferi presenti sul Pianeta appare così strano, inconsueto e arcaico come l’elefante. Se lo si osserva da vicino si comprende immediatamente che proviene da un mondo scomparso, e che perciò costituisce un reperto vivente di qualcosa di remoto, di ignoto, e tuttavia di esistito. Appartiene alla famiglia degli Elefantidi, l’unica dell’ordine dei Proboscidati; due sono i generi: Loxodonta, che vive in Africa, e Elephas, stanziato in Asia. Si tratta dei più grandi Vertebrati viventi sulla faccia della Terra. Non è solo l’altezza – supera i 4 metri – o la stazza – va oltre le 10 tonnellate –, ma la proboscide che colpisce: vi si fondono il labbro superiore e il naso, così che può afferrare gli oggetti e aspirare acqua, per poi spruzzarla con un getto violento. Inoltre le sue orecchie sono enormi: costituiscono il radiatore dell’elefante, poiché disperdono il calore in eccesso. Infine le zanne, che fungono da strumento di lavoro e di offesa, ricercate sin dall’antichità: l’avorio come oro bianco.

 

Ci sono altre cose che i naturalisti raccontano di questo animale che ha sempre attirato l’attenzione degli esseri umani: piange, veglia i compagni morti, possiede una grande memoria, è capace di forti sentimenti: coraggioso, fedele e affettuoso. In India, paese da cui proviene, è considerato un essere divino: il dio Ganesa, corpo umano e testa d’elefante. La storia di questo dio riguarda il pudore di una donna, Parvati, disturbata dal marito, Siva, che di continuo si reca a vederla mentre si immerge nuda nelle acque. Creato da Parvati attraverso la creta presente sul suo corpo, il giovane Ganesa viene messo a custodire il bagno della madre. Ma Siva irritato dalla sua presenza lo decapita. Addolorata dalla perdita del figlio Parvati minaccia il marito, il quale non trova di meglio che farsi portare la testa del primo essere vivente addormentato. Sarà un elefante, per cui il capo mozzo viene innestato sul corpo di Ganesa. Gli elefanti sono vegetariani – graminacee, cortecce, radici, frutti –, dal momento che non mangiano altri esseri viventi. Le storie che riguardano gli dei nell’India antica sono complesse e intricate, e Ganesa non fa eccezione. Tra le sue prerogative c’è anche quella di aver scritto il Mahabharata, il poema epico indiano sotto dettatura; per fare questo dovette rinunciare a una zanna, che utilizzò come pennino per portare a termine il compito che gli era stato attribuito. Nonostante la loro mole e stazza gli elefanti del ramo indiano dormono poco e si spostano continuamente alla ricerca di cibo. Per quanto si raggruppino con altri, esistono molti elefanti solitari. Il parto avviene dopo una gestazione che dura ventidue mesi, e l’elefantino uscito dalla madre è alto almeno un metro e pesa un quintale. Si ritiene che la sua comunanza con l’uomo risalga a 4.000 anni fa, ma questo non significa che appartenga alla categoria degli animali addomesticati: è difficile che si riproduca in cattività; nonostante ciò può essere ammaestrato e sottostare agli ordini dell’uomo.

 

