L'elefante di Carlo Magno

È appena uscito, per i tipi de il Mulino, un saggio molto interessante e narrativamente avvincente di Giuseppe Albertoni, ordinario di storia medievale all'università di Trento.

Il titolo? L'elefante di Carlo Magno.

Cominciamo dai fatti.

Il venti luglio 802 un ebreo di nome Isacco recò a Carlo Magno, ad Aquisgrana, nel cuore del regno dei Franchi (non la “capitale” perché la tradizione franca non prevedeva un'istituzione di tale tipo) vari doni inviati dal califfo di Baghdad, Harun al-Rashid. Tra essi spiccava un elefante.

Quest'elefante aveva un nome: Abul Abbas.

C'è un'unica fonte, poi ripresa e variata da altre successive, che riporta l'episodio. E sono gli Annales regni Francorum altrimenti noti come Annali regi.

Essi dedicano poche righe all'episodio, che pure non doveva certo ricadere nella sfera dell'ordinario.

Del resto nemmeno delle figlie e dei figli di Carlo ne sappiamo molto di più, né delle sue cinque mogli.

Le narrazioni storiche carolinge sono estremamente parche di descrizioni e presentazioni, come se si rivolgessero a una ristretta cerchia, la cui familiarità con personaggi e situazioni fosse data per scontata.

Una fonte di poco posteriore, ossia la Vita Caroli di Eginardo, composta  molto probabilmente una quindicina d'anni dopo la morte dell'imperatore (avvenuta nel 814), aggiunge, in una sola riga, due circostanze tralasciate dagli Annali regi: ossia che l'elefante era l'unico che Harun al-Rashid possedesse e che il dono era stato sollecitato da Carlo stesso; “dietro sua richiesta” era stato inviato l'animale, così sottolinea Eginardo.

 

Ora si pongono diverse questioni che Albertoni, pur nella lacunosità delle fonti, cerca di chiarire.

Innanzitutto: perché Carlo chiese espressamente un dono simile ad Harun al-Rashid?

Tale richiesta, più che rientrare in quell'ambito di relazioni indagato da Marcel Mauss nel suo celebre Essai sur le don e quindi nella ben nota  triade del “dare-ricevere-ricambiare”, fa riferimento a ciò che Janet Nelson definisce il “dono diplomatico” e si inserisce in quel complesso rituale che contraddistingueva i rapporti politici, sociali ed economici dell'età carolingia. Ricordiamo per esempio la pratica dei dona annua, i doni annuali che i magnati del regno erano tenuti a fare al re in occasione delle assemblee generali.

Il dono diplomatico è un “connettivo”, stabilisce quindi una sorta di reciproco riconoscimento tra la potenza di Carlo e quella di Harun al-Rashid.

Non dimentichiamo che, più o meno negli stessi anni (750-751), le

dinastie, carolingia da un lato e abbaside dall'altro, si affermano ai danni di, rispettivamente, merovingi e omayyadi.

Harun al-Rashid, questo califfo favoloso mitizzato dalle novelle delle “Mille e una notte”, viene presentato dagli Annali regi come il “re dei persiani”; Carlo, a sua volta, si presenta come un restauratore di fasti passati (renovatio imperii), ossia non, come lo definiamo oggi, “imperatore carolingio”, bensì come “nuovo imperatore cristiano dell'antico impero romano”.

Due dominii recenti stabiliscono un legame di reciprocità.

E perché proprio tramite un elefante? Qual è il suo valore simbolico?

 

Quest'animale, di cui Isidoro di Siviglia nelle sue Etimologie dà una bellissima e suggestiva definizione “serpente difeso da uno steccato d'avorio”, era secondo le fonti classiche (Aristotele ed Eliano per esempio) una creatura sensibile e religiosa, ma soprattutto un essere così docile da adorare i sovrani. Plinio il  Vecchio nella Storia naturale affermava che gli elefanti “piegano le ginocchia  di fronte ai re e gli porgono corone”.

L'elefante si configurava dunque come una sorta di corredo naturale della regalità.

Si capisce perciò il perché della scelta di Carlo.

Rimane da spiegare il nome, attribuito da Harun al-Rashid e accettato da Carlo che non lo modificò.

Mahmud Abul-Abbas è il nome di un celebre elefante. Quello menzionato nell'omonima sura del Corano, la 105.

Si tratta di un pachiderma che nell'anno 570, l'anno di nascita di Maometto, avrebbe guidato una spedizione yemenita contro la Mecca. La spedizione fallì.

