Cinquanta sfumature di giallo

Il «giallo» e le sue tracce. 

 

La tavolozza cromatica del «giallo» riserva continue sorprese. 

I suoi confini, un tempo, erano considerati netti e rigidi, legati a una precisa epoca storica. Si parlava di un genere letterario sorto sulla scia dei feuilleton ottocenteschi, imperniato sul delitto e sulle indagini per rivelarne l'autore. La fede positivistica nella scienza conduceva a non avere dubbi sullo smascheramento del colpevole e nel ritenere inossidabili i collegamenti tra gli indizi perché essi non potevano che convergere nel successo dell'inchiesta. L'esigenza di sicurezza nel debellare la devianza criminosa, la vittoria dei buoni sui cattivi, la celebrazione di una società sana che subisce una ferita solo momentanea erano le ragioni, tra le molte, del suo successo. 

 

E il successo era incalzante, appassionava gli studiosi e gli intellettuali che intervenivano dividendosi spesso su un nuovo genere letterario non sempre raffinato ma dilagante. Voci autorevoli, ad esempio raccolte nella preziosa ma smarrita antologia La trama del delitto, stimolavano discussioni sul suo inserimento nella letteratura di massa, nell'ambito di quella letteratura di evasione che diede vita alle collane create ad hoc, tra le quali la più celebre è quella «gialla» di Mondadori nata nel 1929. 

Quei confini però a poco a poco si slabbrano, diventano vischiosi per dirla con l'accademico Giuseppe Petronio che ha dedicato svariati saggi all'argomento).

Alle tracce classiche, e cioè la caccia all'uomo, la ricerca della verità, il diletto enigmistico, il tributo alla genialità, il gioco di destrezza, il bisogno di ristabilire l'ordine violato, la suspense, se ne aggiungono altre. 

Emergono i problemi della società, la crisi della città come generatrice di devianza, il dramma non solo della vittima ma anche del colpevole, le difficoltà di percepire l'accaduto con i soli strumenti della logica, l'ingresso come elemento di valutazione dell' ambiente circostante, l'incrinarsi della fiducia fideistica nella scienza. Nel mondo crescono le paure e le angosce e con esse si dilata l'ansia di giustizia, il lettore rabbrividisce a fronte di pulsioni aggressive ed è portato a condividere la meritata punizione. 

 

La trama del racconto rischiara l'oscurità rendendo trasparente quanto potrebbe o si vorrebbe che si mantenesse occultato. La tensione permane ma è destinata a terminare: la sua conclusione è la vittoria di un tribunale terrestre senza rinvii fatalistici a interventi superiori. È l'uomo che ce la può fare, laicamente, come osservato con acume da Vittorio Spinazzola.

Il giallo si colora di nero, alla capacità delle «cellule grigie», di cui si vantava Poirot, subentra l'energia muscolare della violenza. Ma il successo non si ferma, anzi aumenta e diventa pervasivo, invade le collane editoriali che esibiscono «gialli» ormai affrancati o, per dirla modernamente, sdoganati, che diventano una poderosa machine à lire. 

Taluno continua a sostenere che si tratta di evasione e come tale va considerata\ o in termini più estremi non ne sopporta la lettura e ne critica l'invadenza (celebre in questo senso la posizione di Eugenio Scalfari). Nella realtà però la diversificazione del modello iniziale intriga. 

Continua ad appassionare la storia dell'intreccio che ha portato alla devianza, o meglio, secondo l'acuta osservazione di Tzvetan Todorov, la doppia storia, quella dell'inchiesta e quella dei protagonisti sulla scena. E a queste due storie se ne affianca una terza, quella possibile, verosimile ma poi scartata. Come nota un cultore di questi scenari, «quando sono state eliminate tutte le soluzioni impossibili, quella che rimane, anche se in un primo momento può sembrare inverosimile, è la soluzione esatta». 

 

Le incursioni. 

 

Lentamente ma inesorabilmente quello che veniva indicato come genere si nobilita. Scrittori autorevoli vi si impegnano e nascono opere che entrano nel catalogo delle eccellenze, da Gadda a Sciascia, da Borges a Dürrenmatt da Robbe Grillet a Bernanos per citarne solo alcuni. Si parla di «esogiallo» come produzione «ai confini del giallo». 

