C’era una volta Regalpetra, c’era una volta Leonardo Sciascia

Sono trascorsi 30 anni da quel giorno di novembre in cui Leonardo Sciascia ci ha lasciati, trent'anni in cui il paese, che lui ha così bene descritto, è profondamente cambiato, eppure nel profondo è sempre lo stesso: conformismo, mafie, divisione tra Nord e Sud, arroganza del potere, l'eterno fascismo italiano. Possibile? Per ricordare Sciascia abbiamo pensato di farlo raccontare da uno dei suoi amici, il fotografo Ferdinando Scianna, con le sue immagini e le sue parole, e di rivisitare i suoi libri con l'aiuto dei collaboratori di doppiozero, libri che continuano a essere letti, che tuttavia ancora molti non conoscono, libri che raccontano il nostro paese e la sua storia. Una scoperta per chi non li ha ancora letti e una riscoperta e un suggerimento a rileggerli per chi lo ha già fatto. La letteratura come fonte di conoscenza del mondo intorno a noi e di noi stessi. De te fabula narratur.

 

“Regalpetra, si capisce, non esiste: «ogni riferimento a fatti accaduti e a persone esistenti è puramente casuale». Esistono in Sicilia tanti paesi che a Regalpetra somigliano; ma Regalpetra non esiste”. L’antifrasi è smaccata. Tanto scoperta da non potere essere scambiata per ironia. C’è ironia talvolta, come figura del discorso, nelle pagine di Leonardo Sciascia ma dire che la sua penna fosse fondamentalmente ironica lo si potrebbe solo per ironia. Una dose supplementare ne domanderebbe sostenere che fu soprattutto caratterizzata da un tratto ironico la sua figura pubblica. L’una e l’altra, le si potrà trovare chiare, severe, risentite, sottili, eleganti, polemiche, inquietanti, sferzanti e così via. Ma, al fondo, ironiche no. Nemmeno umoristiche. C’era una fede, in Sciascia, non solo e banalmente nel rapporto tra realtà e parola, ma anche, di ritorno, tra parola e realtà che poneva al riparo la sua espressione dalla consapevolezza tragica della fallacia ineluttabile e della sconfortante inanità di tali rapporti.

 

Consapevolezza senza la quale non c’è ironia né umorismo. Che sia un luogo comune, quando si parla di Sciascia, tirare in ballo Luigi Pirandello? Un luogo comune autorizzato dallo stesso Sciascia.

Un luogo comune ineluttabile, del resto. All’ingrosso, si può infatti dire che tra i due ci fu un luogo in comune. Tanto ingombrante nella percezione dei più, da nascondere i molti luoghi, anche materiali, oltre che spirituali, le circostanze sociali e soprattutto il tempo, con la sua aria determinante, che Sciascia non condivideva, né avrebbe del resto potuto condividere con Pirandello. Formarsi in un modestissimo agio micro-borghese non era come farlo nell’agiatezza, per quanto periclitante, di una schiatta d’imprenditori, Caltanissetta non era Roma né Bonn, Giuseppe Granata non era Ernesto Monaci e così via: dati di fatto, morali e biografici, e fatti storici e culturali così ovviamente noti che continuarne il lungo elenco suonerebbe oltraggio alla cultura e all’intelligenza di chi legge. 

E ammesso, come sopra s’è detto, che tra Pirandello e Sciascia ci sia stato almeno un luogo in comune, questo luogo non fu certamente Regalpetra, anche perché niente che somigli a una Regalpetra è riferibile a Pirandello. Invece, sotto la penna di Sciascia e per scoperta antifrasi, Regalpetra non solo esisteva, ma era proprio e apertamente la sua Racalmuto. Pubblicato il libro nel 1956, ci fu in proposito anche l’affettuosa testimonianza dei compaesani, felici, persino i ritratti in modo non proprio elogiativo, di riconoscersi nello scritto del loro giovane maestro. Una Racalmuto solo appena un po’ celata dietro l’omaggio a Nino Savarese e alla sua Petra (ci si tornerà), che era però luogo mitico, allegorico e integralmente letterario. Tale la Regalpetra, la Petra reale (come si può dire traendo profitto da un’accidentale omonimia) di Sciascia?  