La sua guida si chiama cornac, istruttore e conducente, figura che vive in una sorta di simbiosi con l’animale nutrendolo e assicurandogli un’assistenza quasi continua. Questo mestiere è sempre meno diffuso nel continente asiatico, perciò si va perdendo l’antica tecnica fondata sulle azioni dei piedi, usando alluci e talloni, con cui il cornac indica all’elefante cosa fare. Gli elefanti appartengono alla storia umana da molti secoli anche per via del loro uso militare. Alessandro Magno nella sua marcia attraverso il continente asiatico dovette affrontare lo schieramento di questi pachidermi messi in campo da Dario III, e successivamente quelli del re indiano Poro, che ne aveva ben duecento da usare in battaglia contro i nemici. L’elenco delle guerre in cui gli elefanti figurano, spesso con alterne vicende, nel mondo antico è assai lungo: a Benevento i romani contro gli elefanti di Pirro, re dell’Epiro (275 a.C.); sul Metauro Asdrubale affronta i romani con il loro aiuto (207 a. C.); a Ipso in Frigia Seleuco I schiera cinquecento elefanti ricevuti da un principe indiano e sconfigge i suoi avversari (301 a.C.). Dopo i cartaginesi anche i romani imparano a usarli, anche se la storia più nota e celebrata resta quella di Annibale, che attraversa le Alpi con almeno cinquanta elefanti e vince i romani sul Trebbia (218 a.C.). Non c’è libro di storia delle elementari o delle medie che non celebrasse con un’illustrazione, sino a qualche tempo fa, il passaggio delle montagne magari innevate, per rendere il tutto più esotico. Dopo le guerre puniche l’elefante diventò a Roma un oggetto da parata o utilizzato per i combattimenti del circo, per quanto, a dispetto del suo aspetto possente e terribile, l’elefante sia in fondo un animale delicato e fragile, che mal sopporta i cambi di clima e le trasformazioni dei suoi ritmi di vita: è molto abitudinario. Tra tutti i viaggi che gli elefanti hanno fatto dall’Africa e dall’Asia per arrivare in Europa, il più famoso è probabilmente quello compiuto da Abul Abbas, animale che il califfo di Bagdad, Harun al-Rashid aveva inviato a Carlo Magno su richiesta dell’imperatore franco. Uno storico, Giuseppe Albertoni, ha ricostruito in un recente libro, L’elefante di Carlo Magno (il Mulino, pp. 180), la storia di Abul Abbas, dalla richiesta fatta dall’imperatore, ai viaggi necessari per recarsi a prelevarlo e portarlo ad Aquisgrana, sede della sua corte.


L’arrivo dell’elefante sul territorio italiano è successivo all’incoronazione imperiale di Carlo, avvenuta nell’800.  Nell’estate dell’802 un ebreo di nome Isacco porta infatti all’imperatore i doni provenienti da Bagdad, tra cui l’elefante. Le fonti che raccontano questa vicenda non sono chiarissime, tuttavia Albertoni ha ricostruito prima il tragitto compiuto da Isacco verso la Siria e poi quello, ben più difficile, in compagnia dell’animale trasportato per nave solo per un breve tratto. Nell’andata Isacco era accompagnato da Lantfrido e Sigismondo, di cui si sa ben poco, forse erano un diacono e un sacerdote; tuttavia morirono nel viaggio di andata verso Gerusalemme durato pare tre anni e mezzo. Partiti dall’attuale Mestre, attraversarono l’Adriatico, giunsero a Gerusalemme e poi si mossero verso Bagdad. Rimasto solo, Isacco decise di prendere la strada che conduceva alla Tunisia in compagnia dell’elefante. La complessità della spedizione fu determinata dal fatto che Abul Abbas pesava cinque tonnellate e gli occorrevano ogni giorno ottanta chili di cibo e cento litri d’acqua. Sul suo tragitto effettivamente percorso insieme con l’animale ci sono varie ipotesi e l’autore del libro avvalora quella via terra, che attraversa la costa affacciata sul Mediterraneo, dall’Egitto all’attuale Tunisia, toccando due diversi califfati allo scopo di evitare la flotta bizantina. Il viaggio via mare sarebbe quello, ben più breve e forse meno periglioso, da Tunisi a Porto Venere, dove arrivò nell’ottobre dell’801. La città ligure fu poi il punto d’approdo di un’altra spedizione di animale. Nel 1515 Manuele I, re del Portogallo, fece recare a papa Leone X un rinoceronte, animale del tutto sconosciuto in Europa. Partita da Lisbona la nave fece naufragio davanti agli scogli di Portovenere e l’animale incatenato, pur tentando di nuotare, annegò. Il rinoceronte è però sopravvissuto, almeno in effigie, dal momento che fu proprio lui che Dürer effigiò in un disegno a inchiostro del 1515: rinoceronte catafratto desunto da un disegno che un ignoto artista mandò all’artista tedesco, che mai lo vide dal vero.