Le loro incursioni rendono apprezzata una produzione nata e cresciuta come effimera, diffusa senza confini, letta con imbarazzo ma pur sempre divorata. 

I temi del «giallo» però non hanno occupato soltanto i «narratori» di storie. Autori di tutto rispetto sono stati anche commentatori di delitti, di inchieste, di devianze buie. Sono gli «osservatori», coloro che hanno raccontato i processi, li hanno commentati, distratti e trascinati lontano dalla produzione abituale che li ha innalzati alla celebrità. 

 

Charles Dickens e Anton Cechov sono stati cronisti giudiziari, come dimostra il primo con Guardie e ladri e il secondo con L'affare Rykov. Dino Buzzati ha seguito per il «Corriere della Sera» i processi più clamorosi degli anni Cinquanta e Sessanta. André Gide è stato giurato della Corte di Assise di Rouen rimanendone influenzato profondamente come attestano i suoi Ricordi della corte di assise tra cui il più noto è Il caso Redureau. Jean Giono non ha perso una udienza del celebre affare Dominici portato poi sullo schermo da Jean Gabin. 

Si potrebbe continuare affinando l'elenco sulla scia delle considerazioni di Franco Cordelli. Qui però non si possono escludere due nomi, noti per tutt' altro ma affascinati da questa materia. Si tratta di Moravia e di Brancati. 

 

Moravia, per il vero non insensibile all'intrigo delittuoso in qualche racconto (Delitto al circolo di tennis, Delitto perfetto, Terrore a Villa Borghese), mostra la sua attenzione appuntita nel commentare due casi, Bellentani ed Egidi, che dimostrano a suo dire che «ci sono delitti in cui tutto è sociale ... fiore terminale e fetido di una robusta pianta di ingiustizie». 

Di tutt' altra opinione è invece Brancati che, commentando a sua volta il caso Bellentani osserva duramente che «il delitto è un' orrenda scelta individuale che si è fatta liberamente ... la società che ha scaricato la rivoltella non aveva alcuna carica». 

Ma esistono altre incursioni di autori altrettanto celebri che si sono cimentati a dipingere con la tavolozza cromatica del giallo, senza essere però ricordati per questo. Hanno usato il poliziesco quali «amateur», forse per un capriccio, il cedimento a un desiderio, una pausa oppure un divertimento, come si è chiesto Giuliano Gramigna in una lontana ma attuale riflessione.

La ricerca porta a inattese scoperte: da Giorgio Spini sui cui manuali di storia hanno studiato generazioni ad Arturo Carlo Jemolo giurista e storico a Matilde Serao a Salvatore di Giacomo. E si potrebbe continuare con gli stranieri William Somerset Maugham e William Faulkner, oppure con gli stravaganti sudamericani tra cui Jorge Amado e Joào Guimaràes Rosa.

 

La scelta di quest' antologia di racconti, come tale discutibile e opinabile, è caduta su racconti di autori che si inseriscono, a vario titolo, nella schiera degli «insospettabili» e che, a vario titolo, hanno disseminato quelle tracce di giallo di cui si è parlato in precedenza. 

Ma, alla fine, perché cimentarsi? Perché rinfoltire una schiera di autori già tanto folta? È sufficiente parlare di peccatuccio o di peccato di presunzione? 

Forse non basta perché non esiste solo il fascino per chi legge ma anche per chi scrive. Forse non basta perché il «giallo» sfiora alcuni temi ineludibili e generali. Tocca il male che opprime la società, cui occorre reagire, e il modo in cui si reagisce costituisce un banco di riflessione mai consumata. Ribadisce che domina il principio di illusione per il quale niente è come sembra, che l'obiettivo finale è un percorso che smonta ingranaggi in apparenza vincenti e che l'evidenza, per dirla all' americana, è una ricerca che deve sconfiggere facili traguardi. 

 

Per questo esistono gli «insospettabili».

 

Da Insospettabili. Racconti gialli, a cura di Fulvio Gianaria, Alberto Mittone, Einaudi, Torino 2016.

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