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Cipolla: breve storia della moneta

Rileggendo Moneta e civiltà mediterranea – apparso in inglese nel 1956, in italiano nel 1957 e ripubblicato da il Mulino – torna in mente il Ritratto dello scrittore da giovane (1916) di Joyce. Come lo scrittore irlandese ha fissato nel suo romanzo i ricordi dell’adolescenza, Carlo M. Cipolla (1922-2000) in questa opera giovanile – aveva 34 anni, gli stessi del Joyce del Ritratto – ha esposto i suoi primi risultati nel campo della storia monetaria. Lo ha fatto con delle istantanee. Nei suoi capolavori successivi le fotografie scattate sarebbero state rielaborate, diventando dei lungometraggi.

 

Ma quali sono le idee fondamentali di Cipolla quando parla di storia della moneta? Le possiamo condensare in quattro punti.

 

La moneta è stata spesso parziale. 

 

Oggi le monete, gli euro che portiamo in tasca, svolgono tre funzioni. La prima funzione è essere unità di conto: i prezzi dei beni sono espressi in euro. Un chilo di pere costa due euro. Il prezzo di una piccola automobile si aggira sui 10.000 euro. Noi usiamo la moneta per confrontare i prezzi dei beni, per fare i conti.

 

La seconda funzione della moneta è essere mezzo di scambio: consegno due euro al fruttivendolo e ottengo in cambio le pere. 

 

La terza funzione della moneta è essere una riserva di valore: posso decidere di non comprare le pere per cinque giorni, risparmiando così 10 euro.

 

Cipolla è stato tra i primi a sottolineare che in passato la moneta è stata spesso parziale: non ha svolto tutte le funzioni. Ci sono state monete che si sono affermate solo come unità di conto, senza essere mai state coniate. Cipolla le chiama monete fantasma. La lira, introdotta da Carlo Magno alla fine del VIII secolo, non fu mai coniata: fu solo moneta di conto. Le persone calcolavano i prezzi in lire ma nei pagamenti usavano i denari d'argento, con la proporzione una lira=240 denari.

 

Un altro esempio sono i buoi di Omero. Essi appaiono nell’Iliade come unità di misura dei beni, ma, per motivi ovvi, gli scambi non erano regolati utilizzando buoi. Si usavano oggetti di valore disparati.

 

Le discussioni sulle funzioni parziali della moneta non sono un residuo del passato. Chi investe oggi in Bitcoin o in altre cripto-attività – completamente diverse dalle monete legali come l’euro – non si sogna di usarle come unità di conto o di utilizzarle per comprare le pere: scommette su una riserva di valore, molto rischiosa perché molto volatile.

 

La storia della moneta non è stata lineare.

 

Quando si guarda all’evoluzione della moneta, le «magnifiche sorti e progressive» non esistono. Diversamente da quanto sostenuto nei manuali, nella realtà non c’è stato un passaggio progressivo dal baratto alla moneta merce (oro, argento, orzo, etc.), alla moneta metallica (apparsa intorno al VII secolo avanti Cristo), alle banconote (inventate in Cina nel IX secolo ma affermatesi in Europa dal 1700). La storia monetaria è talvolta andata indietro o si è ingarbugliata. Come racconta Cipolla nel primo capitolo del libro, tra il V e il X secolo vi fu un ritorno all’economia naturale. Erano diffusi pagamenti in natura, cioè con moneta-merce; pagamenti fatti parte in natura e parte in moneta; e pagamenti con sola moneta, ad esempio per estinguere debiti. Mezzi di scambio erano non solo le monete metalliche, ma anche merci d'ogni tipo: generi alimentari, spezie, stoffe, gioielli, animali (merci placibili, secondo l’aggettivo usato da Cipolla). Le monete metalliche non avevano un maggior grado di liquidità di quello di gran parte delle merci disponibili nell'economia. Il trionfo della moneta si avviò solo a partire dalla seconda metà del X secolo, ma con grandi differenze negli strati della popolazione e nelle aree geografiche, come vedremo.

 

Moneta grossa e moneta piccola. 

 

Oggi sia i ricchi sia i poveri usano le stesse banconote e le stesse monete metalliche: sono diverse solo le quantità in gioco. In passato non è stato così. Per secoli sono esistiti due sistemi monetari separati, due monetazioni diverse e indipendenti. Da una parte c’era la moneta grossa, usata dai grandi mercanti e dai banchieri, dalle élite, in particolare negli scambi internazionali. Il capitolo 2, "I dollari del Medioevo", parla delle quattro monete che nel corso del Medioevo svolsero il ruolo che nella seconda parte del Novecento avrebbe assunto il dollaro statunitense: furono monete internazionali. Il solidus d'oro dell'Impero Bizantino predominò dal quinto al settimo secolo. Il dinar musulmano, coniato dalla fine del settimo secolo, spezzò il monopolio del solidus. Poi dal 1252 le repubbliche italiane iniziarono a battere una moneta d'oro. Tra il 1250 e il 1400 prevalse la moneta di Firenze, il fiorino. Nel XV secolo la moneta internazionale diventò il ducato di Venezia (coniata a partire dal 1284). I quattro dollari del Medioevo pesavano tra i 3,5 e i 4,5 grammi ed erano di oro puro. Solidus, dinar, fiorino e ducato si affermarono per l'alto valore unitario, la stabilità del contenuto aureo, il sostegno di economie forti.