 

La carcassa dell’animale fu comunque spedita a Roma dove già c’era un altro elefante, Annone, morto dopo qualche tempo nel 1516, come racconta Agostino Paravicini Bagliani in Il bestiario del papa (Einaudi). Per restare ad Abul Abbas, l’imperatore era in terra italiana quando questi sbarcò a Porto Venere. Carlo Magno sostò a Ravenna, città a cui era particolarmente legato, poi passò a Pavia, che dopo la fine del regno longobardo era pur sempre la capitale di quello che veniva ora chiamato regnum Italiae. A causa dell’inverno Isacco con l’elefante svernò a Vercelli: il passo era innevato. In giugno l’imperatore varcò il Gran San Bernardo e se ne tornò in Gallia, ovvero ad Aquisgrana, da dieci anni la sua sede, seguito a distanza da Isacco e dall’elefante che avanzavano con più lentezza. Sul percorso intrapreso dall’uomo di fiducia di Carlo Magno, e dal pachiderma che recava in dono, non c’è concordia se un illustre studioso di storia della simbologia medievale, Michel Pastoureau, in un libro assai considerato, Bestiari del Medioevo (Einaudi), sostiene che Abul Abbas fu rimbarcato su una nave e spedito a Marsiglia, dove avrebbe risalito la valle del Rodano e della Saona, per passare per la Lorena e far sosta a Metz. La cartina proposta da Albertoni passa per il medesimo passo varcato dall’imperatore, poi si dirige a Langes quindi si biforca proponendo due diversi itinerari: Reims o Metz: l’arrivo è sempre ad Aquisgrana al palazzo e al serraglio che Carlo Magno aveva fatto costruire. Perché l’imperatore aveva voluto l’elefante tanto da chiederlo al califfo? Albertoni sostiene che il suo progetto era quello di costruire uno zoo regio a somiglianza del Paradiso terrestre e per completarlo gli serviva proprio un elefante, che nella zoologia sacra cristiana poteva rappresentare Adamo. Era insomma un animale degno di un imperatore.

 

L’importanza dell’elefante è testimoniata anche dal restauro effettuato dal re goto Teofrasto nei primi decenni del secolo VI della sequenza di elefanti in bronzo che accoglievano coloro che entravano a Roma attraverso la Via Sacra, percorso destinato all’arrivo trionfale degli imperatori. Una riproduzione di questi animali era presente pure nel Grande Palazzo imperiale a Costantinopoli, dove si trovavano, ricorda Albertoni, dei celebri mosaici di fine VI secolo, che rappresentavano l’elefante indiano, quello africano e un combattimento tra l’elefante e un leone. Legato quindi al potere regale, diventa un dono prezioso per le teste coronate se, come ricorda Pastoureau, presso la Torre di Londra, oggi sito dei corvi della Regina, c’era all’epoca di Enrico III, a metà del XII secolo, un altro elefante, ricevuto dal re di Francia che l’aveva avuto dal sultano d’Egitto. Come recano le cronache questo animale andava tutti i giorni a fare il bagno nel Tamigi insieme a un orso bianco, dono invece del re di Norvegia. Nel medioevo al pachiderma africano o asiatico erano attribuite tutte le virtù possibili: castità, carità, coraggio, pazienza, bontà, onestà, generosità, senso di giustizia, oltre a intelligenza e forza (Pastoureau). Il suo più acerrimo nemico nei bestiari medievali è il drago. Anche il mondo islamico riservava a questo pachiderma un ruolo. Alla sura 105 del Corano, intitolata L’elefante, si parla di una spedizione guidata dal governatore etiopico dello Yemen di religione cristiana contro i credenti della Mecca, da lui reputati pagani. Alla testa del suo esercito c’è un elefante enorme che però davanti alla Mecca si ferma irremovibile, mentre i soldati muiono per una epidemia simboleggiata nei versi coranici dalla caduta di pietre gettate da strani uccelli.

 

In un altro libro, apparso qualche anno fa, Paolo Mazzarello, studioso di storia della medicina alla Università di Pavia ha raccontato la storia di un altro elefante arrivato in Francia dal Bengala nel 1773, dopo una traversata per mare durata a lungo: era destinato a un altro zoo reale, quello di Luigi XV. A trasportarlo dall’India alla Francia aveva provveduto Jean-Baptiste Chevalier, uomo d’azione, membro della Compagnie des Indes, l’organizzazione francese che monopolizzava i traffici nelle colonie orientali. Chevalier procurava al re del suo paese animali esotici per il suo serraglio, la ménagerie di Versailles.

 

Salvador Dalì, La tentazione di Sant'Antonio.