 

Achim Thomas Hack, l'autore di un'importante monografia sull'elefante di Carlo, esclude però che Harun al-Rashid abbia conferito il nome basandosi su questo episodio e su questa sura.

Abul Abbas sarebbe stato dato invece in onore di suo bisnonno, Abul Abbas as-Saffah, per la precisione, il primo califfo degli Abbasidi, dopo la sconfitta di Marwan II, l'ultimo califfo omayyade. 

Qualunque fosse il significato del nome dell'animale, non possiamo affermare con certezza che il messaggio implicito nella nominazione fosse chiaro a Carlo  e ai suoi messi.

 

 

Gli Annali regi non ci illuminano su questo particolare. Né, a dire il vero, su molti altri.

Ad esempio non si sa esattamente quale sia stato il percorso dei messi di Carlo (oltre all'ebreo Isacco anche due altrimenti ignoti Lantfrido e Sigismondo) verso Baghdad, capitale del califfato abbaside. 

Grazie però a una fonte agiografica coeva, i Miracoli di San Genesio, sappiamo che i messi di Carlo si unirono a degli altri messi, del conte di Treviso, Gebardo, spediti a Gerusaleme per recuperare reliquie del santo in oggetto e che insieme a loro si sarebbero recati colà facendo la rotta adriatica; da Gerusalemme avrebbero proseguito poi per Baghdad.

 

Quanto al viaggio di ritorno, si ipotizza che, scartata l'idea di ripetere la rotta adriatica, pericolosa per via dei rapporti tra carolingi e bizantini che si erano fatti tesi, gli inviati di Carlo, seguendo antiche vie romane, siano giunti a Tunisi, nel territorio dell'Ifriqiya musulmana, controllato dall'emiro Ibrahim ibn al-Aghlab, alleato di Arun al-Rashid, ma piuttosto autonomo, e di lì siano partiti alla volta di Porto Venere; a Vercelli sostarono in attesa della primavera; e, arrivata la bella stagione, probabilmente attraverso il Gran San Bernardo, raggiunsero Aquisgrana.

Il viaggio durò circa quattro anni, esattamente gli stessi che impiegarono gli elefanti donati dagli Indiani ad Augusto per arrivare a Roma, secondo Floro, epitomatore di Livio. Lantfrido e Sigismondo fecero in tempo a morire durante il percorso.

(Incidentalmente notiamo che un capitolo del volume di Albertoni, Il mondo visto da  Aquisgrana, è dedicato espressamente all'odeporica carolingia e alla sua peculiare rappresentazione geografica: si tratta di uno spazio “iconizzato”, percepito più attraverso le fonti classiche e teologiche che mediante l'esperienza diretta).

 

Anche l'elefante Abul Abbas non durò molto alla corte di Aquisgrana e morì di lì a qualche anno, nel 810, a Lippeham, nel basso Reno, nel corso dell'ultima campagna militare di Carlo, quella contro i Normanni. Non si sa se il pachiderma fosse effettivamente “al fronte”, magari schierato in campo a scopo intimidatorio, per incutere paura ai nemici, come era già avvenuto con Alessandro e poi con Annibale e Pompeo e come poi avverrà con Federico II quattro secoli dopo. O se la morte sia sopravvenuta a corte, mentre il sovrano era impegnato nel combattimento.

Né si sa se morì a seguito d'una epidemia spontaneamente sorta di afta epizootica o di peste bovina (malattie che potevano essere trasmesse anche ai pachidermi) oppure se si trattò di una perfida vendetta messa in atto da un duca longobardo di Benevento, Grimoaldo, antico nemico di Carlo, che, secondo taluni (Agoberto di Lione per esempio), avrebbe mandato suoi sicari nei territori franchi con l'incarico di spargere una polvere nociva per i buoi “per campi e monti e prati e fonti”.

La fonte principe che riporta la notizia della morte dell'animale, al solito gli Annali regi,è, come d'uso, molto scarna. Però definisce Harun al-Rashid, non più come “re dei persiani”, come aveva fatto dando la notizia dell'arrivo ad Aquisgrana dell'elefante, bensì come “re dei saraceni”.

Da questo semplice cambio di definizione si possono dedurre molte cose.