 

Sullo sfondo della Sicilia, Regalpetra era certamente una Racalmuto in figura. E dunque una metafora, si potrebbe sentire dire per via di un altro luogo comune, anch’esso saldissimo. Sciascia stesso lo fomentò infatti sull’intera sua opera, nella maturità. No, non come metafora, va allora precisato. Regalpetra come sineddoche. Prospettata quindi da una specola metonimica, non metaforica. La parte per il tutto, in modo lampante: “Esistono a Racalmuto i salinari; in tutta la Sicilia ci sono braccianti che campano 365 giorni, un lungo anno di pioggia e di sole, con 60.000 lire; ci sono bambini che vanno a servizio, vecchi che muoiono di fame, persone che lasciano come unico segno del loro passaggio sulla terra – diceva Brancati – un’affossatura nella poltrona di un circolo. La Sicilia è ancora una terra amara. Si fanno strade e case, anche Regalpetra conosce l’asfalto e le nuove case, ma in fondo la situazione dell’uomo non si può dire molti diversa da quella che era nell’anno in cui Filippo II firmava un privilegio che dava titolo di conti ai del Carretto e Regalpetra elevava a contea”. 

Metonimica e non metaforica toccava del resto di essere a un’opera in cui si trovano “la ricerca documentaria e addirittura la denuncia”: così una recensione a caldo di Pier Paolo Pasolini. E – sempre parole di Pasolini – le concretava “in forme ipotattiche, sia pure semplici e lucide: forme che non soltanto ordinano il conoscibile razionalmente (e fino a questo punto la richiesta marxista del nazionale-popolare è osservata) ma anche squisitamente: sopravvivendo in tale saggismo il tipo stilistico della prosa d’arte, del capitolo”. Suona oggi buffo, questo minuscolo brano di prosa critica, non solo per l’inciso, ma soprattutto per esso. “Richiesta”, “marxista” e, correlativamente, “nazionale-popolare”, “osservata”: non c’è parola che vi ricorre che non meriterebbe un commento. Li si scioglie tutti qui in un sorriso: anche quanto a Pasolini, del resto, e non solo al Pasolini di allora, parlare di ironia si potrebbe solo per ironia. In una lettera privata i modi erano naturalmente meno trinariciuti e il poeta delle Ceneri di Gramsci aveva già scritto a Sciascia “ti ringrazio per il tuo bellissimo libro: ma veramente bellissimo. Non solo mi è piaciuto del piacere normale che danno le opere riuscite e necessarie, ma ha aumentato ancora, ed era già molta, la simpatia che avevo per te, fino a un vero, forte e commosso, senso di fraternità”.

 

Marcata dalla metonimia si può dire sia stata anche la vicenda della composizione di questa prima uscita di Sciascia sul palcoscenico della cultura letteraria nazionale. Tutto nacque da certe “Cronache scolastiche”. Tornato nella nativa Racalmuto dalla Caltanissetta degli studi e della maturazione di orientamenti politici e intellettuali, Sciascia vi faceva il maestro. Teneva frattanto in costante esercizio quella penna che, sin dall’adolescenza, gli aveva assicurato la considerazione degli insegnanti, il successo scolastico e alcune collaborazioni editoriali. Queste lo avevano già messo in contatto con importanti figure della cultura nazionale del Dopoguerra. 

Dalla riflessione sul suo lavoro, nel 1955 era venuto fuori uno scritto che tesseva narrativamente una materia documentaria, presentandola come viva testimonianza in prima persona. Aveva inviato le sue pagine a Italo Calvino, con la speranza che Einaudi ne facesse un volume dei Gettoni, la collana ideata e diretta da Elio Vittorini. L’esiguità impedì tale destinazione e così Calvino girò lo scritto a Nuovi argomenti, la rivista fondata un paio di anni prima da Alberto Carocci e da Alberto Moravia, che lo pubblicò subito. Lì lo lesse Vito Laterza che, battendo sul tempo un Vittorini divenuto frattanto anche lui vigile in proposito, suggerì a Sciascia di costruirci intorno un libro che trattasse, per quadri, della vita di un paese siciliano. 

 

 

A dire quanto un tema siffatto fosse percepito come esotico e potesse parere di conseguenza interessante nell’Italia culturale e della vita pubblica dei primi Cinquanta, basta un indizio linguistico minuscolo e apparentemente lontano, ma loquace. L’ENI di Enrico Mattei si stava affacciando in Sicilia, prospettando le rituali “magnifiche sorti e progressive” nella correlata propaganda nazionale e per la voce a commento di un reportage del cinegiornale dell’Istituto Luce gli abitanti dell’isola erano regolarmente “quelle genti”: caso esemplare dell’uso del dimostrativo come marca di distanziamento. Con la costruzione in Sicilia di impianti per la raffinazione del petrolio nord-africano e medio-orientale, si sarebbero aperte a “quelle genti” le vie del progresso e della modernità, diceva appunto il cinegiornale, alternando a scorci commiserevoli di qualche assolata Regalpetra immagini, altrettanto assolate, di fervidi lavori in corso.