La storia di questo viaggio è raccontata da Mazzarello in L’elefante di Napoleone (Bompiani, pp. 179); per compierlo venne assoldato un cornac di nome Joumone, che si prese cura dell’animale nel viaggio dall’India, un compito che comprendeva anche il tragitto dallo sbarco fino alla capitale: quindici chilometri al giorno. Lungo la strada fu accolto da una folla sbalordita dalle forme e dalle dimensioni del pachiderma. Un altro viaggio di questo animale attraverso il nostro continente è stato raccontato in forma narrativa da José Saramago nel 2008 nel romanzo Il viaggio dell’elefante (Feltrinelli). A metà del XVI secolo, nel bel mezzo della riforma luterana, Joao III, re del Portogallo, su consiglio della moglie Caterina d’Austria, dona all’arciduca Massimiliano, reggente di Spagna, un elefante di nome Salomone giunto dall’India, che a Lisbona non fa che stupire le folle con il suo ritmo: mangiare e dormire. La carovana composta dal quadrupede e dal suo cornac, Subhro, va dalla capitale portoghese a Valladolid dove si trova Massimiliano, quindi a Vienna passando per Genova, Verona, Padova e Innsbruck. Il racconto ironico allestito dal premio Nobel è il ritratto di un’epoca avviata verso le guerre di religione.

 

Alla fine tutti questi meravigliosi animali finiscono miseramente lontano dalle terre dove sono nati, in fredde lande nordiche, cui non sono adatti, e immalinconiti. Abdul Abbas fu probabilmente portato da Carlo Magno in un campo di battaglia. Fonti certe al riguardo non ce ne sono. L’imperatore si spostò per combattere i normanni sbarcati in Frisia. Spostato da Aquisgrana a Lippeham, distante centocinquanta chilometri, attraversò probabilmente il Reno, ma dopo otto anni in quel clima per lui non congeniale, morì. Si ritiene che probabilmente si contagiò con l’epidemia di afta epizootica o peste bovina che infuriava in quella zona o nella residenza di Carlo Magno, malattia che si trasmette anche agli elefanti. L’elefantessa portata a Versailles nel settembre del 1782, di cui racconta Mazzarello, ruppe le catene con cui era stata legata e cercò di fuggire. Sfondò la porta e se ne andò. Purtroppo trovò un canale nel parco reale e, non si sa come, ci finì dentro e annegò, cosa curiosa visto che poteva respirare con la proboscide. Una morte misteriosa e strana. La sua sagoma tassidermizzata fu poi donata da Napoleone Buonaparte al Museo di storia naturale di Pavia fondato da Lazzaro Spallanzani, da cui deriva il titolo del libro: L’elefante di Napoleone: una storia nella storia. Anche l’elefante narrato da Saramago fece una brutta fine: due anni dopo la sua marcia trionfale per l’Europa, in inverno naturalmente. Era il dicembre 1553. Davvero sarebbe stato meglio che tutti questi elefanti, come molti altri meno noti e studiati, fossero rimasti nelle foreste dell’India o nelle savane dell’Africa, ma così non fu neppure nei secoli seguenti. 

 

Non bisogna infatti dimenticare che gli elefanti sono passati dai recinti delle residenze regali ai parchi zoologici e alle piste dei circhi nel corso dell’Ottocento. Nella sua autobiografia, un tempo uno dei libri più venduti e letti nel mondo anglosassone, Phineas Taylor Barnum (1810-1891), l’imprenditore americano, creatore dei più famosi spettacoli circensi del mondo, racconta come si sia procurato uno dei più celebri elefanti di tutti i tempi, Jumbo, personaggio entrato nella leggenda, e protagonista di libri e cartoni animati (una sintesi degli scritti di Barnum è stata tradotta di recente in italiano con il titolo di Battaglie e trionfi, a cura di Andrea Asioli, Sellerio editore). Nel febbraio del 1882 lo spettacolo dell’imprenditore americano, figlio di un sarto, comprendeva già ventidue elefanti. Uno di questi, Regina, partorì un piccolo. Era il secondo elefante nato in cattività sul suolo americano ed europeo. Fu chiamato Bridgeport. Nel marzo fu inaugurato il Grande Spettacolo di Barnum presso il Medison Square Garden di New York e, come se fossimo ai tempi di Carlo Magno, il corteo degli elefanti attraversò la città per il beneficio degli astanti che corsero a vedere l’elefantino: “un corteo stradale illuminato che eclissò ogni altra simile esibizione mai allestita in America”, scrive Barnum. I posti furono ben presto esauriti e si dovettero respingere moltissime persone. Ma evidentemente non era soddisfatto. Aveva in mente un altro elefante.

