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Charles Bukowski, il puritano timido

Charles Bukowski, nato cent’anni fa a Andernach, nella Renania Palatinato, e vissuto poi quasi tutta la vita a Los Angeles, dove è morto nel 1994, era un puritano. Lo dice lui stesso in Shakespeare non l’ha mai fatto, appena ripubblicato da Feltrinelli nella traduzione di Simona Viciani e con un corredo fotografico di Michael Montfort: “Serena si è seduta accanto a me. Era un tipo molto vittoriano, ma andavamo d’accordo. Mi conosceva bene. Sapeva che nonostante tutte le mie storie sconce sotto la scorza da stupratore si celava solo un puritano”. 

Non era una posa, era la verità. Bukowski era un puritano timido. Sapeva benissimo che ci vuole molta più faccia di bronzo a fare il puritano che a fare il puttaniere, e se ha scelto l’alcol e il sesso è solo perché mai e poi mai avrebbe avuto l’improntitudine di presentarsi al mondo come paladino dell’onestà, della fedeltà, del rigore morale e della buona condotta. Bukowski non è tra i miei scrittori preferiti, posso fare a meno di lui come del vino di pessima qualità che gli piaceva tanto. Non lo porterei su un’isola deserta e soprattutto non lo consiglierei come modello a un giovane scrittore. 

 

 

Però quando alla televisione americana vedo l’attuale vicepresidente Mike Pence, ex governatore dell’Indiana, uno degli stati più puritani d’America, e puritano lui stesso, celebre perché chiama “Madre” sua moglie e  perché mai e poi mai, così ha affermato, si farebbe trovare in un luogo pubblico in compagnia di una donna, nemmeno per un pranzo di lavoro, senza la moglie presente,  ecco che allora mi viene la voglia irresistibile di rileggere quel racconto di Storie di ordinaria follia in cui una donna di nome Sara rimpicciolisce Bukowski fino a ridurlo a sei pollici di lunghezza (nemmeno sette, si badi, la dimensione considerata standard per un membro maschile, anche questa umiliazione gli tocca) per poi infilarselo in quella che Gustave Courbet chiamava l’origine del mondo.

 

I puritani mi fanno questo effetto, mi sembra di leggere sulla faccia liscia come un uovo del vicepresidente le fantasie incestuose più scatenate, tutto il contrario della faccia di Bukowski, un’esplosione di acne che lo perseguitava da ragazzo e lo faceva sembrare un adolescente nel corpo di un vecchio barbone. Quando stava in compagnia di donne e di uomini si sentiva in dovere di fare il macho, di farsi notare, apparire insopportabile; se le donne se ne andavano e si ritrovava con un amico di sesso maschile si calmava subito, era come se avesse timbrato il cartellino della sera e fosse uscito dalla Fabbrica Bukowski, quella che ha prodotto 60 volumi tra racconti, romanzi e poesie dove le sconcezze sono il tocco che il pubblico vuole da quel particolare marchio.

 

Ho detto che non lo consiglierei a un giovane scrittore, né americano né italiano, anzi lo dissuaderei anche solo dal pensarci, per motivi comunque ben diversi. Non a un americano perché la vera letteratura puritana, quella che ammette candidamente che l’ideale puritano è tanto irraggiungibile quanto a suo modo paradisiaco (alcol e sesso praticati fino a raggiungere la pentola sotto l’arcobaleno di una totale innocenza – un sogno degno di un Cataro dell’undicesimo secolo, di un Fratello del Libero Spirito del secolo quattordicesimo), è completamente tramontata negli stati Uniti. Quello che tira (scusate il doppio senso, mi sto facendo prendere la mano) è il puritanesimo perverso della political correctness, quello dei miei terrificanti studenti – maschi e femmine, anzi i maschi sono peggio ancora perché devono continuamente pararsi tutto quello che possono parare – in grado di individuare con precisione chirurgica l’unica frase leggermente incorretta in un romanzo come La mano sinistra delle tenebre di Ursula K. LeGuin (in realtà tutto un inno a una cultura transgender, e pubblicato nel 1969!), oppure di scrivermi che Dante dovrebbe vergognarsi di aver esposto Francesca da Rimini al ludibrio delle genti rivelando il suo adulterio (se stava zitto nessuno sarebbe venuto a saperlo, testuali parole).

 

Qualunque tentativo di darsi una posa bukowskiana sarebbe accolto non tanto da una risata di commiserazione (questo sarebbe ancora comprensibile, stiamo parlando di qualcuno che è veramente passé, questo è il suo bello), quanto da un indignato disprezzo seguito da una denuncia anonima all’ufficio pari opportunità.