Laterza seguì poi personalmente e indirizzò la composizione del libro sollecitato al giovane Sciascia, con modi che gli avrebbero assicurato la duratura gratitudine dello scrittore. Suggerì anche l’evocativo titolo. Accolse il toponimo di fantasia proposto dall’autore ma scartò le combinazioni con cui questi pensava di servirsene. Le parrocchie di Regalpetra giunse così in libreria nel volgere di un anno. A comporlo, intorno a “Cronache scolastiche”, l’amaro e sconsolato diario di un maestro davanti al lamentevole stato dei suoi ragazzi in un contesto di arretratezza sociale, economica e culturale, furono altre sette prose, che divennero otto nel 1963, per una nuova edizione. 

 

“La storia di Regalpetra”: dagli Arabi al Dopoguerra, con focalizzazione, in chiave accesamente anti-nobiliare, sulla lunga stagione di angherie imposte alla cittadina dalla famiglia del Carretto, nobilitata dagli Spagnoli; “Breve cronaca del regime”: su fasti e caduta del Fascismo, nell’esperienza di Sciascia, a Racalmuto e a Caltanissetta; “Il circolo della concordia”: una tipica istituzione della società paesana, palestra ideale per il bozzettismo del narratore; “Sindaci e commissari”: Regalpetra nelle turbolenze della Liberazione e del primo Dopoguerra, con gli intrallazzi e, tra prevaricazioni e attitudini malavitose, l’affermarsi dei partiti politici; “I parroci e l’arciprete”: per metonimia, la prosa che certamente innescò in Laterza l’idea del titolo complessivo, con figure e relativi aspri conflitti nella gestione della devozione popolare e degli orientamenti politici della cittadina; “I salinari”: lo scritto più apertamente sociale del libro, sulle condizioni dei lavoratori delle saline e sui correlati nella vita del borgo; “Diario elettorale”: la Democrazia cristiana e gli altri partiti, nella Sicilia e, in particolare, nell’Agrigentino di quegli anni. Come si diceva, aggiunta nel 1963, “La neve, il Natale”: la cittadina e, di nuovo, i ragazzi alla luce di una situazione meteorologica inusuale, per Regalpetra, e straniante, tale perciò da acuirne i tratti permanenti. 

Da esotici che erano allora, tutti temi oggi inattuali e resi ineluttabilmente tali da ciò che nei quasi settanta anni frattanto trascorsi è accaduto a Racalmuto, per metonimia (e quindi in Sicilia, in Italia, nel mondo). Generosamente inattuale suona anche la conclusione della premessa alla raccolta: a Regalpetra, scriveva Sciascia nel 1956, “è come se la meridiana della Matrice segnasse un’ora del 13 luglio 1789, domani passerà sulla meridiana l’ombra della Rivoluzione francese, poi Napoleone il Risorgimento la rivoluzione russa la Resistenza, chissà quando la meridiana segnerà l’ora di oggi, quella che è per tanti altri uomini nel mondo l’ora giusta” (il corsivo è dell’autore). Sciascia morì, come si sa,  in perfetta coincidenza con la fine del suo secolo, il secolo breve. Di ciò che ne sarebbe seguito, vide solo qualche annuncio. Ma fece di certo in tempo a rendersi conto di quanto l’arrivo di un’ora di oggi, da lui sperato e invocato in gioventù, stava rivelandosi equivoco, se non pernicioso, a Regalpetra non meno che altrove. A maturare la difficile convinzione che l’ora di oggi, solo in modo diverso da quella di ieri, resta sempre e ovunque un’ora profondamente ingiusta e come si deve sempre essere preparati all’eventualità che quella di domani lo sia ancora di più.

 

E la mafia? Nelle Parrocchie di Regalpetra, la mafia c’è, ma ancora soltanto come basso ostinato. Di lì a poco, sarebbe invece divenuta Grundthema della produzione d’invenzione di Sciascia, cioè dei romanzi che ne avrebbero fatto una celebrità, ben al di là della cerchia dei letterati, con tutto ciò che forse di non interamente positivo, per lo scrittore, certo, non per l’uomo (o anche per l’uomo?), la celebrità avrebbe trascinato con sé.