 

Da tempo mirava di possedere Jumbo, il più grande elefante mai visto, come scrive, sia tra quelli selvaggi sia tra quelli addomesticati. Si trovava nei Giardini Zoologici Reali di Londra e godeva del favore della Regina Vittoria. In un viaggio in Europa alla ricerca di novità per il Grande Spettacolo – Barnum nella sua autobiografia non usa al riguardo il temine circo – un suo agente cercò di contattare il direttore dei Giardini Zoologici chiedendogli se Jumbo fosse in vendita. Non lo era, ma davanti l’offerta di 10.000 dollari il direttore accettò. Da quel momento l’intera Gran Bretagna si rivoltò contro questa cessione. Signore e bambini scrissero a Barnum pregandolo di recedere. La popolarità di Jumbo aumentò ancora e si stamparono pubblicazioni dedicate a lui e decisamente contrarie alla vendita. Ci fu uno scambio di lettere tra il direttore del Daily Telegraph e Barnum stesso sulle pagine del giornale – Barnum aveva capito l’importanza di questi fogli per influenzare l’opinione pubblica e reclamizzare senza spendere i suoi spettacoli. Alla fine non ci fu nulla da fare: il contratto era stato siglato e i soldi versati. Jumbo era pronto per partire verso gli USA come i suoi più anonimi, ma non meno noti all’epoca, elefanti destinati ai re del continente europeo. L’America era diventa la potenza dominante ancora prima della Prima guerra mondiale e, per quanto non fosse destinato ai recinti delle teste coronate, il grande pachiderma partì per quel paese: era iniziata l’epoca delle democrazie popolari e delle società moderne di massa.

 

Grandi folle si recarono ai Giardini Zoologici Reali di Londra per dare l’addio a Jumbo, che incassarono l’equivalente di 2000 dollari al giorno. La partenza non fu tuttavia semplice. Allarmato dello spostamento in corso l’elefante più grande del mondo barrì e le sue grida suonarono come un terribile grido di dolore. Si accasciò al suolo e non volle muoversi. Barnum interpellato rispose con un telegramma: “Lasciatelo lì una settimana, se vuole rimanerci. È la miglior pubblicità del mondo”. Segno di una visione pragmatica di nuovo stampo: lo spettacolo viene prima di tutto e il denaro è il suo primo scopo. Il trasferimento comportò la costruzione di un’enorme gabbia cinta di ferro e montata su ruote. Seguendo il suo custode di nome Scott, il pachiderma entrò nella costruzione di metallo fu portato via da un tiro con venti cavalli. La nave lo trasportò a New York e il 9 aprile fu mostrato al Gran Spettacolo, così che in due settimane Barnum recuperò il costo dell’acquisto e del complicato trasporto via mare. La caccia all’elefante non finì con Jumbo. Come racconta nelle sue memorie, Barnum si procurò nel Siam il cosiddetto “Sacro elefante reale bianco”, acquistandolo da re Theebaw signore degli elefanti. Ma prima che ne venisse in possesso, alla vigilia della partenza, i sacerdoti suoi sorveglianti l’avvelenarono piuttosto che consegnarlo, scrive, nelle mani di un gruppo di blasfemi bianchi. Questo non fermò l’impresario del Grande Spettacolo, perché tre anni dopo si procurò un altro esemplare di elefante bianco, che poi bianco non era. Passando per Londra, dove venne esibito, proprio come era accaduto per l’elefante di Carlo Magno, fu trasportato anche lui per nave. Arrivò a New York, capitale del Nuovo Mondo moderno, dove Barnum lo sottopose all’esame di un centinaio di naturalisti, viaggiatori orientali, studiosi, insigni medici ed ecclesiastici. La storia dell’esposizione di questo nuovo elefante è legata alle imprese commerciali e finanziarie di Barnum, uno degli uomini più noti della sua epoca, quella in cui lo spettacolo e l’intrattenimento sono diventati uno dei motori del mondo e gli elefanti uno dei “numeri” più apprezzati di questa esibizione continua.

Oggi ne sono rimasti 350.000 e continua la caccia all’avorio delle loro zanne: calano dell’8% ogni anno che passa. Un’altra storia di cui l’Occidente dovrebbe vergognarsi nonostante i tanti meravigliosi oggetti creati con i due maestosi denti nel corso di varie migliaia d’anni. Una storia dolorosa.

 

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Una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata sull’edizione on line del quotidiano “La Repubblica”, che ringraziano di aver consentito di pubblicarlo.

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