 

Gli equilibri politici che avevano fatto da sfondo allo scambio di doni non c'erano più. Harun al-Rashid era morto, nel 809; il califfato era precipitato in una guerra civile causata dalla lotta per la successione tra i suoi due figli. L'instabilità del califfato abbaside, a sua volta, aveva rafforzato l'emirato omayyade in Spagna, costringendo Carlo a cambiare la sua politica precedente, che era piuttosto aggressiva e che dovette farsi più accomodante. Nello steso tempo i rapporti con Bisanzio, per varie ragioni, stavano modificandosi e il titolo di “imperatore”, riferito a Carlo, che prima suscitava ilarità e sarcasmo, venne invece riconosciuto dai suoi omologhi Niceforo I prima e Michele I poi.

Perciò quella reciprocità implicitamente stabilitasi tra Harun e Carlo, tra queste due potenze di pari entità e valore, sancita da doni diplomatici rilevanti, venne meno. Harun al-Rashid fu ricondotto al suo ruolo, minore, di semplice “re dei saraceni”.

Che ne fu, allora, del grande corpo di Abul Abbas?

Le fonti tacciono. Ma, come accade anche oggi, è probabile che con le sue zanne sia stato fabbricato qualche manufatto di pregio. Non tanto un ciondolo, un pettine, quanto piuttosto una tavola per la copertina di un prezioso codice miniato, forse.

È questa l'ipotesi formulata da Lawrence Nees che si è occupato del revival dell'avorio nell'età carolingia.

L'avorio della tavoletta nota come “Vergine Morgan”, in quanto già appartenente al noto banchiere americano John Pierpont Morgan, potrebbe risalire all'epoca di Carlo. E dunque alle zanne di Abul Abbas.

 

Ma qui si apre uno scenario del tutto inaspettato.

Le dimensioni relativamente grandi della tavoletta sono incompatibili con quelle delle zanne di un elefante indiano, tipologia alla quale si è sempre pensato riconducibile il nostro pachiderma. Dato però che gli elefanti subsahariani non sono addomesticabili, Abul Abbas potrebbe esser stato un elefante nordafricano, uno di quelli che venivano all'epoca ritenuti estinti, da Isidoro di Siviglia, per esempio.

Ma, se così  fosse, dovremmo anche riscrivere, nota Albertoni, tutta la storia dell'elefante quale è stata ipotizzata fino ad oggi.

Isacco, il messo ebreo di Carlo, non avrebbe ricevuto il dono da Harun al-Rashid, ma dall'emiro Ibraim ibn al-Aghlab, circostanza che del resto gli Annali regi sembrano adombrare nel fatto che l'elefante fosse accompagnato non solo da un inviato di Harun al-Rashid, ma anche da un altro, definito “saraceno d'Africa”, e dunque mandato da al-Aghlab.

Anche il fatto che Eginardo definisca l'elefante “l'unico” che il califfo possedesse sarebbe da intendersi come “un espediente retorico”, scrive  Albertoni, o una bugia bella e buona, aggiungiamo noi.

Pare quasi che, giunti al termine della vicenda, essa possa assumere contorni molto diversi da quelli che si desumono abitualmente dalle fonti. Che, per altro, si caratterizzano per la loro costante reticenza.

Molte e molte volte Albertoni è costretto a ricordare che le testimonianze antiche sono assai lacunose o addirittura inesistenti. “Nulla sappiamo”, “nulla ci dicono” oppure “poco ci raccontano” sono espressioni frequentissime nel testo, quasi ad apertura di pagina.

 

Quel poco che gli autori coevi di Abul Abbas ci hanno lasciato cominciò oltretutto ben presto a sbiadire.

Il nome venne irrimediabilmente storpiato in Ambulabat e addirittura in Ambulath.

L'elefante, del tutto a torto, fu creduto albino. (Leggenda erronea che sopravvive fino ai nostri giorni.)

Come in un romanzo di Saramago (da cui non a caso è tratto l'esergo del libro) la storia conobbe anche una singolare versione alternativa: Jean d'Outremouse, storico trecentesco di Liegi, immaginò che l'elefante di Carlo fosse in realtà un animale diabolico, condotto alla corte di Aquisgrana da un nano malefico.

Da un episodio apparentemente marginale, che si potrebbe prestare a divagazioni aneddotiche e ricami sull'esotismo, nascono invece riflessioni non solo sugli scambi culturali e commerciali nel Mediterraneo all'epoca carolingia, molto più frequenti e vivaci di quanto sostenuto da Henri Pirenne nel suo celebrato  Mahomet et Charlemagne (1937), ma anche, crediamo, riflessioni di portata più generale, di metodo, sul “desolante silenzio delle fonti” e sullo spazio che aprono all'immaginazione umana.

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