La pubblicazione del suo primo libro consacrò comunque e immediatamente il giovane maestro di Racalmuto come figura di rilievo del panorama culturale e letterario nazionale. La lista già stilata (peraltro, qui necessariamente solo parziale) di chi manifestò interesse per l’opera sin dal suo stato embrionale e ne favorì, determinò e salutò la pubblicazione rende appunto superfluo recare ogni ulteriore spiegazione di tale repentina consacrazione. È d’altra parte fuor di dubbio Sciascia sapesse scrivere e sapesse farlo al di là dei temi sociali, morali, politici di cui, per fare ciò che meglio sapeva, fin da allora si votò, ma di cui, nella sua successiva vicenda di personalità pubblica, c’è da chiedersi se la sua penna non abbia talvolta finito invece per diventare ostaggio.

 

Come si sa, a Roland Barthes si deve, proprio a cavaliere tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, l’individuazione di una moderna dicotomia o, forse meglio, di una dicotomia che prese una configurazione particolarmente rilevante e meritevole di attenzione critica nel mondo moderno: quella tra l’écrivain e l’écrivant. L’uno “travaille sa parole et s’absorbe fonctionnellement dans ce travail”. All’attività di scrittura, l’altro pone invece “une fin (témoigner, expliquer, enseigner)”. L’uno scrive intransitivamente, l’altro transitivamente: così lo studioso francese ritenne di chiarire l’opposizione. Fece però un uso non ineccepibile della terminologia grammaticale. Meglio sarebbe stato se avesse detto tipico per l’écrivain l’uso marcato e assoluto di scrivere, per l’écrivant quello non marcato e non assoluto.

In Sciascia, le due figure convivevano ma l’écrivain prevalse di norma sopra l’écrivant. Così accadde fin dal suo primo libro. Di conseguenza, quel “po’ di fede nelle cose scritte” che (lo si diceva in esordio) Sciascia dichiarò allora con lampante litote di nutrire e nutrì per la sua vita intera non era forse isomorfa a quella che, per sua testimonianza, possedeva grandemente “la povera gente” di Regalpetra. Questa era infatti convinta che “un colpo vibratile ed esatto della penna bastasse a ristabilire un diritto, a fugare l’ingiustizia e il sopruso” e, con tale convinzione, poneva l’accento sullo scopo. Al di là dello scopo e in modo assoluto, “vibratile ed esatto” era tuttavia quanto stava gerarchicamente in primo piano dal punto di vista di Sciascia écrivain, a dire non solo come, ma anche cosa il colpo di penna veramente fosse o potesse aspirare a essere.

 

Si trattava peraltro del punto di vista di uno scrittore la lingua del quale era nata e s’era nutrita sui libri, fino a diventare robusta come appare sin dalla sua prima sortita. Lo si sa, lo si dice, ma forse si trascura il rilievo estetico e correlativamente morale di tale circostanza. Non poteva essere diversamente, allora, per un giovane siciliano la cui cultura e, in maniera correlata, il cui gusto, il cui sentimento della lingua s’erano formati ed erano cresciuti tra le due guerre novecentesche e rigorosamente tra Racalmuto e Caltanissetta. Di sé e della sua formazione nell’arte della lingua scritta, Sciascia l’avrebbe detto dieci anni dopo la pubblicazione delle Parrocchie di Regalpetra, nell’introduzione a una riedizione del quel suo libro d’esordio.

 

Col pretesto di spiegare perché Regalpetra, presentò la cosa come una confessione collaterale ma tale da stupire qualcuno: “il nome del paese, Regalpetra, contiene due ragioni: la prima, che nelle antiche carte Racalmuto […] è segnata come Regalmuto; la seconda, che volevo in qualche modo rendere omaggio a Nino Savarese, autore dei Fatti di Petra. Di questa seconda ragione molti, forse, si meraviglieranno: ma a parte l’affezione che ho sempre avuto per l’opera di Savarese, e specialmente là dove tocca i miti e le storie della terra siciliana, debbo confessare che proprio sugli scrittori «rondisti» – Savarese, Cecchi, Barilli – ho imparato a scrivere. E per quanto i miei intendimenti siano maturati in tutt’altra direzione, anche intimamente restano in me tracce di un tale esercizio”. Un passo a suo modo esemplare, per esercitarsi pur se modicamente con la nozione freudiana di Verneinung. Soprattutto dove, in modo concessivo, vi si parla di “intendimenti [...] maturati in tutt’altra direzione”, rispetto agli scrittori rondisti, da parte di chi, svelando una colpa o una tabe, pare volersene dire un dì tocco ma ormai esente o guarito. Sarebbe difficile dire però in quale direzione diversa, quanto alla scrittura di Sciascia e quindi in ciò che concerne il suo essere écrivain. Ben al di là dei temi, forse non effimeri, ma certo transeunti, Le parrocchie di Regalpetra offre infatti ancora alla lettura, qui vivamente raccomandata, l’ormai raro godimento di una prosa letteraria di grande qualità.

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