raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Compassione

Leone Codardo e Tigre Famelica se ne stanno insieme nel mondo di Oz. E se del primo si sente il battito del cuore ogni volta che un pericolo si avvicina, l’altra è tutta un rantolo di stomaco. Tigre Famelica vive affamata: la sua coscienza la porta sulla cattiva strada, la sua coscienza non lascia che lei mangi i bambini e fa di lei una non tigre, una tigre che conosce compassione. 

 

Noi, invece, ci siamo addestrati al dolore. 

È questo, vero? Non vederlo più, non riconoscerlo: distogliere lo sguardo, confonderlo, lasciarci distrarre. 

La natura, invece, l’abbiamo addestrata. La nostra: il ritmo, il tamburo del ventre, la stella, la linfa, il sangue, il ciclo del corpo e delle stagioni. Abbiamo sistemato un prima e un dopo, un passato e un futuro. Organizzato una rotta, classificato, catalogato, spiegato, ripiegato, riposto. E il coraggio? Quello lo abbiamo piuttosto ammaestrato. Si è fatto sfida e mai resa, o assenza, vuoto, buco, voragine, perdita, abbandono.

 

Chi ci ha rigirati così? Diceva il poeta. Lo diceva guardando al viso di animale, chissà, forse era un bufalo morente o forse quella è un’altra storia. Forse ogni storia è la stessa storia: una la storia, una la parola. Sparpagliare i respiri, dimenticare io come io, dimenticare tu come tu. Io, tu, non sono capaci di compassione. Compassione è parola di un tutto, non conosce che il diventare noi: confonde le differenze, cancella i confini, ride dei muri. Compassione non sa che il cerchio che annulla le direzioni, imbroglia orizzontale e verticale, rotola e non smette di rotolare. Lo facciamo anche noi? Qui, giù da questo colle. Sdraiati qui accanto a me, fatti stretta, tieniti le zampe vicine, abbracciati più che puoi, e poi giù! Dai, tigre! Leone! Vieni anche tu! Via! Non è una buona idea disertare le atteeeeseeeee? 

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@ Mara Cerri