 

 

Non lo consiglierei a un italiano, primo perché il puritanesimo ci è completamente estraneo, secondo perché ogni giovane scrittore in Italia vuole fare lo scrittore, mentre Bukowski voleva solo scrivere. E fare lo scrittore è una professione, anche quando si guadagna poco, mentre scrivere è un’ascesi, anche se per caso si guadagna molto. Ed è un’ascesi anche quando si scrive male, o si scrivono sempre le stesse cose (togliete tutte le volte in cui Bukowski o il suo alter ego Henry Chinaski si versano da bere, e l’opera omnia dell’autore si riduce da 60 a 30 volumi). Conosco bene, o meglio li conoscevo – sono tanti anni che non ci torno – i luoghi in cui Heinrich Karl Bukowski è nato nel 1920, figlio di un soldato americano che dopo la Prima guerra mondiale si era fermato in Germania, dove dopotutto era nato, aveva sposato tale Katharina Fett e dopo qualche anno di inutile lotta contro la crisi del dopoguerra aveva deciso di tornare in America con moglie e figlio, che aveva già cominciato a frustare con la coramella del rasoio e avrebbe continuato a frustarlo per quindici anni di fila. 

 

Molti anni fa andavo spesso dalle parti di Coblenza, e in più di un’occasione gli amici tedeschi, mentre passavamo da Andernach sul Reno, mi dicevano eccitati: “Qui è nato Bukowski”. Le frustate di Heinrich padre almeno salvarono Charles dal nazismo, anche se non dal bullismo dei compagni di scuola che lo mortificavano per il suo accento, né da un arresto e da una prigionia di diciassette giorni nel 1944 a Filadelfia, conclusasi con un test attitudinale disastroso seguito dall’ovvia conclusione, “Inadatto al servizio militare”. Ma per i miei amici di Coblenza era un eroe. Germania, Francia e Italia sono le nazioni dove ha avuto il maggiore successo. Per gli americani, non è mai stato uno scrittore che si ubriaca, come Hemingway o John Berryman, ma un ubriacone al quale è capitato di fare lo scrittore.

 

Le cose non stavano proprio così, ma non erano neanche del tutto diverse. Guai ad imitarlo. Chi ci prova dovrebbe essere cosparso di pece sulla pubblica piazza. Guai soprattutto ad imitare le sue poesie. Sembra facile scrivere, che ne so, “allora, prima è morta Mae West / e poi George Raft, / e Eddie G. Robinson se / n’è andato / da molto tempo, / e Bogart e Gable / e la Grable, / e Stanlio e / Ollio / e i Fratelli Marx, / tutti quei sabati / pomeriggio / al cinema / da ragazzo / se ne sono andati ormai / e mi guardo / intorno in questa stanza / che mi guarda a sua volta / e fuori attraverso / i vetri della finestra, / il tempo pende inutilmente / dalla maniglia della porta / mentre un fermacarte / d’oro / a forma di gufo / squadra me / (un vecchio ormai) / che devo sopportare / tutti questi / sabati / pomeriggio vuoti (da E così vorresti fare lo scrittore, traduzione sempre di Simona Viciani). No, non è così facile. E non solo perché in Italia si vede subito la differenza tra chi è cresciuto ad alcol e chi è cresciuto a Nutella. Non è neanche la cosa più importante. La differenza sta nel fatto che in Bukowski c’è un’idea di letteratura quasi sempre mal realizzata, e che pure resta altissima. 

 

Nel primo capitolo di Pulp, il suo ultimo romanzo, Madama Morte in persona si presenta nell’ufficio di Nicky Belane, investigatore privato malissimo in arnese, per incaricarlo di trovare Louis-Ferdinand Céline. Pensa di averlo portato tra i morti ma non è sicura, non crede di aver fatto fuori il Céline giusto, meglio sincerarsene con un’indagine. Ora, un inizio simile fa ridere, no? E non nel senso migliore del termine. (Anche il resto del libro è ridicolo.) Con che coraggio un uomo di settant’anni si crogiola in idee così, come dire, liceali? Come fa a prendersi così sul serio, senza dire niente di serio? (Beh, non è che Milan Kundera in L’immortalità sia molto meglio, quando immagina un dialogo in paradiso tra Goethe e Hemingway, che si lamenta di quell’impicciona di Gertrude Stein).

Ma Bukowski non prendeva sul serio se stesso. Prendeva terribilmente sul serio la letteratura, piuttosto. La prendeva più sul serio lui, con le sue ingenuità dozzinali, di quanto non facesse Philip Roth, così corazzato di distacco e di sarcasmo. Il suo ostentato cinismo era anche la più indifesa delle protezioni, un altro tratto del suo puritanesimo tenero e disperato. (Per inciso: come giurato esterno del Premio Strega, mi sono letto i libri in concorso dei dodici valorosi italiani. Alcuni erano decenti, non dico di no. Ma se ce ne fosse stato uno, almeno uno che avesse avuto un inizio come Pulp, ah, con che piacere l’avrei letto.)

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