 

 

Ma solo i più ricchi possedevano le monete grosse. La gran parte della popolazione usava la moneta piccola – dove l’argento veniva mischiato con il rame – che prevaleva negli scambi di ogni giorno, nel piccolo commercio, nei pagamenti dei salari. La moneta grossa mantenne il suo contenuto originario di metallo prezioso. La moneta piccola, invece, sperimentò una diminuzione progressiva del metallo prezioso in essa contenuto.

 

Esistevano inoltre fasce della popolazione nelle quali perfino l’uso della moneta piccola era raro. Lo racconta Cipolla in un aneddoto di quel libro bellissimo che è Storia economica dell’Europa pre-industriale (1974). Gli agricoltori andavano dalla campagna a Firenze, dove si svolgeva il mercato. Vendevano frutta e verdura, e venivano pagati con moneta piccola. Si affrettavano a spendere subito al mercato la moneta ricevuta, ad esempio comprando un paio di scarpe: una volta tornati a casa, nessuno nelle campagne avrebbe accettato una moneta che era diffusa soprattutto nelle città. Il baratto rimase frequente nelle campagne fino all’Unità d’Italia.

 

Diminuire il valore della moneta è stata una buona idea. 

 

Mentre la moneta grossa mantenne un suo valore intrinseco stabile, la moneta piccola fu invece progressivamente slittante (si veda il capitolo 3 del libro): con il passare del tempo, venivano prodotte monete contenenti solo una frazione del metallo prezioso stabilito originariamente. Erano coniati denari con diametri e spessori più piccoli e, soprattutto, con leghe peggiori, perché cresceva la proporzione del rame mischiato con l’argento. Secondo Cipolla la diminuzione del metallo prezioso contenuto nella moneta piccola – lo svilimento – è stato un bene. In presenza di una ricorrente insufficienza dell’argento, lo svilimento del denaro permise all’Italia di evitare una carenza di monete: quest’ultima avrebbe ridotto la domanda di beni e comportato cadute dei prezzi (deflazioni) e dell’attività produttiva. Lo svilimento della moneta piccola permise così all’Italia di partecipare allo sviluppo economico a partire dal XII secolo. Come sottolineato da Ignazio Visco nell’introduzione al libro, anche in questo caso il richiamo di Cipolla ai rischi deflazionistici non è solo un dibattito per storici. Da molti anni le banche centrali combattono una battaglia per impedire il manifestarsi della deflazione.

 

L’induttivista leggero e interdisciplinare. 

 

Come Joyce è oggi più famoso per il suo Ulisse piuttosto che per l’autoritratto giovanile, anche Cipolla avrebbe raggiunto nella storia monetaria una grande notorietà con capolavori come Le avventure della lira (1958) e Il governo della moneta a Firenze e a Milano nei secoli XIV-XVI (1990).

 

Ma in Moneta e civiltà mediterranea già si colgono due caratteristiche dello studioso che ne avrebbero contraddistinto il modo di lavorare successivo. Prima di tutto il metodo, che definirei – se mi si passa il termine – induttivismo leggero. Cipolla partiva spesso da un episodio, da una piccola storia, ad esempio scovata negli archivi, dei quali è stato uno straordinario esploratore. Dalla vicenda specifica, Cipolla derivava una lettura del mondo, un’interpretazione generale, ma sempre con una leggerezza calviniana, quasi senza prendersi troppo sul serio. La leggerezza si manifestava in una grande capacità di sintesi, tant’è che i singoli saggi del volume ora ristampato non superano le venti pagine di lunghezza. La brevità è stata una cifra di tutta la produzione di Cipolla: basta dare un’occhiata agli indici delle sue opere.

 

E poi c’è stata l’interdisciplinarità. Da storico dell’economia Cipolla ha mantenuto vivo il dialogo con gli economisti. Ha approfondito, da numismatico, le caratteristiche più concrete della moneta, come i pesi, le dimensioni, il contenuto di metalli preziosi. È stato storico della medicina, con capolavori come Contro un nemico invisibile (1986). Si è occupato dei nessi tra aumento della popolazione e sviluppo (The Economic History of World Population è del 1962). Ha intuito l’importanza dell’innovazione tecnologica per il predominio delle nazioni, con lavori come Vele e cannoni e Le macchine del tempo (le edizioni originali inglesi sono rispettivamente del 1965 e del 1967). È stato attento al legame tra istruzione e crescita economica (Literacy and Development è del 1969).

 

Dopo la laurea (1944), Cipolla aveva studiato alla Sorbona. Nel 1949 Lucien Febvre introdusse con parole d’encomio, in un numero degli “Annales”, un suo articolo sulla moneta medievale. E nel 1950 Fernand Braudel scrisse un’introduzione molto positiva a un suo libro sulla moneta a Milano dal 1580 al 1700. Entrambi gli studiosi francesi ebbero la vista lunga nell’intuire le potenzialità di un trentenne che sarebbe diventato il più grande storico economico italiano del Novecento.

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